L’idea di rottamare la dirigenza privata. Piero Ostellino, Corriere della Sera

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 Settembre 2014 8:31 | Ultimo aggiornamento: 1 Settembre 2014 8:31
Matteo Renzi (foto Lapresse)

Matteo Renzi (foto Lapresse)

ROMA – “Dopo aver rottamato l’ex dirigenza del Partito comunista e aver conquistato la segreteria del Partito democratico – scrive Piero Ostellino sul Corriere della Sera – dopo essersi proposto come riformatore, sommergendo gli italiani di parole in libertà e aver raggiunto con ciò Palazzo Chigi, ora Matteo Renzi si propone di sbarazzarsi dell’ establishment nazionale”.

L’articolo completo:

Fra tante chiacchiere velleitarie, questo è, forse, il proposito più razionale e ragionevole che abbia finora formulato. Ma è anche il più difficile da realizzare. Poiché l’ establishment è costituito da uomini, e donne, dell’industria e della finanza private, non è chiaro come il presidente del Consiglio potrebbe concretarlo senza cadere nello stesso «vizio» che inquina il Paese: l’invasività della politica e della burocrazia sulla Società civile e sul mercato.
L’establishment è quello che è perché passa più tempo a occuparsi di essere in sintonia col mondo della politica e della burocrazia, e goderne i favori, che a sviluppare le aziende che dirige. Esso è il prodotto di quella stessa cultura politica statalista, dirigista, familista e clientelare della Prima Repubblica, che Renzi avrebbe dovuto (dovrebbe) combattere — ma che continua a essere anche la sua — per fare le riforme e portare l’Italia sulla via della modernizzazione. L’idea di cambiare la testa degli uomini, invece di cambiare il modo di fare politica, è la sindrome di tutti gli spiriti autoritari quando confondono la vittima (il popolo) con la causa (quella stessa politica) dei propri fallimenti. Della dirigenza dell’Unione Sovietica si diceva che, essendo incapace di cambiare il sistema politico, pretendeva di cambiare il popolo. Se le intenzioni di Renzi, pur, ovviamente, con le dovute proporzioni, sono analoghe, e riflettono una preoccupazione, anche elettorale, di una caduta del consenso di cui ha goduto, è lecito chiedersi perché, non essendo capace di riformare il Paese, gli sia venuta l’idea di cambiarne la dirigenza privata.
Torniamo, così, alle radici del «renzismo». Che piaccia o no a tutti quelli che su Renzi fondano ancora speranze di crescita, non solo economica, ma anche e soprattutto civile del Paese, e sono ancora tanti, l’attacco all’establishment — che, pur in gran parte se lo merita, essendo corresponsabile del degrado — è una «fuga in avanti», il modo tipico di ogni autocrate che sente, e teme, di non essere più capace di convincere. Ciò che, per Mussolini, negli anni Trenta del Novecento, erano stati l’Abissinia e il mito dell’Impero.
Quelli non hanno salvato il duce; l’attacco all’ establishment minaccia di condannare Renzi. Ho la sensazione, da ciò che leggo e sento, che il governo e il suo capo stiano perdendo consenso, soprattutto fra l’ establishment , il che spiega l’attacco. Il potere logora; soprattutto se non lo si esercita come chi ha in mano le leve dell’economia si aspetta. È un dato naturale in una democrazia rappresentativa. Che Renzi se ne preoccupi è nell’ordine delle cose. È assai meno nell’ordine delle cose che lui stesso e i suoi ministri non ne capiscano le ragioni e non provvedano a porvi rimedio .
Stanno venendo al pettine i limiti della nostra politica e che è stata, nella circostanza, più una campagna di marketing che un tentativo concreto di riformare il processo decisionale. Intendiamoci. Non è che Renzi e il suo governo non abbiano fatto nulla. Qualcosa hanno fatto e stanno facendo. Ma, evidentemente, non basta nell’attuale condizione. Occorreva (occorre) fare di più.
Se questo governo non ce la facesse, si andrebbe a elezioni. Che non sono una maledizione, bensì, soprattutto quando le cose non vanno, un rimedio naturale. Renzi è andato al governo e ci è rimasto perché così hanno voluto gli italiani, che le temono. Se di anomalia si deve parlare, questa è l’anomalia nella e della quale l’Italia sta vivendo.
I limiti di tutti i governi che si sono succeduti dalla fine della guerra è stato di credere che, per ridurre la pressione fiscale, bisognasse ridurre le spese. È anche il limite del governo Renzi. È un’illusione commisurare le spese alle entrate dove la burocrazia è una corporazione che vive di spese e impone, per farvi fronte, una tassazione crescente. Per essere davvero un governo riformista, quello presieduto da Renzi avrebbe dovuto (dovrebbe) ridurre la tassazione e spendere quanto le entrate, così ridotte, gli consentirebbero di spendere. Occorre invertire l’ordine dei fattori per liberare risorse e rilanciare il Paese. Caro Renzi, ci pensi, ci pensi.