Marco Travaglio: pregiudicato ministro al posto di Lupi? Per i politici …

Pubblicato il 21 Marzo 2015 8:21 | Ultimo aggiornamento: 21 Marzo 2015 8:21
Marco Travaglio: pregiudicato ministro al posto di Lupi? Per Nunzia De Girolamo...

Maurizio Lupi. Non chiedeva, accettava

ROMA – “Va tutto molto bene”, ironizza Marco Travaglio sul Fatto di sabato 21 marzo e per farci capire che viviamo in realtà nel caos più nero fa un piccolo elenco
È una fortuna, avverte Marco Travaglio, che in Italia non ci sia la responsabilità civile dei ministri,

“sennò sai che festa con tutti i miliardi che dovrebbero restituire per le opere pubbliche inutili, e anche per quelle utili costate il doppio e il triplo del dovuto, magari dirottandovi i fondi destinati agli alluvionati o al riassetto del territorio”.

Il caso ci è scoppiato in faccia,  con “la retata Grandi Opere” e non è vero, avverte Marco Travaglio, che, dopo le dimissioni di Maurizio Lupi, ora che il Governo è oggettivamente più forte, “tutto va ben madama la marchesa”. Ecco l’elenco ma vien da pensare che sia una lista buttata lì in fretta, con i tempi di un articolo di giornale. Se ciascuno di noi ci pensa un po’, la lista occupa alcuni volumi della Treccani e la sua lettura spiega perché siamo il Paese dove si pagano più tasse al mondo: per mantenere quella massa di parassiti che ci succhia il sangue e ne pretende sempre di più, i politici, che sono la faccia più visibile e nota e soprattutto i burocrati che hanno mandato in malora l’Italia. Nessuno conosceva Ercole Incalza, nessuno lo ha eletto, eppure era certo più potente del ministro. Incalza dirigeva il traffico, al ministro Lupi regalavano qualche vestito da nemmeno mille euro. È lo stesso ministro, Maurizio Lupi che ha

“diramato ai dipendenti del ministero delle Infrastrutture una circolare draconiana: “Non si accettano regali oltre i 150 euro di valore”.

La lista di Marco Travaglio prosegue così:

Fedele Sanciu, commissario dell’Autorità portuale Nord Sardegna, a cui Lupi & C. si erano rivolti per affidare la direzione lavori del nuovo terminal del porto di Olbia all’amico Stefano Perotti, ha la terza media.
Il presidente di Federacciai Antonio Gozzi, noto per aver accusato i giudici di Taranto di rovinare l’immagine delle imprese italiane nel mondo con le indagini sull’Ilva, viene arrestato in Belgio per tangenti pagate in Congo. Così, tanto per migliorare un po’ l’immagine delle imprese italiane nel mondo.
Il commissario Fabrizio Barca comunica che il Pd romano “è cattivo e pericoloso”, “lavora solo per gli eletti”, ha un iscritto finto su cinque, una spiccata predisposizione a “deformazioni clientelari e una presenza di carne da cannone da tesseramento”.

Il presidente del Parma Calcio Giampietro Manenti finisce in carcere per riciclaggio: l’ultima idea era salvare la società facendola finanziare da una banda di hacker legati alla mafia che aveva svaligiato alcune banche per 70 milioni in tre giorni. Indagati anche due funzionari della Ragioneria dello Stato.
Chiesto il rinvio a giudizio del professor Antonio Patruno, docente a contratto della facoltà di Architettura alla Sapienza di Roma. Agli studenti diceva: “Sono 2.000 euro a esame. Lo so che è illegale, ma me ne fotto”. Il Csm continua a negare al pm Nino Di Matteo il posto che gli spetta alla Procura nazionale antimafia, preferendogli tre colleghi più giovani e meno titolati.

Però, due anni dopo le condanne a morte pronunciate da Riina e le riunioni del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica a Palermo col ministro Alfano che propose di farlo girare a bordo di un carrarmato Lince modello Kabul, il perspicace organo di autogoverno scopre di botto che Di Matteo a Palermo rischia la pelle. E lo convoca d’urgenza per chiedergli se per caso vuol essere trasferito in una località a piacere. Purché la smetta di occuparsi di mafia e politica.

Processo sulla trattativa Stato-mafia: gli avvocati degli imputati denunciano i pm di Palermo perché continuano a indagare sulla trattativa Stato-mafia, e pare brutto.

Secondo la Corte costituzionale, in base a una legge del 2013, due dirigenti su tre dell’Agenzia delle Entrate sono illegittimi. Secondo l’Osservatorio per la Legalità della Regione Lazio, la presenza mafiosa è cresciuta del 30% in 7 anni: ora sul territorio laziale sono attive 88 famiglie mafiose, ‘ndranghetiste, camorristiche e indigene, che controllano i mercati di droga, usura, racket, prostituzione e appalti. Se ne gioverà il Pil.

Con le dimissioni di Massimo Bray, entra di diritto alla Camera il primo dei non eletti Pd (espressione eccessiva, visto che nessuno è mai stato eletto col Porcellum, neppure gli eletti): Ludovico Vico, lo stesso che tre anni fa, parlando al telefono sull’Ilva con Girolamo Archinà, teorizzò: “Ora a questo punto lì alla Camera dobbiamo fargli uscire il sangue a Della Seta perché lui deve capire e non deve rompere le palle”. Della Seta denunciava le emissioni killer dell’Ilva, infatti il Pd non lo ricandidò. Vico invece sì.

Nunzia De Girolamo, capogruppo (fino all’altroieri) di Ncd alla Camera, si rammarica di essersi dimessa da ministro del governo Letta per una semplice indagine a suo carico ed elogia il premier per i passi in avanti compiuti da allora a oggi: “Renzi ha superato il giustizialismo, ha messo al governo indagati, ha candidato De Luca (condannato in primo grado, ndr) su cui incombe la legge Severino: mi auguro che prosegua in questo senso”. È già migliorato, ma se si impegna può fare di più. Un pregiudicato (Ncd ne ha tanti) al posto di Lupi potrebbe andarle bene?

Slitta ancora la norma per levare il vitalizio agli ex parlamentari condannati, che continuano a riceverlo, anche in carcere. L’emendamento Orlando sul falso in bilancio prevede divieto assoluto di intercettazioni e prescrizione obbligatoria per le società non quotate (il 99% del totale) che truccano i conti. Una vera rivoluzione.

Nessuna notizia del decreto sui reati fiscali, varato il 24 dicembre scorso col condono per evasori e frodatori sotto il 3% dell’imponibile dichiarato, poi bloccato da Renzi preso col sorcio in bocca, poi riannunciato per il 20 febbraio, e mai più pervenuto. Tanto non c’è fretta.
La legge Anticorruzione, dopo due anni di marcia a tappe forzate, approda finalmente in aula al Senato, ma geneticamente modificata. Piero Grasso, che la presentò nel lontano febbraio 2013, non la riconosce più. In attesa dei restauratori, complice un decreto dimenticato dal governo, si rinvia. Tanto c’è tempo.