Lo show di Karadzic “Voi non accusate me ma tutto il popolo serbo”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 ottobre 2014 12:14 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2014 12:14
Lo show di Karadzic “Voi non accusate me ma tutto il popolo serbo”

Lo show di Karadzic “Voi non accusate me ma tutto il popolo serbo”

ROMA – “Un memoriale di 874 pagine per affermare il concetto che ripete da sempre: Sono innocente. E una arringa fiume – scrive Anna Lombardi di Repubblica – che l’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic ha trasformato in uno show autoassolutorio”.

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Quella di ieri era d’altronde l’ultima occasione di intervenire nella severa aula del Tribunale penale internazionale dell’Aja e parlare in sua difesa nel processo che da 5 anni lo vede alla sbarra. Lo psichiatra- poeta dall’inconfondibile capigliatura, l’ex presidente di Srpska — la Repubblica serba di Bosnia — accusato di crimini contro l’umanità perpetrati durante la guerra seguita alla dissoluzione della ex Jugoslavia, non ha voluto avvocati e si difende da solo: e ha potuto dunque fare la sua arringa finale. Karadzic è accusato di crimini orrendi: come il genocidio di Srebrenica del 1995, quando 8372 musulmani bosniaci fra i 12 e i 77 anni vennero uccisi in quello che è considerato il più atroce massacro avvenuto in Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale.

A suo carico anche l’assedio di Sarajevo: quei 44 mesi durante i quali morirono oltre 10 mila persone. E numerosi episodi di pulizia etnica, perpetrati dai serbo-bosniaci ai danni di musulmani e croati per espellerli da quelli che reclamavano come propri territori. Azioni, secondo il procuratore Alan Tieger, grande accusatore del processo, di cui «Karadzic fu motore, il responsabile di tante tragedie». Abito antracite e cravatta amaranto, il boia serbo ormai sessantanovenne ha rispolverando parte del repertorio che continua a ripetere dal 2008 — quando dopo 13 anni di latitanza venne arrestato su un autobus alla periferia di Belgrado. Sostenendo di non aver mai ordinato la “pulizia etnica”, anzi: «Ero amico dei musulmani», ha provocato. Pur assumendosi la «responsabilità morale» di quanto accaduto, ha continuato a sostenere la sua innocenza. E parlando di se stesso in terza persona ha spiegato che, semmai, considera le sue azioni quelle di un «leader patriottico che ha lottato per proteggere l’identità di un po-polo». Sostenendo che le accuse nei suoi confronti sono basate su «una tesi, quella di aver ordito un complotto insieme al generale Ratko Mladic e all’ex presidente jugoslavo Slobodan Milosevic per eliminare i musulmani e i croati dalle zone dominate dei serbi». Senza questa teoria, ha insistito «l’unica cosa che resterebbe sarebbero le mie buone azioni verso il mio popolo e verso gli altri due popoli » che oggi lo accusano. Sì, le sue «buone azioni». E l’orrore di Srebrenica? All’epoca, ha detto, non aveva saputo nullo di quell’episodio che definisce «tremendo», certo, per poi contestare la definizione di “genocidio” formulata dall’accusa: mettendo in dubbio — come già fatto altre volte quando aveva definito la strage “un mito” — il numero delle vittime. Un punto fermo della sua strategia difensiva che già nel 2012 aveva portato all’assoluzione, almeno dall’accusa di genocidio, poi annullata l’anno successivo. Sarà fatta finalmente giustizia? Anche se siamo alle arringhe finali il verdetto si farà attendere: potrebbe arrivare solo a fine 2015. A vent’anni dall’orrore.