Rassegna Stampa

Marcello Veneziani a Daria Bignardi: “Anche a mia figlia dissero che ero fascista”

Marcello Veneziani a Daria Bignardi: "Anche a mia figlia dissero che ero fascista"

Daria Bignardi (LaPresse)

ROMA – “Cara figlia mia non vergognarti di un papà fascista”, questo è il titolo della lettera a cura di Marcello Veneziani sulle pagine de Il Giornale:

Ritrovo una lettera che scrissi a mia figlia tredi­cenne, la dedico a Daria Bignardi che ha chiesto al grilli­no Di Battista se si vergogna di suo padre «fascista». «Cara Federica, sei tornata da scuola sconcertata perché la professoressa d’italiano ti ha chiamato in disparte e ti ha det­to: hanno scoperto che sei la fi­glia di…, ne hanno parlato in consiglio d’istituto. Te la faran­no pagare. Qui sono tutti dell’al­tra parrocchia. E l’anno prossi­mo che vai al liceo, mi racco­mando, se ti chiedono se sei fi­glia di… nega, dì che è un caso di omonimia. Ti possono fare del male. Non dire ai professori né ai compagni di scuola chi è tuo padre… Cara Federica, non so se la tua professoressa abbia esagerato, soffra di mania di perse­cuzione oppure no. A me sembra impossibile che succedano oggi queste cose. Mi sembra impossibile che in una società liberale e indifferente, cinica e buonista, aperta a ogni diversità, che non crede praticamente in niente, ci sia qualcuno che crede ancora all’esistenza del diavolo di destra. Un male per giunta genetico, razziale, ereditario, se ricade su di te, ignara tredicenne, solo perché sei mia figlia.

Mi hai raccontato che un gruppo di tuoi compagni di scuola ti ha accolto una volta con canti e slogan antifascisti. E mi hai raccontato di un amico che è venuto a trovarti a casa e si è meravigliato di trovare così tanti libri in casa di un “fascista”, e per giunta molti libri su Che Guevara. Non conosceva gli altri autori, ma ce ne sono tanti di tanti diversi orientamenti. Ma a loro avevano raccontato che i fascisti leggono solo le massime di Hitler e in casa non hanno libri, solo manganelli. Per fortuna non hanno scoperto che tuo fratello è nato lo stesso giorno di Mussolini, un segno evidente di neo-fascismo ereditario.

No, Federica, non credere alla tua professoressa e nemmeno ai tuoi compagni.

Non devi nascondere di essere mia figlia.

Non devi vergognarti di tuo padre. Non solo perché non ci si vergogna mai dei propri padri, dei loro limiti, dei loro errori e della loro povertà. Ma anche perché non hai nulla di cui vergognarti. Devi sapere, Federica, che sarebbe stato assai tanto più facile per tuo padre professare altre idee. Avrebbe avuto la vita più facile se avesse scelto la via opposta. All’università, nei giornali, sui libri, nella vita. Oggi a te chiedono di buttarla sull’omonimia; ieri a lui, e non solo a lui, chiedevano di firmare gli articoli con lo pseudonimo. Eppure tuo padre non ha mai ucciso, picchiato e minacciato nessuno.

Non ha mai impedito a nessuno di esprimere le sue idee. Non ha mai derubato, corrotto e truffato nessuno, semmai ne è stato vittima. Non ha mai discriminato e rifiutato il dialogo con nessuno. Non ha nemmeno solo teorizzato di eliminare gli avversari né ha mai sottoscritto manifesti di cui debba vergognarsi. Non ha cambiato casacca, e nutre le stesse idee che aveva da ragazzo. Non è rimasto imbalsamato ma non è pentito di nulla, non ha dovuto rimangiarsi nulla e si professa “di destra”, per quel che può valere, oggi come allora.

Tuo padre ha creduto in idee che tu potrai liberamente accogliere o rifiutare, ma che hai il dovere di rispettare: perché sono idee e non mazzate, sono pensieri scontati sulla propria pelle e non su quella altrui. Un giorno capirai che l’amore aspro per la libertà, anche trasgressiva, era più dalla parte di tuo padre, “il fascista”, che dei suoi censori. Che gli negavano la libertà d’opinione nel nome della stessa. Alcuni lo fanno ancora adesso. No, Federica, non dire che è un caso di omonimia. Non ti chiedo di essere orgogliosa di tuo padre, ma di non nascondere le tue origini. Oltretutto un po’ mi somigli, anche se la cosa ti fa inorridire. Non ci si deve vergognare dei propri padri» (…)

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