Lotito Gate, bufera per telefonata registrata: Governo e Tavecchio lo scaricano

di Redazione Blitz
Pubblicato il 14 febbraio 2015 9:18 | Ultimo aggiornamento: 14 febbraio 2015 9:19
"Lotito Gate", bufera per telefonata registrata: Governo e Tavecchio lo scaricano

“Lotito Gate”, bufera per telefonata registrata: Governo e Tavecchio lo scaricano (prima pagina Gazzetta dello Sport)

ROMA – Il presidente della Lazio Claudio Lotito, parlando con il dg dell’Ischia Pino Iodice, dice: «Beretta sai cosa decide? Zero. Carpi e Frosinone non sono da A…». Le istituzioni: «Parole inaccettabili». Solo la Lega di A tace. Ne parla in maniera approfondita La Gazzetta dello Sport nella sua apertura odierna con Marco Iaria. Citiamo di seguito l’articolo della ‘rosea’.

Il calcio italiano, il suo sistema di potere, il suo inesorabile declino frutto di egoismi e miopie giungono sul tavolo del Governo, che chiede addirittura «un serio e radicale cambiamento».

Al centro della scena c’è sempre lui, Claudio Lotito, la cui conversazione registrata dal d.g. dell’Ischia Pino Iodice e divulgata da Repubblica svela fondamentalmente due verità note a tutti gli addetti ai lavori: 1) il patron della Lazio è diventato il deus ex machina dell’intero sistema sfruttando l’assenza di una governance forte e terza degli organismi istituzionali e la visione particolaristica delle Leghe, tanto da riconoscere con spregio che Beretta (Serie A) e Macalli (Lega Pro) valgono «zero»; 2) la visione che ha il gruppo dirigente incarnato da Lotito è quella di un movimento retto esclusivamente dalle logiche del business, sconfessando la meritocrazia sportiva a tal punto da evocare una non meglio precisata barriera alle promozioni di squadre come Carpi, Latina e Frosinone «che non valgono un cazzo». Sono considerazioni che suscitano le reazioni del presidente del Coni Malagò («Rischiano di gettare discredito nel mondo del calcio») e di quello della Federazione Tavecchio («Toni e contenuto da censurare») e che potrebbero attivare la procura federale.
 

La telefonata si inserisce nella furiosa battaglia in Lega Pro, dove un gruppo di società ha messo in discussione i vertici: Lotito, che in estate ha orchestrato l’elezione di Tavecchio in Figc partendo sul bacino dei voti dei Dilettanti e della Lega Pro, si sta prodigando da alcune settimane per evitare il ribaltone temendo ripercussioni sugli equilibri in Federazione. Lunedì a Firenze ci sarà un’assemblea delle società in cui si capirà effettivamente se il dissenso è maggioritario; nel frattempo l’Ischia ha denunciato di aver subito da parte di Lotito la «minaccia di togliere i finanziamenti, in caso di mancato appoggio all’attuale governance».

Ieri il patron di Lazio e Salernitana si è prodigato in una difesa di 45 minuti davanti a microfoni e taccuini in Lega di A correggendosi su Beretta («Intendevo dire che è un organo di garanzia») ed esibendo un documento che testimonierebbe come lui stesse semplicemente illustrando «il progetto di rilancio della Lega Pro, con reperimento di sponsor, potenziamento della streaming tv, individuazione di un advisor (Infront?) disponibile a riconoscere un minimo garantito», eccetera.
La conversazione con Iodice si è tuttavia allargata alla visione di Lotito sull’intero movimento: riduzione delle società professionistiche (18 di A, 18 di B e 36 di Lega Pro), solo una promozione diretta dalla B alla A. A ben guardare è proprio questo il terreno su cui è germogliato il «patto di sangue» tra le Leghe che portò al trionfo tavecchiano: meno squadre, più soldi per tutti, anche grazie al fatto che dal prossimo anno i diritti tv della Serie A passeranno da 1 a 1,2 miliardi a stagione.

«Lo faccio per il bene del sistema, perché sta saltando tutto. Chi strumentalizza lo fa perché si oppone ai cambiamenti», spiega Lotito. È vero che da tempo, da più parti, si richiede una cura dimagrante dell’area pro. Ma è altrettanto vero che è stato quell’accordo, in estate, a fare da grimaldello per la creazione di un consenso trasversale.

Nel fiume di reazioni vale la pena di cogliere le differenze. Maurizio Beretta minimizza: «Lotito ha usato un modo spiccio per definire la realtà dei fatti. Sono infastidito? Guardo alla sostanza, non mi sembra il caso di drammatizzare».

Mario Macalli va al contrattacco: «Registrare una telefonata è una cosa schifosa». Tutto nella norma. Si smarca Andrea Abodi: «Da noi in B sale e scende chi merita, la storia lo dimostra. I fatturati dipendono prima di tutto dalla credibilità e dalla reputazione». Fa impressione la presa di distanza di Tavecchio da colui che è stato definito dagli oppositori il suo «tutor».

«Toni e contenuto della telefonata sono da censurare, così come le modalità con cui è stata realizzata. La Figc è garante della regolarità del campionato, le promozioni sono decise dal campo, ogni altra logica è inaccettabile», ha scritto il presidente della Federcalcio in una nota diffusa non a caso quando a Milano era ancora in corso l’assemblea di A, nella speranza vana di offrire un assist ai club. Tavecchio non ha preso bene l’uscita di Lotito, magari sta davvero cominciando a pensare a come scrollarsi di dosso una figura così ingombrante, ma tutto è regolato da procedure elettive.

La Lega ha investito Lotito della rappresentanza in consiglio federale e la Lega dovrebbe compiere il primo passo. Con una postilla: la delega alle riforme assegnata a Lotito è materia federale. Ieri c’è stata una telefonata tra Tavecchio e Malagò. Il numero uno del Coni, mai tenero col calcio, è tornato a farsi sentire («Le parole di Lotito sono state incaute e rischiano di gettare discredito sul mondo del calcio, anche in funzione delle cariche istituzionali da lui ricoperte») ma non con quella perentorietà che forse in via Allegri si sarebbero aspettati.

Le pressioni arrivano da fuori. L’opinione pubblica è indignata, il Governo è irritato. «Si tratta di una conversazione – tuona il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Graziano Delrio – che non rappresenta il calcio come lo vorremo noi. Ora come Governo, che vigila sullo sport, che tra l’altro sostiene con fondi pubblici, chiediamo a nome dei cittadini che la Figc affronti un serio e radicale cambiamento di approccio nella gestione dello sport più popolare degli italiani».