M5s, Bersani e Beppe Grillo. Marò e dimissioni Terzi: prime pagine e rassegna stampa

Pubblicato il 27 Marzo 2013 8:46 | Ultimo aggiornamento: 27 Marzo 2013 8:46

Il Corriere della Sera: “Terzi lascia, gelo di Napolitano”. Governicchi e governacci. Editoriale di Giovanni Sartori:

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“Mentre il parto del nuovo governo si ingarbuglia sempre più, il presidente di Confindustria, Squinzi, dichiara che «siamo alla fine, non c’è più tempo né ossigeno». Sembra anche a me. E per sostenere questa conclusione vorrei cominciare dal ricordare alcuni antefatti dei problemi che ci affliggono.
Forse molti non sanno che l’Unione Europea (Ue) non comporta l’adozione di una moneta comune (l’euro). I Paesi Eu che hanno adottato l’euro sono 17, mentre i Paesi senza euro sono 10. A parte l’Inghilterra che mantiene la sterlina e che è il caso più importante, sono fuori euro Danimarca, Svezia, Polonia, Ungheria, Romania e altri piccoli Stati. L’Unione Europea nacque quando venne di moda (diciamo così) la «globalizzazione». S’intende che la globalizzazione finanziaria venne da sé, con la tecnologia che la rendeva non solo possibile ma anche ineluttabile. La globalizzazione economica è tutt’alta cosa, avendo in mente, per l’Europa, il modello Stati Uniti.
Il problema è che un sistema federale richiede un linguaggio comune. Gli Stati Uniti parlano l’inglese, la Germania il tedesco, l’India ha ereditato l’inglese, il Messico lo spagnolo, il Brasile il portoghese. L’Europa parla invece circa 22 lingue, che certo non possono alimentare una aggregazione federale. Invece l’Europa può diventare una comunità economica, che oggi è la comunità dell’euro. Ma purtroppo la messa in opera di questa unione è stata frettolosa e insufficientemente pensata. Tutti gli Stati del mondo controllano la propria moneta e si possono difendere, economicamente, con dazi, dogane, e anche svalutando o rivalutando la propria moneta. Così gli Stati Uniti tengono il dollaro «basso» per facilitare le proprie esportazioni. Invece l’Unione Europea è una comunità economica indifesa”.

Una scelta polemica che aggrava la crisi e fomenta le divisioni. La nota politica di Massimo Franco:

“Dire che le consultazioni sono in salita sta diventando un eufemismo, sebbene Pier Luigi Bersani accrediti una qualche possibilità. E non solo per il nulla di fatto emerso ieri pomeriggio dall’incontro con la delegazione congiunta di Pdl e Lega. Gli spazi di manovra del presidente del Consiglio incaricato si stanno riducendo sia sul fronte parlamentare che all’interno del Pd, dove rimane una fronda silenziosa. E le dimissioni polemiche di Giulio Terzi, delle quali il ministro degli Esteri non aveva informato né il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, né il premier Mario Monti, sembrano fatte apposta per fomentare lo scontro. E pensare che il capo dello Stato aveva additato l’esigenza di un’unità nazionale.
Lo scarto di Terzi, invece, arrivato dopo pasticci e errori a catena del governo, si presta ad un uso strumentale e quasi elettorale. Accelera la liquidazione del governo dei tecnici. Cerca di scaricare su palazzo Chigi la responsabilità del comportamento ondivago tenuto sulla vicenda dei due marò italiani rispediti in India. E indebolisce non solo la loro posizione di imputati, accusati di avere sparato, uccidendoli, due pescatori indiani scambiati per pirati. Riporta l’Italia in testa alle notizie dei massmedia mondiali per un altro atto di autolesionismo politico e diplomatico, con un contorno di veleni e di confusione che era bene risparmiarsi. Oggi Monti riferirà al Senato dopo avere assunto l’interim degli Esteri, ma lo sfondo è sconfortante”.

La prima pagina de La Repubblica: “Terzi lascia, caos sui marò”.

La Stampa: “Terzi lascia, l’irritazione del Colle”. I guai dei tecnici che vogliono fare i politici. Editoriale di Luigi La Spina:

“Infierire sarebbe così facile e così meritato che verrebbe voglia di cercare argomenti per difendere il governo e i due ministri competenti (?!), giustificare, in qualche modo, quella che il capo di stato maggiore ha definito, qualche giorno fa, «una farsa» e che, ieri, in Parlamento, ha superato persino i caratteri di un genere drammatico che, pure, ha grandi tradizioni e nobili interpreti. Ricorrere a quelle parole che cominciano tutte con la «s», come sconcerto, stupore, sgomento, sdegno e finiscono tutte con una condanna senza appello”.

Meteorite sul dialogo. L’addio di Terzi galvanizza Berlusconi. Articolo di Ugo Magri:

“Come un meteorite dallo spazio, le dimissioni di Terzi sono piombate sulle trattative di governo, col risultato di sconquassare quel poco che si va costruendo. Dove stia il nesso tra Bersani e i marò, a prima vista non appare. Poiché un conto è il governo dimissionario, di cui il ministro degli Esteri faceva parte; altra cosa dovrebbe essere l’esecutivo futuro… Eppure il legame esiste, dal momento che c’è grande preoccupazione nei palazzi (in particolare sul Colle quirinalizio) dove quasi smoccolando ammettono: «Proprio ora non ci voleva, in un momento peggiore non sarebbe potuto capitare». Il primo impatto sulle consultazioni, viene spiegato, è che il gesto di Terzi genera una nube radioattiva. Di polemiche. Di sospetti. Di rancori. Politicamente, questa vicenda non crea le condizioni ottimali per una Pasqua di concordia”.

Trattativa fino all’ultimo tra offerte a Monti e garanzie al Cavaliere. Articolo di Fabio Martini:

“Ma per 48 ore si negozierà. Non più a tutto campo, perché da ieri sera (con i no unanimi a Bersani dei Gruppi a Cinque Stelle) si è definitivamente chiuso il «forno» Grillo. In compenso, all’ora di pranzo, quando mancavano tre ore all’incontro col Pdl, la trama tessuta dietro le quinte da Pier Luigi Bersani e dal suo amicissimo Vasco Errani verso il centro si era infittita e – se non proprio accogliente – era diventata quantomeno più resistente. Soprattutto per un motivo, importante a quell’ora della giornata: Mario Monti, da giorni disponibile soltanto per larghe intese, aveva fatto sapere di non essere insensibile alla nascita di un governo Bersani. Al punto che dall’entourage del presidente del Consiglio, era trapelata una indiscrezione: se l’operazione Bersani dovesse decollare, Monti potrebbe diventare ministro degli Esteri”

“Un disastro uscire dall’euro”. Scrive Roberto Giovannini:

“«Exo tin evro», «fuori dall’euro», scandiscono alcuni manifestanti per le vie della capitale cipriota, sperando nel ritorno alla vecchia lira che ovviamente è diventato il simbolo dei buoni vecchi tempi in cui le cose costavano poco e tutto andava per il meglio. Probabilmente le cose non andrebbero per il verso sperato, anche lasciando la moneta comune; ma il discorso appare comunque chiuso. Come ha detto ieri il ministro delle Finanze cipriota Mihalis Sarris, l’uscita di Cipro dall’eurozona «non è contemplata» e sarebbe «disastrosa». Resta il fatto che anche stavolta l’Europa ha mostrato che i suoi meccanismi di funzionamento e di decisione devono essere rivisti e aggiornati. Dalla crisi cipriota, però una novità emerge con chiarezza: se finora quando una o più banche saltavano in aria toccava al contribuente del paese interessato pagare il conto (mettendo a debito pubblico l’importo, con sacrifici, tagli, recessione e disoccupazione), stavolta ci hanno rimesso gli investitori e i risparmiatori «ricchi» delle banche coinvolte. Non si tratta di un «modello», come aveva pure detto prima di rimangiarselo il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem”.

Il Fatto Quotidiano: “Marò, dal dramma alla farsa. Terzi spara sul Colle e su Monti”. Lunedì Grasso (con bugie). Editoriale di Marco Travaglio:

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“Nelle quasi due ore di intervista concordata per rispondere ai tre minuti che gli avevo dedicato a Servizio Pubblico, Corrado Formigli e Piero Grasso hanno detto moltissime cose. Tralascio, per palese irrilevanza, quelle dette da Formigli (a parte il rivendicare come “la cosa più normale del mondo” convocare con un tweet notturno un confronto fra la seconda carica dello Stato e un giornalista di un’altra testata, che fra l’altro non frequenta twitter). E passo immediatamente al presidente del Senato, che si conferma purtroppo un pubblico mentitore e approfitta del fatto che i suoi colleghi della Procura di Palermo non possono andare in tv a sbugiardarlo. Se però mi vorrà querelare, sono in molti che verrebbero volentieri a testimoniare sotto giuramento come sono andate le cose e dove sta la verità. Balla n. 1: appello Andreotti. Grasso dice di non aver firmato né “vistato” l’atto di appello della sua Procura contro l’assoluzione di Andreotti in primo grado per motivi squisitamente tecnici, in quanto era stato sentito come testimone e la sua adesione all’appello avrebbe precluso ai giudici la possibilità di risentirlo in appello. È falso. Quando, nell’estate 2000, i procuratori aggiunti Scarpinato e Lo Forte gli consegnano il plico dell’impugnazione, Grasso rifiuta non solo di sottoscriverlo, ma anche di apporre il “visto” rituale, dicendo che non l’ha letto e non c’entra. Un gesto di plateale presa di distanze, che gli vale le lodi sperticate del Foglio di Ferrara e del Velino di Jannuzzi”.

Il Giornale: “Monti naufraga sulla nave dei marò”. Pdl, responsabilità è dire no a Bersani. Editoriale di Alessandro Sallusti:

Ieri la delegazione del Pdl, guidata da Ange­lino Alfano, ha incon­tr­ato il premier incari­cato Bersani. Le posizioni, si apprende, restano lonta­ne anche se da una parte e dall’altrac’è chi continua a sperare. Secondo noi è me­gli­o dire basta a questo bal­lettosenza senso. Avere a cuore il bene del Paese oggi significa, a no­stro avviso, di­re no a Bersa­ni senza ulte­riori esitazio­ni. Punto e ba­sta. Qualsiasi altra soluzio­ne non potrà che essere mi­gliorativa rispetto a quella immaginata dal segretario del Pd, alle prese ormai con un problema personale più che politico. La resisten­za di Bersani sta diventan­do triste e patetica. Se ne faccia una ragione, non sa­rà lui l’uomo della svolta, della ripresa, anche se do­vesse riuscire a superare lo scoglio della fiducia con qualche sotterfugio. Ha sbagliato tutto e continua a farlo, non riconoscendo co­me validi e utili gli otto mi­lioni di voti del centrode­stra e non volendo ricono­scere il diritto a candidare un moderato al Colle per il dopo Napolitano”.