Marco Travaglio: I politici non pagano mai, solo alle elezioni

Pubblicato il 1 Marzo 2015 7:54 | Ultimo aggiornamento: 1 Marzo 2015 7:54
Marco Travaglio: I politici non pagano mai, solo alle elezioni

Marco Travaglio: i politici non pagano mai, ma alle elezioni sì

ROMA – “Ma i politici quando pagano?” si chiede Marco Travaglio, ben sapendo che la risposta è mai se  non alle elezioni. L’elenco delle malefatte dei politici è lungo e gli esempi che ricorda Marco Travaglio bastano a farci ribollire il sangue ma non esauriscono lo scandalo: dalle quote latte al salvataggio Alitalia, dalle scorie nucleari alla legge Fornero.

I politici non pagano mai perché se la cantano e se la suonano e le leggi se le fanno da soli, tutti assieme nel comune interesse. Per questo, avverte Marco Travaglio, “un posto dove fargliela pagare ancora c’è: la cabina elettorale”.

Prima di arrivare a questa conclusione, Marco Travaglio offre una analisi, molto sua e molto dalla parte dei magistrati, della

“cosiddetta riforma della responsabilità civile dei magistrati” prendendo un esame “alcuni aspetti, collaterali ma mica tanto.

1) Il ministro Andrea Orlando che ha firmato la porcheria è lo stesso che ha dato il suo nome alla presunta riforma del processo civile, fondata su un principio condivisibile a prescindere dagli strumenti usati per perseguirlo: introdurre filtri di ammissibilità per sfoltire le cause eliminando in partenza le liti temerarie. Finora, nella legge Vassalli sui giudici, quel filtro già c’era, per evitare che i soliti grafomani, maniaci di persecuzione o mascalzoni che perdono un processo intasino i tribunali di denunce pretestuose contro i loro giudici: ora quella volpe di Orlando l’ha abolito. Risultato prevedibile: un’alluvione di nuove cause si abbatterà sui tribunali, insieme a una cascata di istanze di ricusazione e di astensione contro i magistrati denunciati, che dovranno astenersi dai processi e passarli a colleghi che a loro volta potranno essere citati, in un gioco dell’oca infinito che farà perdere un sacco di tempo alla giustizia e di soldi allo Stato, cioè ai cittadini. Il governo con una mano deflaziona il contenzioso e con l’altra le raddoppia. E nel Paese dei tre gradi di giudizio, anziché levarne uno, ne aggiunge un quarto: quello del condannato che processa il suo giudice.
2) L’assunto di partenza “i giudici devono pagare come tutti gli altri” non sta in piedi. Sia perché i giudici già pagano (dei loro reati rispondono ai tribunali penali, come gli altri cittadini, esclusi i parlamentari; degl’illeciti disciplinari al Csm; degli errori commessi per dolo o colpa grave allo Stato, che si rivale su di loro in caso di condanna per errori giudiziari inescusabili). Sia perché i giudici non sono come tutti gli altri: qualunque professionista, quando fa bene il suo mestiere, viene ringraziato, a volte premiato, e comunque accontenta tutti; il giudice invece quando fa il suo dovere scontenta sempre qualcuno.
Nel civile, può essere denunciato da chi ha perso la causa. Nel penale, se condanna, può essere denunciato dall’imputato; e, se assolve, dalla parte civile. Perciò nessuno deve poterlo chiamare a rispondere dei suoi atti, se non – com’è già ora, magari con qualche correttivo – quando sbaglia apposta o per ignoranza crassa. Il che accade molto raramente, tant’è che per trovare un errore giudiziario Renzi ha dovuto riesumare il solito caso Tortora 30 anni dopo (la favoletta di Vittorio Emanuele di Savoia vergine e martire non se la beve nessuno).
3) Anche la scusa “ce lo chiede l’Europa” è una balla: l’Europa non chiedeva affatto di aprire la caccia al giudice, ma solo di inserire fra gli errori togati sanzionabili civilmente la violazione delle norme comunitarie: si poteva farlo con un emendamento di due righe alla Vassalli.
4) Con che faccia la classe politica più incapace e perniciosa d’Europa dà lezioni alla magistratura più laboriosa d’Europa? Se “ora pagano anche i giudici”, i politici quando pagano? A quanto ammonta la responsabilità civile della Lega Nord, che illudendo per anni gli allevatori padani di poter fare i loro comodi sulle quote latte, ora costa allo Stato il deferimento europeo per 1,3 miliardi di multe non pagate? Paga, Salvini? No, Pantalone.

E le centinaia di milioni che paghiamo all’Europa per lo stato miserevole delle carceri, chi li paga: i politici che non costruiscono nuove prigioni e non restaurano quelle cadenti per avere il pretesto di indultarsi e amnistiarsi ogni due per tre? No, Pantalone.

E le centinaia di procedure di infrazione per l’Italia in Europa per un totale provvisorio di 3,5 miliardi a causa delle inadempienze, illegalità e insipienze dei nostri governanti, senza contare le 120 ancora aperte (record assoluto) sulle materie più disparate – dall’emergenza rifiuti ai debiti della PA con i fornitori, dalle scorie nucleari agli orrori dell’Ilva – chi paga?

I premier, i ministri, i leader di partito, i parlamentari? No, Pantalone.

E i 4 miliardi gettati per coprire i debiti della bad company Alitalia? E i 5 miliardi per il non-smaltimento della monnezza in Campania? E i danni patiti dai 300 mila esodati creati dalla legge Fornero?”