Licenziamenti. Matteo Renzi, retromarcia: Sacconi: “No”, Nannicini: “Sereni”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 ottobre 2014 10:46 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2014 10:46
Licenziamenti. Matteo Renzi, retromarcia: Sacconi: "No", Nannicini: "Sereni"

Licenziamenti. Matteo Renzi, retromarcia: Sacconi: “No”, Nannicini: “Sereni”

ROMA – Maurizio Sacconi, ex ministro del Lavoro del Pdl, oggi Fi, esprime con forza i suoi dubbi sull’involuzione di Matte Renzi su licenziamenti e reintegro.

L’uscita di Sacconi si collega anche con la freddezza manifestata da Berlusconi nelle ultime ore.

“La legge Fornero è un caso di scuola – sostiene il capogruppo Ncd al Senato – il risultato è che ha bruciato posti di lavoro, anche se non erano queste le intenzioni originarie”.

Senatore, il documento del Pd che conferma la reintegra anche per i licenziamenti disciplinari rappresenta una parziale marcia indietro rispetto alle intenzioni originarie del premier?
Il documento Pd può produrre esiti diversi, sta a come si declina nei criteri della delega e nei decreti delegati. Nel dettaglio si nascondono angeli e demoni. Le variabili entro lo stesso documento sono molte. Se si riapre la discussione, nei criteri di delega o in sede di decreto delegato possono essere riconsiderati diversi aspetti anche per i contratti in essere, attraverso un’interpretazione più certa delle norme vigenti, con una definizione inequivoca del licenziamento economico che deve riguardare ogni esigenza organizzativa senza che il magistrato possa entrare nel merito della scelta dell’imprenditore. Così come la giurisprudenza spesso ci ha posti di fronte a sentenze che si sono allontanate dalla volontà del legislatore. La reintegrazione dovrebbe essere determinata dalla sola manifesta insussistenza del fatto materiale alla base del licenziamento senza salti logici al contesto occupazionale del territorio.
E per le nuove assunzioni su cui si sofferma la delega?
Per le nuove assunzioni auspico si segua la regolazione di tutti i Paesi europei ove vi è reintegrazione, che consente a ciascuna delle parti l’opzione dell’indennizzo. Come relatore faccio notare che se si intendono rivedere i criteri di delega ritengo doveroso l’ascolto tra il Pd e gli altri partiti della maggioranza che si sono mossi all’unisono, Ncd, Sc, Udc, Pi e Svp. Condivido quanto detto da Renzi, intende ridurre i margini di discrezionalità del giudice e dare certezze al datore di lavoro. Per creare occupazione bisogna rendere la disciplina più conveniente, e nella convenienza la certezza è fondamentale.
Come giudica un’altra novità contenuta nel documento del Pd, la proposta di cancellare le collaborazioni a progetto?
Ricordiamoci anzitutto che le Cocopro nascono sotto gli occhi distratti della sinistra, grazie ad una circolare fiscale nella seconda metà degli anni 90. Marco Biagi ne è ritenuto impropriamente il padre, mentre su richiesta di Cisl e Uil le regolò e introdusse i diritti del prestatore. Fornero ha irrigidito le collaborazioni a progetto e al punto in cui siamo vi si può rinunciare. Ma poiché non tutte le prestazioni sono lavoro subordinato, perché svolte con forte autonomia di tempo e luogo, se si cancellano le Cocopro bisogna deregolare le partite Iva. Gli abusi vanno repressi con l’attività ispettiva.
Condivide la volontà di estendere gli ammortizzatori sociali ai precari?
Siamo tutti d’accordo sulla migliore protezione del reddito del lavoratore. Siamo di fronte al fallimento delle politiche attive, come dimostra Garanzia giovani, a causa della segmentazione istituzionale di Province e Regioni. Salvo poche e lodevoli eccezioni, la situazione è un disastro. La via maestra è la riforma costituzionale per riportare il lavoro e la formazione sotto la competenza dello Stato, come ho proposto al Senato, o costringere le Regioni ad accettare meccanismi di convergenza e controllo come indica la delega. La spesa pubblica deve tradursi in “dote” del disoccupato ed essere riscossa dal servizio che lui ha scelto, in una sana competizione tra pubblico e privato, in base al risultato.
Renzi ha sfidato le parti sociali sul terreno della legge sulla rappresentanza, sulla contrattazione decentrata e il salario minimo. Cosa c’è da aspettarsi?
La legge sulla rappresentanza e la contrattazione decentrata sono collegate, sarebbe doveroso che in nome del modello tedesco si riconosca il primato alla contrattazione di prossimità, con il contratto più prossimo – compreso quello individuale – che prevale su quello più lontano. Per la rappresentanza una norma leggera deve rinviare agli accordi tra le confederazioni per evitare che una legge invasiva diventi il pretesto per sviluppare la via giudiziaria al socialismo già praticata. Il salario minimo c’è già nella delega, ma deve essere una base minima su cui si sviluppa il salario di produttività nella dimensione aziendale.

Tommaso Nannicini, l’uomo di Matteo Renzi per la riforma del lavoro, tranquillizza:

Ieri però il premier Renzi ha frenato sull’articolo 18. La tutela reale resterà anche per i licenziamenti disciplinari…
Nessuna retromarcia. La novità politica, pienamente in linea con il lavoro impostato dal ministro Poletti sulla legge delega, è che si eliminerà il reintegro per i licenziamenti economici. Vogliamo che sulla gestione e sulle decisioni aziendali decida solo l’imprenditore, e non più il giudice. Sui disciplinari poi verranno individuate delle casistiche estreme dove se il fatto contestato, per esempio un furto, risulta falso il lavoratore subisce una lesione della dignità personale e quindi ha diritto alla tutela reale.
Più o meno è così anche oggi. Non si rischia di lasciare ancora troppa discrezionalità ai magistrati?
No. Le tipizzazioni dei casi in cui resta il reintegro nei licenziamenti disciplinari e una precisa indicazione delle tutele monetarie in quelli economici daranno certezza, rispondendo alle richieste di aziende e investitori esteri. E lasceranno ai lavoratori una compensazione economica crescente con l’anzianità di servizio. Già oggi, dopo la legge Fornero, su 22mila licenziamenti individuali, circa il 60% viene risolto in via conciliativa.
Qualche dettaglio in più sulle tutele monetarie crescenti?
Sarà fissato un costo di separazione. È prematuro fare cifre, ma il dibattito in corso e le esperienze straniere suggeriscono tutele economiche nell’ordine di una-due mensilità ogni anno di servizio prestato. In questo modo se scatta il recesso dopo due-tre anni l’azienda pagherà 4-6 mensilità. Oggi si parte da 12 mensilità. Con una anzianità di servizio alta ovviamente la compensazione salirà di conseguenza.
Ma il nuovo contratto a protezioni crescenti a chi si applicherà?
Nella delega è chiaramente scritto: varrà per i nuovi assunti e per le aziende oltre i 15 addetti. Non mi risulta una discussione su possibili modifiche al regime di tutele per le imprese sotto i 15 dipendenti.
Il premier ha parlato anche di riduzione dei contratti flessibili. Spariranno i co.co.pro?
Sì. Ma resteranno le collaborazioni per le esigenze stagionali, per studenti e pensionati, e per quelle legate alla natura dell’attività professionale dei lavoratori. Ciò per evitare di creare lavoro nero. Si cancelleranno le false collaborazioni. Su circa 400mila collaboratori una buona metà potrebbe restare nelle forme “buone”. Le altre potrebbero transitare nei contratti a termine, già semplificati dal ministro Poletti, o nei nuovi contratti a protezioni crescenti.
Universalizzerete gli ammortizzatori sociali?
Sì. Su questo, la relazione del presidente del Consiglio, Renzi, e l’ordine del giorno della direzione Pd sono stati altrettanto chiari. Un’ipotesi è di unire Aspi e mini-Aspi, aprendo ai collaboratori. Serve un nuovo sussidio, di durata più lunga e con importi maggiori, graduato sulla storia contributiva del percettore. Adesso c’è un salto enorme tra la bassa copertura della mini-Aspi e quella più sostanziosa dell’Aspi, che scatta solo dopo 52 settimane di contribuzione. Il salto va ridotto, legando le prestazioni ai contributi, ma in maniera più graduale. Per far partire il nuovo sistema di ammortizzatori servono circa 1,5 miliardi, aggiuntivi rispetto alle risorse già stanziate per il 2015.
E sulle politiche attive?
Secondo me si dovrebbe guardare all’Olanda, dove il sistema pubblico fa da filtro, accogliendo il lavoratore e assegnandolo a una categoria di rischio. Poi c’è un voucher pagato a chi fornisce concretamente i servizi per l’impiego all’interno di un sistema di accreditamento. L’importante è che il voucher sia corrisposto solo a risultato occupazionale raggiunto. E proprio in Olanda il 70% delle agenzie private è no-profit, gestite anche dai sindacati. Una sfida per tutti, anche in Italia.