Lotto, stop alla gara: a rischio 350 milioni

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 agosto 2015 14:23 | Ultimo aggiornamento: 10 agosto 2015 14:23
(foto Ansa)

(foto Ansa)

ROMA – “Stop del Consiglio di Stato al bando di gara per aggiudicarsi la nuova concessione del gioco del lotto – scrive Marco Mobili del Sole 24 Ore – Sarà necessario un supplemento di istruttoria e soprattutto – come scrive Nicolò Pollari, estensore del parere depositato venerdì 7 agosto a Palazzo Spada – serviranno da parte del Governo più di una precisazione e alcuni adeguamenti agli atti che compongono il nuovo bando di gara”.

L’articolo del Sole 24 Ore: Uno stop in parte inatteso e che a ben vedere potrebbe avere ripercussioni anche sui conti pubblici. L’ultima legge di Stabilità ha inserito sotto la voce nuove entrate anche il potenziale incasso della gara del lotto con una base d’asta di 700 milioni di euro e prevedendo l’obbligo di versare 350 milioni all’atto dell’aggiudicazione, 250 milioni nel 2016 all’atto dell’effettiva assunzione del servizio di gioco e la quota restante entro il 30 aprile del 2017, ovvero un mese e poco più prima della scadenza della concessione attualmente in mano a Lottomatica dal 1998 e in scadenza l’8 giugno 2016. Al netto della pausa estiva il Governo e soprattutto i Monopoli di Stato avranno quattro mesi per ripresentare al Consiglio di Stato il bando, chiudere la gara e incassare la quota di 350 milioni di euro entro la fine del 2015, evitando così una nuova crepa nelle entrate attese per l’anno in corso.
Nel mirino dei giudici amministrativi sono finiti, in particolare, i requisiti per la partecipazione alla procedura di selezione: per la seconda sezione del Consiglio di Stato questi appaiono «per taluni versi, eccessivi, tanto da figurare come clausole escludenti». In particolare il requisito della «capacità economica e finanziaria» obbliga ad aver conseguito complessivamente, nel triennio 2012/2014 un fatturato di 150 milioni di euro grazie alle attività di gestione o raccolta del gioco. In relazione a questo il ministero, si legge nel parere del Consiglio di Stato, dovrebbe chiarire «le ragioni per cui viene chiesto un fatturato (circoscritto all’attività di gioco) che va ben oltre il frutto di ordinarie percentuali di incasso (aggio) parametrate al secondo (ossia l’ammontare della raccolta di gioco). Il requisito di «capacità tecnico-organizzativa», infatti, richiede la realizzazione, «negli ultimi tre esercizi chiusi», di una raccolta di gioco pari ad almeno 500 milioni per tipologie di giochi effettuati tramite terminali.
In sostanza lo stesso Pollari scrive che «non si riesce a comprendere la ratio che ha ispirato la fissazione di tali due rilevanti requisiti». E aggiunge: «Potrebbe verosimilmente verificarsi una sorta di barriera all’entrata, in palese controtendenza rispetto alle raccomandazioni» degli organi europei.Una serie di raccomandazioni, quelle comunitarie, tra le quali viene evidenziata una delle criticità più ricorrenti negli appalti pubblici negli Stati membri, ossia – dicono i giudici – «la pratica della stesura di capitolati d’oneri su misura al fine di favorire determinati offerenti». In questo senso, quindi, l’invito del Consiglio di Stato di coniugare la normativa di riferimento con le prescrizioni e raccomandazioni degli organi comunitari.
Ma non finisce qui: stop anche a eventuali delocalizzazioni fuori dallo Spazio economico europeo. Nella domanda di partecipazione i candidati dovranno dichiarare espressamente l’impegno a mantenere le infrastrutture tecnologiche, hardware e software necessarie alla realizzazione del gioco in uno degli Stati dello Spazio economico europeo. In sostanza i giudici dicono sì alla partecipazione di soggetti giuridici residenti in altri Stati nel pieno rispetto del principio della libertà di stabilimento, ma nessuna possibilità viene concessa alla localizzazione di tecnologie hardware e software in territorio estero. E questo sia per consentire all’amministrazione di non perdere i poteri di controllo e verifica sul neo-concessionario sia per non limitare la potestà fiscale dello Stato italiano (…).