Loredana Bertè: “Bjorn Borg cocainomane, era un aspirapolvere…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 febbraio 2014 12:58 | Ultimo aggiornamento: 10 febbraio 2014 12:59
Loredana Bertè: "Bjorn Borg era un aspirapolvere..."

Loredana Bertè (LaPresse)

ROMA – Artista indisciplinata e irrequieta, ha portato la musica italiana ad alti livelli. Loredana Bertè ancora sul palco. E racconta dei suoi amori, della sorella Mimì, dei compagni di viaggio Da Fossati a Zero.

L’intervista del Fatto Quotidiano a cura di Malcolm Pagani:

(…) Prima di morire mia sorella Mimì mi chiamò a lungo. Ma quel giorno c’era un’aria strana, ero svogliata. Svuotata. Avrei dovuto suonare e invece mi nascosi in casa. Convinta che mi cercassero gli organizzatori furibondi, al telefono non risposi. Suonò fino alle 6 di mattina. Non me lo perdonerò mai.

Sua sorella è morta a maggio, 19 anni fa.

L’infamia che le hanno fatto è scandalosa. Se vuoi uccidere uno troppo bravo, basta che tu dica ‘quello porta jella’. L’hanno ammazzata. E certo che ce l’ho con quell’assenteista del cavolo che sta lassù. Ma poi c’è davvero?

Parla di dio?

Dov’era quel cazzo di venerdì? Aveva da fare? Era troppo impegnato? Da quel giorno ho litigato con la vita e non ci ho ancora fatto pace. Mimì la sento sempre con me e non è vero che il tempo cancelli il dolore, anzi lo aumenta. È come se fosse successo ieri. Mi chiusi in casa. Tre anni a guardare un soffitto. Ne uscii grazie a De André. Avevo ascoltato La domenica delle salme e decisi di chiedergli il permesso per utilizzare un suo verso che avrebbe dovuto dare il titolo all’album. Passai da Dori Ghezzi, amica fantastica. Ero stata testimone del suo innamoramento per Fabrizio durante un mese torinese ai tempi del Quartetto Cetra. Fu sincera: “Se a Fabrizio piace il disco avrai l’ok, altrimenti scordatelo”.Fabrizio ascoltò i brani e mi chiamò: “Sto mandando il fax alla Sony, è bellissimo, hai la mia benedizione”. Nacque Pettirosso da combattimento. Tutto dedicato a Mimì.

Ricorda tutto di quel 12 maggio del ‘95 ?

Ognidettaglio.Stoguardandolatv,vedoMaraVenierchepiange. Cambio canale. Una foto di Mimì. Poi squilla il telefono. È Renatino. Mi dice: “Spegni tutto, sto arrivando”. Credo fosse teletrasportato, fu lì in cinque minuti. E Mimì se ne era andata per sempre.Inquellacasaschifosachegliavevatrovatosuopadre,con gli scatoloni nell’angolo e il materasso per terra. Che peccato. Che dolore. Mimì a un passo dalla fine cantava in modo straordinario. Capita anche a me. Ho una voce più sicura di quando avevo vent’anni .

Come mai?

Intanto mi sento più serena. Felice è una parola troppo grossa. Il palco è la mia valvola di sfogo, lì raggiungo uno stato di grazia, per tirarmi giù ci vuole il carrattrezzi. Ho un repertorio che abbraccia quattro generazioni e canto prima di tutto per me stessa. A 60 anni e arrivati a questo punto, non mi cambia più nessuno (…)

Lei è stata sempre di sinistra.

Ho anche fatto acquistare 5.000 azioni del Manifesto a Fidel Castro, ma credo di essere l’unica italiana ad aver cenato con Bin Laden alla Casa Bianca all’epoca di Bush padre. Chiesi a George Sr. a cosa servisse la Cia.

E il Presidente?

“Non serve a niente. È l’unica organizzazione del mondo che non deve rendere conto a nessuno”. Se guardi all’11 settembre capisci anche il perché (…)

A New York incontrò anche Borg.

Fuori dal Madison Square Garden, ma Bjorn l’avevo già visto 15 anni prima, al Roland Garros di Parigi, da fidanzata di Panatta: “Amore, do dù pallate a ‘sto svedese e poi andiamo a cena”. Adriano si portava la ragazza e gli altri da Bertolucci a Barazzutti erano incazzati neri: “E perché quello se deve portà la donna e a noi niente?”. Comunque arriva questo nordico bello come il sole, uno sconosciuto. Tira fuori le racchette, perde male e poi va da Adriano: “Mi presenti la tua fidanzata?”. Mi disse che ero interessante. Fu gentile. Ogni tanto lo incrociavo in aeroporto, ero sfuggente, finchè accadde il fattaccio. Sembrava una cosa da niente, poi cinque anni dopo, una sera, ci ritrovammo insieme e sua moglie, Mariana Simiunescu, me lo gettò tra le braccia.

Dice sul serio?

Tra loro niente sesso. Per Bjorn, Mariana era una specie di sorella. Lei mi fa: “Guarda che stasera dopo la partita è libero, te lo porti dove vuoi”. Con gli amici andammo a vedere la sua sfida con McEnroe, sei ore. Warhol scappò al primo set. Io rimasi. L’incendio definitivo scoppiò durante un Festivalbar a Ibiza. Bjorn mi telefonò: “Devo vederti”.

E lei?

“Te dice proprio male bello, mi hai trovato per puro culo, sto partendo”. Lui: “Vengo anch’io”. Io: “No, tu no”. Alla fine cedetti perché l’idea che qualcuno potesse dominarmi e farmi fare quel che voleva iniziava a non dispiacermi. Cosa avevo da perdere? Ci sposammo. Lasciai l’Italia per sei anni, fu l’inferno.

Lui non sopportava le sue tournée.

Non mi lasciava un secondo. A ogni piazza, gli davano le chiavi ufficiali della città: “Abbiamo l’onore di avere con noi Bjorn Borg”. A un certo punto lo affrontai: “Ma è il tour mio o il tuo?”. Lui la mise giù dura: “Torniamo a Stoccolma” e mi fece stracciare un contratto milionario. I manager erano imbufaliti: “Sei pazza” e minacciavano querele. Ancora me lo ricordo Bjorn che si affaccia dalla scaletta dell’aereo e urla: “Fatemi causa”. Poi la fecero a me. Il circo suonò la grancassa della mia inaffidabilità, mi sporcarono la reputazione, mi massacrarono.

Quando si lasciò con il tennista? Qualcuno sostenne che fu colpa del guru che vietò il sesso a Borg.

L’avrei ammazzato il guru (ride). La storia fu un’altra e comunque, mai. Formalmente sono ancora la signora Borg. L’ho scoperto per caso e l’ho anche denunciato. È acqua passata, non ne voglio più parlare.Né di lui né delle sue coppettine.

Quali coppettine?

Bjorn era già molto preso dai vari bordelli che frequentava, non lo vedevo da 48 ore e tin-tin-tin gli ho buttato dalla finestra un divano, i piatti d’argento e tutte le coppettine dei suoi tornei. Dalla finestra della cucina vedevo Bambi, ma quel giorno si erano spaventati anche i cerbiatti. Era turbata anche la madre di Bjorn, le avevo scompagnato l’argenteria. Io ero molto incazzata e le parlai a brutto muso: “Se suo figlio non è qui entro 30 secondi me ne vado e chiedo il divorzio”.

Rientrò?

Strafatto. Bjorn era un aspirapolvere. Lo presi a botte, gli fracassai un paio di racchettine sulla schiena e quando la madre intervenne, gli diedi il resto: “Io mi sono sposata con te perché dovevi essere il padre dei miei figli, o te dai da fà oppure nun me vedi più”. Lui balbettava confuso, la stronza disse che avevo capito male e che non ci sarebbero stati figli se non di puro sangue svedese. “Avrei gradito l’informazione in anticipo”. Poi buttai un altro paio di medaglie dal balcone e me ne andai (…)