Marco Travaglio a Michele Santoro: non sarà “rosso di sera” ma c’è bisogno di te

Pubblicato il 20 giugno 2015 9:34 | Ultimo aggiornamento: 20 giugno 2015 9:34
Marco Travaglio a Michele Santoro: non sarà "rosso di sera" ma c'è bisogno di te

Michele Santoro in diretta da Firenze

ROMA – Marco Travaglio dedica a Michele Santoro un appassionato onore delle armi, nel suo editoriale sul Fatto di sabato 20 giugno 2015, provocatoriamente intitolato “Michele chi”:

“Sento giusto, e forse anche doveroso, prendermi la libertà di scrivere di lui e di ciò che rappresenta per l’ informazione, la televisione, la politica, la società italiane, ma soprattutto per me”.

Le ultime parole sono in linea

“Grazie, Michele. Comunque la pensiamo, c’ è ancora bisogno di te”.

La scelta del momento, spiega Marco Travaglio, coincide con il saluto al pubblico in diretta da Firenze di Michele Santoro come conduttore di talk show, avvenuto giovedì 18 giugno 2015:

5 x 1000

“S’è chiuso un lungo ciclo e se ne apre un altro ancora tutto da immaginare”.

Qui ha inizio il lungo percorso, a partire dalla “prima volta”, vent’anni fa, a metà degli anni 90. Michele Santoro

“lavorava a Mediaset con Moby Dick . Aveva spedito Riccardo Iacona a Torino, dove io vivevo, a occuparsi dei maneggi di Luciano Moggi. Riccardo mi intervistò per una puntata che anticipò Calciopoli, poi Michele mi invitò in redazione a Roma per propormi di diventarne il coordinatore. L’ offerta dell’ inventore del talk show moderno, che già allora vantava decine di imitazioni, era lusinghiera. Ma la rifiutai, perché la tv non era il mio pane e non mi sentivo in grado, preferendo restare nella carta stampata; ma anche perché a Mediaset non mi andava proprio di lavorare, convinto com’ ero che il conflitto d’ interessi non fosse affatto sfumato col passaggio di Berlusconi all ’ opposizione.
Michele invece pensava ingenuamente (lo so, è difficile immaginarlo, ma è anche ingenuo) che Berlusconi fosse politicamente finito e Mediaset fosse diventata una televisione come le altre, interessata a competere sul mercato e a coprire anche la fascia sinistra del pubblico. Un posto normale dove lavorare dopo che la Rai veltroniana di Enzo Siciliano ( “ Mi – chele chi? ” ) l ’ aveva gentilmente accompagnato alla porta.
Si rese presto conto che non era così: gli bastò fare qualche puntata sul caso Previti e sul caso Dell’Utri, salvati entrambi dall’ arresto dal centrosinistra bicameral-inciucista, per essere simpaticamente messo in un angolo. Fortuna volle che alla presidenza Rai fosse nel frattempo arrivato Roberto Zaccaria, che lo riaccolse nel 1999: prima con un programma mensile e itinerante su Rai1, Circus , poi con un nuovo talk settimanale nella Rai2 di Carlo Freccero, Il raggio verde .
Di Circus fui ospite nella primavera 2000, alla nascita del governo Amato, per riepilogare il curriculum del cosiddetto Dottor Sottile, il che mi creò parecchie noie con il giornale per cui lavoravo, Repubblica.
A Il Raggio verde Santoro mi invitò subito dopo la mia partecipazione al Satyricon di Daniele Luttazzi, dove parlai per la prima volta in una tv generalista dei rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e la mafia scatenando le ire del berlusconismo rimontante, qualche settimana prima il ritorno a Palazzo Chigi del Caimano. Fu una punta memorabile, con Vittorio Feltri, Vauro e Vincino, Dario Fo e Franca Rame, Miriam Mafai e Sabina Guzzanti in studio, e la telefonata in diretta di Indro Montanelli, l ’ ultima volta in cui la sua voce ormai malferma comparve in un programma Rai.
Era chiaro a tutti che i nuovi padroni del vapore (con la complicità di quelli vecchi e della loro coda di paglia lunga chilometri) avrebbero cacciato dal video chiunque avesse osato sfiorare il tema Berlusconi-mafia, ripescando e rilanciando il sasso che Luttazzi aveva gettato nello stagno anziché lasciarlo annegare nel silenzio della morta gora. E infatti furono in pochi a condannarsi consapevolmente a morte televisiva sicura: Biagi, Freccero e Santoro con la sua squadra, Ruotolo in testa, oltre naturalmente a Daniele e a un pugno di satiri.
Dieci mesi dopo, l ’ editto bulgaro sancì ufficialmente un’ epurazione decisa da tempo.
Ancora una volta Michele si dimostrò ingenuo: passava le sue giornate ad aspettare che l’ opposizione (inesistente) del centrosinistra compiesse un gesto eclatante per denunciare lo scempio che la Rai di regime stava perpetrando, cancellando l ’ uno dopo l ’ altro alcuni fra i programmi più amati dal pubblico. Uno scempio che puntava non tanto a eliminare gli avversari politici del governo, quanto piuttosto a sterminare i talenti che, proprio in quanto tali, hanno un proprio pubblico e dunque possono permettersi uno spazio di autonomia che agli altri è negato.
Al posto de Il Fatto di Biagi, le comiche di Max e Tux, poi Pigi Battista e infine tal Riccardo Berti. Al posto di Santoro e Sciuscià, una serie di conduttori senz ’ arte né parte di cui non resta neppure il ricordo. Una lezione per tutti, colpirne uno o due o tre per educarne cento, mille, diecimila. Funzionò: la censura divenne addirittura inutile, sostituita dall ’ autocensura di chi non voleva rischiare, per molto meno, di finire come i mostri sacri cacciati.
Naturalmente l’opposizione (a parte quella vera: i Girotondi) se ne fregò, anzi si rimise prontamente al tavolo del regime in cambio del solito piatto di lenticchie. E Santoro, ancora una volta ingenuamente, le regalò il suo prestigio con la candidatura al Parlamento europeo, nell’ illusione di portare a Strasburgo e a Bruxelles una battaglia che la sinistra italiana non voleva combattere né in Italia né in Europa.
A rimandarlo in onda, dopo il gesto generoso di Celentano a Rockpoik , fu una sentenza di tribunale. E l’ avventura ricominciò, con il sottoscritto e tanti altri a bordo di una scialuppa di salvataggio, anzi di un’ arca di Noè che ospitava personalità ed esperienze diverse, spesso anche opposte, che infatti spesso litigavano ma sempre condividevano un percorso comune di rispetto, di amicizia e soprattutto di lealtà, per poter dire ciò che non si poteva o era meglio non dire.
Cinque edizioni di Annozero su Rai2, quasi sempre col rischio di non andare in onda; e quattro serie di Servizio Pubblico, prima sulla multipiattaforma delle tv locali e poi su La7 (un’ impresa unica che forse una critica troppo superficiale e legata al Palazzo non ha mai studiato né riconosciuto come avrebbe meritato)”.

Veniamo a ieri, anzi a giovedì 18 giugno 2015 quando in una piazza di Firenze (“la più brutta” secondo Marco Travaglio), Michele Santoro

“ha riunito tutti i vecchi amici e anche qualcuno nuovo prima di chiudere la lunga stagione aperta nel 1987 con Samarcanda ( “ omunque la pensiate ”: era 28 anni fa). L ’ evento si chiamava Rosso di sera e confesso di aver pensato, non essendo mai stato di sinistra, detestando la retorica e non avendo mai provato nostalgie, che si potesse trovare di meglio. Poi però ho cambiato idea. Santoro il fazioso, Santoro il narciso, Santoro il Sant ’ Oro, Santoro il Martire, Santoro il Comunista non è uomo di partito, anche quando sembra esserlo, e persino quando crede di esserlo.
Per lui il rosso è la speranza di un qualcosa che deve realizzarsi per forza a sinistra, e che invece molti di noi si accontenterebbero si realizzasse da qualche parte, anche senza colori: un paese un po ’ migliore, e magari anche un po ’ più giusto, dove ciascuno sia davvero libero di dire ciò che pensa, dove le notizie scomode non scompaiano nel disinfoteinment e dove il talento non sia una colpa, ma un’ opportunità. Se riusciremo a costruirlo, una fetta di merito l’ avrà anche lui, anche se pochi glielo riconosceranno. E Rosso di sera non sarà vissuto come un patetico e nostalgico passo d’ addio, come il muro del pianto di un gruppo di reduci, ma come una prova di forza per un qualcosa che deve anccora nascere. Tutto il resto è mancia. E noia”.