Marco Travaglio ha torto a illudersi su Santoro. Paolo Flores d’Arcais incita

Pubblicato il 22 Ottobre 2014 7:59 | Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre 2014 7:59
Marco Travaglio ha torto a illudersi su Santoro. Paolo Flores d'Arcais incita

PaoloFlores d’Arcais: Marco Travaglio ha torto a illudersi su Santoro.

ROMA – Marco Travaglio ha torto, sostiene Paolo Flores d’Arcais in un commento diffuso on line con la newsletter di Micromega:

“Il torto di Marco Travaglio nella sua disputa con Santoro”.

Non è che Marco Travaglio abbia torto perché la sua requisitoria contro il presidente della Liguria Claudio Burlando sulle responsabilità della alluvione a Genova sia sbagliata. Ha torto perché si illude che ci sia ancora spazio, in televisione, quanto meno nei talk show, per l’informazione sui fatti e non solo per le opinioni gabellate er fatti.

In realtà ha torto anche Paolo Flores, quando contrappone il decaduto mondo di oggi a una età dell’oro dell’informazione: forse perché in quella età d’oro i fatti passati per informazione erano più vicini a quel che pensava lo stesso Flores o forse perché, studiando e insegnando filosofia, non ha mai fatto il giornalista sul campo.

Marco Travaglio, scrive Paolo Flores d’Arcais, ha evidenziato il motivo del suo contendere con Santoro in questi termini:

“Esiste ancora nel talk show uno spazio indipendente per il talk inteso come racconto di fatti veri al riparo dallo show, cioè del pollaio gabellato per ‘contraddittorio’ e ‘ascolto’ dove chi ha torto e mente passa dalla parte della ragione e della verità? (…) Prima di domandarsi se il collaboratore fa la pace col conduttore e torna a bordo, andrebbe sciolto un rebus: cosa rimane, del giornalismo come lo conosciamo tutti, nei talk show?”.

Nulla, ovviamente. Ma la degradazione della verità di fatto a mera opinione, e dunque la correlativa santificazione di ogni menzogna a opinione che vale quanto l’altra, non è questione che mette a repentaglio solo il giornalismo, bensì costituisce in sé un colpo durissimo e diretto assestato contro la democrazia in quanto tale.

Dunque Marco Travaglio ha torto a “minimizzare” come problema del giornalismo qualcosa che riguarda invece l’essenza stessa della democrazia: Santoro, trattando Travaglio – che cerca ostinatamente di dare voce alle modeste verità di fatto – come un “opinionista” alla stregua dei Burlando, Santanchè, Brunetta, Minzolini, Fassino/a e altri habitué del pollaio/ring (mentre è uno dei pochissimi cronisti, cioè trascrittori fedeli di fatti, che ancora restino nel giornalismo italiano), spaccia overdose di una convinzione per la democrazia mefitica e micidiale.

Hannah Arendt lo ha spiegato in modo definitivo già mezzo secolo fa, dimostrando e sottolineando che mettere sullo stesso piano le opinioni, inevitabilmente soggettive e arbitrarie, con le verità di fatto significa già compiere un passo cruciale verso il precipizio del totalitarismo.

Nel saggio “Verità e politica”: “La libertà di opinione è una farsa a meno che l’informazione fattuale non venga garantita e i fatti stessi siano sottratti alla disputa”.

E’ quanto cerca di fare (e fa) ostinatamente Marco Travaglio, cui non riesce di confondere – come avviene invece a tutti i conduttori televisivi – l’imparzialità (che significa il riconoscimento sovrano delle modeste verità di fatto) con l’equidistanza (che significa che se in una giornata di sole Burlando sostiene contro Travaglio che piove, vuol dire “pioggia qua e là, bello altrove”, se poi la “disputa” è tra due politici, e sia Burlando sia Scajola sostengono che piove, pioggia è, al di la di ogni ragionevole dubbio).

Opinioni e verità di fatto sono di natura radicalmente eterogenea, tanto è vero che “nessuna epoca passata ha tollerato tante opinioni diverse su questioni religiose o filosofiche; la verità di fatto, però, qualora capiti che si opponga al profitto e al piacere di un dato gruppo, è accolta oggi con un’ostilità maggiore che in passato”. Ecco perché la resistenza delle modeste verità di fatto alla loro assimilazione a mere opinioni, resistenza che dovrebbe essere l’abc morale di ogni giornalista e insieme il suo più elementare ferro del mestiere, costituisce più che mai la cartina di tornasole dello stato di salute o di estinzione di una democrazia.

Dunque, ecco perché mi auguro che Marco Travaglio continui a difendere quei pochi minuti di verità fattuali e di giornalismo che ancora albergano nello show di Santoro, ormai indistinguibile da quelli di Vespa&Co.
Naturalmente, come osservava amaramente Hannah Arendt “le probabilità che la verità di fatto sopravviva all’assalto del potere sono davvero esigue”. A ciascuno di noi, secondo le sue possibilità, fare in modo che aumentino. Chi tace acconsente”.