Giulio Napolitano. Marco Travaglio: ricatti rivelati da intercettazioni? Aveva le chiavi del cuore di papà Giorgio

Pubblicato il 11 luglio 2015 10:56 | Ultimo aggiornamento: 12 luglio 2015 9:57
Marco Travaglio a Giorgio Napolitano, 5 punti: ricatti, intercettazioni, libertà di stampa...

Giorgio Napolitano: quando era presidente della Repubblica…

ROMA – Marco Travaglio dedica al giudizio di Matteo Renzi su Enrico Letta (“Non è capace, non è cattivo, non è proprio capace”) il suo editoriale sul Fatto di sabato 11 luglio 2015. Il Fatto ha pubblicato venerdì 10 luglio le parole di Renzi, raccolte dalla Procura della Repubblica di Napoli che intercettava il generale della Guardia di Finanza Michele Adinolfi per una inchiesta su una fuga di notizie da parte dello stesso Adinolfi, poi archiviata. Michele Adinolfi è stato insediato il 6 luglio 2015 alla carica di vice comandante della Guardia di Finanza. (Al proposito Marco Travaglio si chiede: 

“Resta da capire come possano ora il comandante generale Saverio Capolupo e Adinolfi convivere sulle due poltrone più alte della Guardia di Finanza, visto che il secondo accusava il primo di aver ottenuto la carica” grazie al timore provato nei suoi confronti dagli “allora presi-denti della Repubblica e del Consiglio” Letta, come spiegato più avanti.

Nelle parole di Renzi a Adinolfi pubblicate dal Fatto ci sono anche parole pesanti nei confronti dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di suo figlio Giulio Napolitano che aggiungono luci inquietanti su Napolitano e famiglia al giudizio negativo sulla attività politica di Napolitano (salvataggio di Berlusconi, Governo Monti, continue interferenze nella attività del Parlamento) che il conformismo della sinistra italiana ha sempre velato ma che ha segnato in negativo la fine del “ventennio berlusconiano” tanto auspicata e alla fine molto poco risolutiva.

Le reazioni della famiglia Napolitano si sono così aggiunte a quelle di Enrico Letta (quelle di Renzi, ha detto, sono parole “che si commentano da sole” anche se, è giusto aggiungere, chi ha memoria della breve e infelice vita del Governo Letta non può che condividere il giudizio di Renzi), scatenando la reazione di Marco Travaglio:

“Giulio Napolitano si riserva di querelare i “commensali” della “conversazione da taverna”. Viceversa l’ex presidente Giorgio Napolitano, anziché ringraziare il Fatto per avere svelato quegli intrighi alle sue spalle e avergli svelato il pensiero del premier sul suo conto, ci attacca per aver fatto il nostro dovere: dare notizie. Invece di prendersela con chi si esprimeva in quei termini su di lui e su suo figlio, giunge ad attribuirci “menzogne e intimi dazioni”, ad accusarci di “imbastire una grossolana, ignobile montatura ”su “intercettazioni giudiziarie acquisite e pubblicate in modi di assai dubbia legittimità” e a minacciare di azioni legali non chi diceva quelle cose, ma noi che ne abbiamo informato i nostri lettori (lui compreso).

“Proviamo a schiarirgli le ideeprima che lo facciano i suo ilegali.

1) Le eventuali “menzogne e intimidazioni” appartengono a chi quelle cose ha detto, non a chi le ha riportate, quindi si rivolga non a noi, ma all’entourage del premier da lui nominato.

2) Non c’è nulla di illecito nell’acquisizione e pubblicazione di quelle intercettazioni, depositate agli avvocati di un’inchiesta conclusa, e dunque non più segrete.

3) L’“ingiuriosa ”ipotesi che lui potesse “essere oggetto di ricatti” non l’abbiamo formulata noi, ma i personaggi sopra citati, tutti a lui piuttosto noti.

4) Quella che lui definisce“grossolana e ignobile montatura” si chiama informazione ed è tutelata dall’articolo 21 della Costituzione.

5) Se poi Napolitano ama farsi insultare da rappresentanti delle istituzioni, oppure non vuol sentire né sapere, non è affar nostro. Anzi, un pochino lo è.

Le battute contro Giorgio Napolitano nascono, nella telefonta fra  Matteo Renzi e Michele Adinolfi, quando gli allora già segretario del Pd e non ancora primo ministro e comandante della Guardia di Finanza per la regione Toscana-Emilia parlano della possibilità che Enrico Letta lasci spontaneamente il posto a Renzi:

“Matteo confida di aver proposto a Enrico il Quirinale: essendo “un incapace”, “sarebbe perfetto ”come presidente della Repubblica. Ma bisogna attendere che compia 50 anni nel 2016, e Re Giorgio “non ci arriva… me l’ha già detto…nel 2015 vuole andare via””.

 

La parte relativa al figlio del presidente della Repubblica, Giulio Napolitano, emerge da una intercettazione fatta in un noto ristorante di Roma, la Taverna Flavia, proprio dietro il ministero delle Finanze e a poche centinaia di metri dal Quirinale, A tavola con l’allora indagato Adinolfi, Luca Lotti (intimo di Renzi, oggi suo factotum nel Governo) e Mario Fortunato, che fu capo di gabinetto di Giulio Tremonti quando era ministro dell’Economia. Lotti e un altro fedelissimo di Renzi,  Dario Nardella (suo successore sindaco di Firenze),

“si dannano l’anima per bloccare la proroga biennale (poi decisa dal morente governo Letta) del generale Saverio Capolupo a comandante generale della Finanza e piazzare al suo posto Adinolfi. […] È in questo contesto che, il 5 febbraio 2014, una settimana prima del ribaltone Letta-Renzi, Nardella cena con Adinolfi alla Taverna Flavia di Roma. Lì il generale descrivelo strapotere del figlio di Napolitano (“Giulio oggi a Roma è tutto”). Nardella conferma (“è fortissimo”, per la sua influenza sul padre), accenna a sue “consulenze dalla Pubblica amministrazione” e rivela di aver parlato di suoi presunti altarini con la Santanchè (“prima o poi verrà fuori, se lo sa la Santanchè, vabbè ragazzi”).

È lì che l’alto ufficiale dice di Giulio che “bisogna passare da lui per arrivare” al Colle. […] Poi c’è una telefonata del presidente della Confindustria Sicilia (oggi indagato per mafia) Antonello Montante, che spiega la proroga di Capolupo col fatto che “ha in mano tutto del figlio di Napolitano, tutto: me l’ha detto Michele”, cioè Adinolfi. E infine c’è Fortunato, che insulta l’allora capo dello Stato (“pezzo di m….”) e accenna a sue presunte pressioni per “far passare provvedimenti per l’università che stavano a cuore al figlio”, cioè a Giulio, docente a Roma Tre dov’era preside lo zio Guido Fabiani, marito della sorella di Clio Napolitano, dunque cognato del presidente”.