Licenziamenti e reintegri: Maurizio Sacconi vs Pd. 8/10 Renzi in Ue a mani vuote

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 ottobre 2014 10:42 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2014 10:42
Licenziamenti e reintegri: Maurizio Sacconi vs Pd. 8/10 Renzi in Ue a mani vuote

Licenziamenti e reintegri: Maurizio Sacconi vs Pd. 8/10 Renzi in Ue a mani vuote

ROMA – La retromarcia su licenziamenti e reintegri, sostanza dell’art. 18, fatta da Matteo Renzi per tenere buona la vecchia guardia del pd vestita da sinistra, ha scatenato forti tensioni fra lo stesso Matteo Renzi e i suoi alleati di Governo, in particolare lo Ncd di Angelino Alfano.

Il gioco, almeno a parole, si è fatto duro:

“Per ora saltano le modifiche”,

titola Repubblica, che attribuisce ad Alfano questa minaccia:

“Bloccate l’emendamento o i miei vanno da Berlusconi”.

Per il Sole 24 Ore è

“braccio di ferro”.

Matteo Renzi e Maurizio Sacconi si sono sentiti più volte nella giornata di mercoledì 1 ottobre 2014, informa Goffredo De Marchis su Repubblica. Matteo Renzi ha subito fatto il bullo:

“Noi abbiamo votato in direzione e siamo il partito più importante del governo. Non dimenticate le proporzioni elettorali”.

Chiosa Goffredo De Marchis:

“Il fantasma del voto anticipato vale anche per gli alfaniani, non soltanto per i ribelli del Pd”.

Al centro della discussione c’è

“l’emendamento del governo alla riforma del lavoro, sulla base dei nuovi orientamenti del Pd. Un accordo difficile. Matte Renzi vuole inserire nella legge delega le correzioni emerse dalla direzione del Pd. Il Nuovo centrodestra vuole lasciare tutto così com’è. […] Se l’Ncd cede sull’articolo 18, i soliti dieci alfaniani dati in uscita si potrebbero avvicinare ancora di più alla casa madre di Silvio Berlusconi. Lasciando il governo senza maggioranza al Senato. L’ultima fiducia infatti registrò solo 7 voti di scarto. Questo spiega l’imprevisto lavoro di mediazione di Renzi che fin qui non aveva mai dato molto peso alle lamentele del partito di Alfano”.

Matteo Renzi, informa ancora Goffredo De Marchis,

“vuole l’emendamento perchè svuoterebbe le sette modifiche proposte dai senatori della minoranza Pd. Ma l’Ncd detta le sue condizioni per firmare il nuovo testo”,

che, per bocca del coordinatore di Ncd Gaetano Quagliariello partono dal fatto che

“aver previsto il reintegro anche per i licenziamenti disciplinari complica tutto. Non possiamo tenere insieme la rigidità d’ingresso nel mercato del lavoro togliendo tante forme contrattuali e contemporaneamente vincoli stretti in uscita. Sarebbe il bis della legge Fornero. Non cambierebbe niente”.

I paletti, illustra De Marchis,

“sono chiari: i casi dei licenziamenti disciplinari devono rientrare nella fattispecie della discriminazione e devono essere indicati con chiarezza fin dalla delega. Ossia, non dev’esserci la discrezionalità del giudice come succede oggi. Il reintegro semmai può essere automatico in casi prestabiliti. Si lavora intorno a questa ipotesi puntando a presentare il testo tra domani e venerdì”.

Intanto però, informano Davide Colombo e Claudio Tucci sul Sole 24 Ore,

“si allungano i tempi per l’esame del ddl delega lavoro, che il governo ha presentato in parlamento lo scorso mese di aprile”.

Le votazioni sui 669 emendamenti e 42 ordini del giorno presentati dai gruppi parlamentari non potranno avere inizio a Senato prima della settimana prossima, cosa che non è molto gradita a Matteo Renzi, il quale vorrebbe arrivare al vertice Ue dell’8 ottobre con un prima via libera al Jobs act:

“Il rallentamento dei lavori è dovuto unicamente alle tensioni all’interno della maggioranza”

e se la capogruppo Pd in commissione lavoro al Senato, Annamaria Parente, sostiene che

“il Governo deve considerare l’ordine del giorno approvato dal Pd”,

per il presidente della commissione, e relatore al ddl, Maurizio Sacconi (Ncd), ex ministro del Lavoro di Berlusconi, e per tutta l’area centrista del Governo, non è necessario nessun ulteriore emendamento del Governo

“perché la delega contiene già criteri precisi ma anche sufficientemente ampi per dettagliare in seguito i decreti delegati”.

Davide Colombo e Claudio Tucci spiegano che

“il nodo principale è la modifica all’articolo 18. Nella versione del «Jobs act» uscita dalla sede referente, dopo l’accordo politico tra tutti i partiti che sostengono il governo, si parla solo, per i nuovi assunti, di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti. Una formula ampia, che non comprende però la parola reintegra (che il Pd vorrebbe restasse per i licenziamenti discriminatori e per quelli disciplinari, «previa qualificazione specifica della fattispecie»).

Una possibile mediazione la propone il giuslavorista di Sc, Pietro Ichino: «Possiamo inserire nella delega la possibilità, nei licenziamenti disciplinari, di prevedere il reintegro nei casi più gravi, ma con la facoltà di opzione anche per il datore di lavoro di poter sostituire la tutela reale con l’indennità speciale risarcitoria (…) Improvvisamente la minoranza “scopre” di aver conquistato terreno nella direzione.

Che il lavoro di Roberto Speranza, Guglielmo Epifani, Cesare Damiano, aiutati da Matteo Orfini, non era stato vano nonostante la spaccatura del voto. Questo mette in difficoltà anche gli oltranzisti del Partito democratico. Perché se la mediazione con Ncd finisce bene, Renzi avrà il voto dell’intero Pd con l’eccezione di 4 senatori ormai con un piede fuori dal Pd.
«Il confronto adesso è tra la coppia Renzi-Poletti e Sacconi – dice Manconi — . Secondo me il premier può sfruttare questa situazione non cedendo né a Sacconi né alla minoranza che gli ha votato contro in direzione. È un’opportunità politica, in fondo può usare quei 20 no all’ordine del giorno per trattare meglio con il Nuovo centrodestra ». Il punto è che la partita ha anche un attore invisibile in Forza Italia. La minaccia del ritorno a casa di dieci alfaniani rischia di spostare gli equilibri della maggioranza, di diventare ostaggi del partito di Berlusconi. Che da settimane aspetta questo momento. Per uscire dal patto del Nazareno e condizionare non solo le riforme ma l’azione di governo.