Marco Travaglio: Pietro Grasso eroe del nostro tempo tra nobiltà e opportunismo

Pubblicato il 3 Agosto 2014 11:11 | Ultimo aggiornamento: 3 Agosto 2014 11:11
Marco Travaglio: Pietro Grasso eroe del nostro tempo tra nobiltà e opportunismo

Pietro Grasso. Per Marco Travaglio è eroe del nostro tempo tra nobiltà e opportunismo

ROMA – La riforma del Senato sbagliata e ingiusta, passerà grazie al ricorso a procedure illegittime da parte di Pietro Grasso, che del Senato morituro è il presidente. Non è una grande scoperta questa, però Marco Travaglio conduce contro Pietro Grasso un a fondo che dà un po’ i brividi. Il titolo è “Un eroe dei nostri tempi” e già questo dà il tono all’articolo.

Marco Travaglio non è mai stato tenero, per usare un eufemismo, con il presidente del Senato Pietro Grasso e anche in questa occasione, pur riconoscendogli alcuni atti egregi, dà l’impressione di ritenere che gli esempi negativi prevalgano. Forse Marco Travaglio dovrebbe superare la distinzione un po’ troppo rigida tra bene e male, con la categoria magistrati di solito graniticamente ammantata di bene, riconoscendo invece che prima che magistrati anche loro sono uomini, per definizione imperfetti; e che uno può essere un ottimo magistrato ma  non essere adeguato a una carica politica.

Questa inadeguatezza di Pietro Grasso Marco Travaglio contribuì a metterla in evidenza subito dopo la sua elezione a presidente, attaccandolo per il precedente della nomina a procuratore antimafia, inducendolo a andare in tv a difendersi (cosa inaudita e mai vista prima da parte della seconda carica dello Stato che va in tv a polemizzare con un giornalista) dalle accuse di Travaglio per poi non farsi trovare, Travaglio e lasciando o sbarellato Grasso alle prese con un aggressivo intervistatore.

Se la politica italiana fosse un fumetto, e non un filmaccio trash-horror, attacca Marco Travaglio domenica 3 agosto 2014,

Piero Grasso sarebbe Gastone, il cugino fortunato di Paperino. E non solo perché uno del suo livello sia assurto nientemeno che alla seconda carica dello Stato. Ma per tutto il resto della carriera, di magistrato e poi di politico. Una continua altalena fra pochi atti nobili, come la sentenza del maxi-processo alla Cupola scritta nel 1987 da giudice a latere, o come il rifiuto di salvare Mancino dall’inchiesta sulla Trattativa su richiesta del Colle; e molti slalom a zigzag per non scontentare nessuno.

Come il rifiuto di firmare nel 1980, giovane pm a Palermo, gli ordini di cattura per il clan Gambino-Spatola-Inzerillo spiccati dal procuratore Gaetano Costa, lasciato solo e assassinato poco dopo.

Come la mancata firma sull’appello contro l’assoluzione di Andreotti e la guerra aperta ai pm “caselliani” nei cinque anni di procuratore a Palermo.

Come l’ascesa a Procuratore Antimafia grazie a tre leggi targate Berlusconi che eliminavano il suo concorrente Caselli.

Come l’incredibile proposta di premiare il Caimano per la presunta lotta alla mafia.

L’ultimo colpo di fortuna l’anno scorso, appena entrato a Palazzo Madama: presidente del Senato grazie a Pd, Sel e alcuni dissidenti 5 Stelle, comprensibilmente terrorizzati dal suo rivale Schifani. Da allora Piero l’Equilibrista non ha fatto che barcamenarsi per piacere a tutti o almeno non dispiacere a nessuno.

Poi la scorsa settimana è finalmente giunto il redde rationem: la controriforma del Senato, osteggiata dalle opposizioni con 7800 emendamenti. Le opzioni erano solo due: o applicare la Costituzione, o cedere alle pressioni ricattatorie del premier Matteo Renzi, del Pd e del Quirinale al seguito.

La Costituzione è chiarissima: “La procedura normale di esame e approvazione diretta… è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale” (art.72). Non c’è regolamento che tenga: niente ghigliottine, tagliole, canguri o altre specie faunistiche per strozzare il dibattito. Ma osservando la Carta si sarebbe discusso per mesi, com’è normale per una riforma che ne modifica ben 47 articoli su 139 (oltre un terzo), e la Trojka Renzi-B.-Napolitano non voleva.

Sulle prime, Grasso ha provato a fare la cosa che gli riesce meglio: l’anguilla. Poi, richiamato all’ordine (vale sempre la minaccia della Debora Serracchiani quando lui si disse timidamente critico sul nuovo Senato: “Si ricordi chi l’ha messo lì”), ha dovuto scegliere. Indovinate per quale opzione? Che domande: quella del più forte.

Il prof. Aldo Giannuli ha spiegato bene sul blog di Beppe Grillo le procedure irregolari e truffaldine con cui il Senato ha votato il cuore della controriforma: la non elettività dei 100 senatori nominati.

Prima lo spacchettamento dell’emendamento De Petris sull’elettività delle Camere, per aggirare l’obbligo di voto segreto che avrebbe mandato sotto il governo.

Poi l’uso illegittimo del “canguro” per radere al suolo 1400 emendamenti ritenuti simili a quello illegittimamente bocciato (seguiti a ruota, con lo stesso trucco da magliari, da altri 3mila, con dentro 120 voti segreti obbligatori e dunque tagliati).

Ancora la promessa di voto segreto su alcuni emendamenti Mucchetti, fatta al mattino e rimangiata la sera.

Infine il capolavoro: voto palese pure sull’emendamento Candiani che, a fronte della riduzione dei senatori a meno di un terzo, prevedeva un sacrosanto taglio dei deputati. Respinto anche quello: così il premier-padrone controllerà 354 deputati (grazie al mega-premio dell’Italicum) e gli basteranno 9 senatori su 100 per eleggersi un presidente della Repubblica di stretta osservanza e due terzi della Consulta di stretta obbedienza.

Sel e Lega intanto continuano ad abbaiare ma smettono di mordere, in cambio di un ritocchino al ribasso dell’Italicum sulle soglie di accesso alla Camera. E quei pochi che ancora protestano Grasso li minaccia di sgombero da parte della “polizia” (s’è poi scoperto che parlava dei commessi d’aula).

Resterà agli annali il suo ordine perentorio “sequestrate quel canguro di peluche!”, imperituro reperto di un’epoca. L’epoca in cui un Parlamento illegittimo cambiava la Costituzione con procedure illegali. E meno male che il presidente del Senato era un magistrato.