Marco Travaglio a Michele Santoro: “Molto show poco talk”. A Burlando e Merlo…

a cura di Sergio Carli
Pubblicato il 19 Ottobre 2014 10:22 | Ultimo aggiornamento: 19 Ottobre 2014 10:55
Marco Travaglio a Michele Santoro: "Molto show poco talk". A Burlando e Merlo...

Marco Travaglio a Michele Santoro: “Molto show poco talk”.

ROMA – Si allarga la spaccatura fra Marco Travaglio e Michele Santoro dopo il dramma consumato in diretta giovedì sera nello studio di Servizio pubblico, il programma trasmesso dalla 7 e condotto da Michele Santoro.

Sul Fatto di domenica 19 ottobre 2014, Marco Travaglio dà la sua spiegazione dell’episodio, culminato sua nella drammatica uscita di scena, fisicamente e letteralmente.

Sabato Marco Travaglio aveva già affrontato l’argomento con un altro editoriale; nella giornata di sabato c’era stato chi aveva garantito che Travaglio e Santoro avrebbero fatto pace. C’era anche stato un mezzo ramoscello un po’ spinoso sporto da Santoro. Con l’articolo di domenica, Travaglio sembra voglia allargare l’intercapedine.

Il titolo dice tutto:

“Molto show, poco talk”.

Con l’occasione, non risparmia una randellata anche a Francesco Merlo, di Repubblica, giornale con cui Marco Travaglio ha avuto un complesso e tormentato rapporto.

In tutto l’articolo manca un nome, quello di Michele Santoro, ma basta riempire i puntini sospesi nell’aria. Altro nome che Marco Travaglio non fa è quello di Claudio Burlando, presidente della Liguria in uscita, abile navigatore della politica e approdato, da una sezione di periferia oltre Lanterna del Pci alle sponde del renzismo dell’ultima ora. Claudio Burlando in queste ore assume sempre più i caratteri del simbolo del disastro di Genova, per tutta una serie di responsabilità, oggettive e politiche e poi per una minaccia ai giornalisti (“farete una brutta fine”) degna del peggior Pavolini (Beria, il suo verosimile antico modello, non aveva bisogno di minacciare: agiva).

Marco Travaglio parte stupendosi dello stupore di chi si è stupito della sua indignazione

“davanti allo scempio di una città e di una regione malgovernate da decenni che quasi ogni anno contano i morti e all’ipocrisia dei responsabili che cementificano tutto e poi pontificano in tv col culetto al caldo nei loro salotti?

Davvero parlare di queste porcate chiamandole col loro nome e chiedendone conto a chi le ha fatte è violazione del bon ton e rifiuto del contraddittorio?

Davvero è bestemmiare gli angeli invitare uno spalatore diciassettenne a guardare il faccione sformato di chi l’ha costretto e sempre lo costringerà a spalare e a pretenderne spiegazioni anziché farsene ipnotizzare?

Non sarà che il problema è opposto a quello agitato dalle suorine delle buone maniere e della linesotis delle presunte regole e cioè che nessuno ha mai detto in faccia a questi sepolcri imbiancati (di calce) quel che si meritavano, aiutandoli a rimpinzarsi di voti e di soldi a suon di grattacieli, palazzi-alveare, parcheggi, ipermercati, porti turistici, dando fra l’altro un sacco di lavoro ai giudici e ai secondini?

Se i colpevoli sono tutti al potere, convertiti in tarda età al renzismo per rottamare non si sa chi, è anche perché troppa gente si lascia abbindolare dai diversivi retorici tipo “angeli del fango” che, intendiamoci, fanno benissimo e vanno ringraziati, purché però non si prestino a distrarre l’attenzione dai portatori del fango.

Quanto a me, attendo che qualcuno mi dica un solo fatto non vero tra quelli che ho ricordato giovedì.

Ma temo che anche stavolta, come sempre dal Satyricon di Luttazzi nel 2001, la domanda resterà inevasa.

Molto più facile dipingere i fatti come “insulti” e le critiche come “rissa”, anche se me ne sono andato proprio per evitare di trascendere davvero negl’insulti e nella rissa.

Restare calmi e zitti in quella bolgia di bugie e ipocrisie è un’impresa che può riuscire ai figuranti da talk show, marionette senza sangue che s’incazzano e si placano a comando, poi vanno a farsi due spaghi insieme.

Io, quando sento certe balle e vedo certe facce, mi indigno per davvero, specie se ci sono morti che chiedono giustizia. Chi insinua dissensi politici fra il conduttore renziano e il collaboratore grillino, risentimenti per l’ora tarda, nervosismi da share, gelosie da primedonne, mente per la gola.

La questione è un po’ più seria. Esiste ancora nel talk show uno spazio indipendente per il talk inteso come racconto di fatti veri al riparo dallo show, cioè del pollaio gabellato per “contraddittorio” e “ascolto” dove chi ha torto e mente passa dalla parte della ragione e della verità solo perché se ne sta comodo a cuccia, certo dell’impunità politica che gli consente di sgovernare da 30 anni, in una notte dove tutte le vacche sono nere?

Prima di domandarsi se il collaboratore fa la pace col conduttore e torna a bordo, andrebbe sciolto un rebus: cosa rimane, del giornalismo come lo conosciamo tutti, nei talk show?

Resterebbe da parlare del solito Francesco Merlo che, in perfetta simbiosi col mèchato di Libero, mi accusa su Repubblica di essermi “illividito da maramaldo in cattiverie biografiche contro Burlando”, anzi “il povero Burlando”, dopo una vita di “tv dell’insulto” (ma quali? me ne dica uno) “senza contraddittorio, senza risposte né domande, chiuso e protetto nel recinto del monologo sprezzante”.

Questo presunto giornalista di cui sfuggono le notizie e soprattutto i lettori (quando Repubblica testava con sondaggi le sue firme più lette, Merlo guadagnava sempre l’ultima posizione), questo finto frondeur che si crede Sciascia e Brancati solo perché è nato in Sicilia Orientale e passa il tempo a intrecciare merletti barocchi senza mai prendere posizione, se non per bastonare chi si oppone al sistema, non ha mai visto una puntata di Annozero e Servizio Pubblico.

Sennò saprebbe che in 8 anni ho risposto a migliaia di domande e affrontato centinaia di contraddittorii, senza che nessuno riuscisse a smentire una sola mia parola. Piuttosto, quando mai il Merlettaio s’è sottoposto al contraddittorio? Perché non chiede al direttore di Repubblica di affiancare ai suoi articoli una replica del primo che passa? Forse perché già conosce la replica: “Ma chi è questo Merlo?”