Marco Travaglio. Giornale e Tg Unici: lodi al renzismo, manganello alle opposizioni

Pubblicato il 15 febbraio 2015 8:58 | Ultimo aggiornamento: 15 febbraio 2015 9:11
Marco Travaglio. Giornale e Tg Unici: lodi al renzismo, manganello alle opposizioni

Marco Travaglio al curaro contro i giornalisti italiani

ROMA – Marco Travaglio se la prende con i giornali italiani e con la loro indomabile aspirazione al regime. Marco Travaglio usa argomenti purtroppo convincenti e esempi disarmanti per dimostrare come, al di là della rivelazione di Reporter Sans Frontières che l’Italia nel 2014 ha perso altre 24 posizioni nella classifica sulla libertà di stampa, precipitando fra Moldavia e Nicaragua, ci sia una spinta tutta autonoma, autoctona, al servilismo.

Sostiene Marco Travaglio che la colpa della retrocessione di  Reporter Sans Frontières è “delle minacce della mafia, mica della politica”. La politica

“anche volendo, non saprebbe chi intimidire. Il Giornale Unico e il TgUnico sono sempre tesi a laudare le magnifiche sorti e progressive del renzismo e a manganellare le opposizioni che da un paio di giorni, incredibilmente, hanno iniziato a opporsi.

Matteo Renzi, nottetempo, fra il lusco e il brusco, scassina la Costituzione a colpi di maggioranza, anzi di minoranza al netto del premio-Porcellum e dei voltagabbana, mentre gli italiani sono ipnotizzati dal Festival di Sanremo, […] per poi lanciare il tweet guappesco “Un abbraccio a #gufi e #sorciverdi”, dove manca solo l’emoticon col gesto dell’ombrello. E, finita la kermesse, medita di lanciare la campagna di Tripoli come i generali argentini che, per distrarre la gente dalla crisi, invasero le Falkland. […]

I media narrano l’epica lotta fra l’eroico Davide-Renzi e l’odioso Golia delle opposizioni. Cronache da Istituto Luce sugli insonni ministri che vegliano sui destini della Patria “fino alle 2,45 di notte”, con madonna Boschi [Maria Elena] che, tenerissima, “si consola mangiando un cioccolatino” (Corriere).

Titoli di irresistibile umorismo involontario: “Renzi: ‘No a ricatti altrimenti si va alle urne’” (Repubblica). Cioè: mentre dice no agli inesistenti ricatti altrui (si chiamano “opposizione”), ne fa uno lui, minacciando lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate (che competono al capo dello Stato). Un po’ come se dicesse: “Basta razzismo sugli sporchi negri”.

Intanto, a 10 anni dall’“abbiamo una banca?” di Piero Fassino, Consob e Procura di Roma indagano per l’insider trading su banca d’Etruria, vicepresieduta da papà Boschi, prima e dopo il decreto di Pulcinella sulle popolari. E subito il Corriere della Sera pubblica l’agiografia edificante di Boschi il Vecchio: “ponte con gli agricoltori”, “cattolico impegnato e riservato come la figlia ministro”. Talmente riservata che si fa intervistare e fotografare dappertutto.

Il Foglio scova un altro santo renziano, di “famiglia cattolica e padre cattolico”: Marco Carrai, l’affarista fiorentino che ha passato metà dei suoi 40 anni col più famoso Coetaneo, per via di “un’empatia fenomenale”. E contagiosa, visto come riduce l’intervistatore (si fa per dire) Salvatore Merlo. Che in lui vede modestamente “il Richelieu”.

Poi però inizia a lavorarlo ai fianchi: “Gli chiedo brutalmente: ma che lavoro fai oggi? ‘L’imprenditore’, risponde. E alzando lo sguardo incontro due occhi vivaci e mobilissimi di 39enne brevilineo”. O diversamente watusso, ecco. “Scrupoloso nei gesti, il volto segnato da una cicatrice sul labbro superiore, unico segno visibile di sofferenze passate e mai dimenticate, che però gli dà carattere… Con un non so che di carezzevole, di giovane… Attento, d’un’eleganza asciutta, di taglio inglese, come sono certi fiorentini di buona famiglia: la giacca di lana blu gli cade morbida sulle spalle e sul gilet, ton sur ton, camicia celeste, l’orologio d’oro quasi non si vede… Uomo mite, cordiale, sembra non abbia trovato in tutta la vita un solo affare o interesse, o passione, che non gli abbia avviluppato l’anima come un serpente”.

Perbacco. “Parla col garbo di una fierezza temperata di humour, una cadenza toscana non esibita, ma presente”. Ma ecco il kappaò finale. Brutalmente: “A pranzo mangi?… Lui mi guarda con un’espressione dolce e rassegnata, quella con cui si ascoltano gli avulsi… Lo lascio così, che ancora sorride, e ha l’aria di chi si sente preso per il gomito dalla buona sorte e si lascia fiduciosamente sospingere verso gioiose scadenze”. Non s’è più riavuto”.