Marco Travaglio: 8 referendum anti Renzi ultima speranza per la sinistra a pezzi

a cura di Sergio Carli
Pubblicato il 18 luglio 2015 9:10 | Ultimo aggiornamento: 18 luglio 2015 9:48
Marco Travaglio: 8 referendum anti Renzi ultima speranza per la sinistra a pezzi

Pippo Civati: 8 referendum che per Marco Travaglio sono l’ultima speranza della sinistra a pezzi

ROMA –  Da Marco Travaglio un appello ai referendum nell’editoriale di sabato 18 luglio 2015 sul Fatto. Marco Travaglio prende lo spunto dalla iniziativa di Pippo Civati  di lanciare una serie di 8 referendum, la inquadra sullo sfondo del disfacimento della sinistra in Italia, sulle difficoltà della sinistra in Europa, sulla sconfitta della sinistra in Grecia, per esortare a una riscossa di cui lo stesso Marco Travaglio sembra dubitare fin dal titolo: “Pippo e le pippe”.

I referendum, “le controriforme del governo Renzi”, sono contro l’Italicum, le trivellazioni in mare; le grandi opere più inutili del decreto Sblocca Italia; il Jobs Act e contro il preside-padrone della “Buona Scuola”.

Pippo Civati, constata Marco Travaglio, è stato l’unico della sinista a metter fuori la faccia dalla melassa di ambiguità degli esponenti della sinistra che,

“salvo rare eccezioni –erano riusciti a votare persino le leggi Fornero e il pareggio di bilancio in Costituzione”.

Ci sarebbe da attendersi, sospira Marco Travaglio,

“che tutti, come un sol uomo, appoggiassero i referendum, anche perché riguardano milioni di persone che sarebbero pronte a firmare e a votare. Più ancora che per i referendum del 2010, quelli sul lodo Alfano, l’acqua pubblica e il nucleare, che raggiunsero il quorum contro ogni aspettativa.

Invece non è così: […] tutti a parole gli battono grandi pacche sulle spalle, gli raccomandano di andare avanti, lo esortano a non mollare. Ma poi si sa com’è: c’è l’estate, fa caldo, si parte per le vacanze, bisogna organizzare i gazebo e i banchetti, andare a rincorrere gli autenticatori nei comuni, una fatica. Vai avanti tu, Pippo, che a noi ci vien da ridere. “La rivoluzione –come diceva Longanesi – è rinviata a data da destinarsi a causa del cattivo tempo”.

I Cinque Stelle avrebbero tutte le carte in regola per aderire ai referendum (avendo contrastato, spesso con l’ostruzionismo, tutte le leggi che si vogliono abrogare) e addirittura per metterci il cappello sopra, per la loro forza elettorale e parlamentare e il loro radicamento sul territorio. Invece fanno mille distinguo: preferiscono “andare da soli”. Ma non avevano detto “no ad alleanze ascatola chiusa, sì ad alleanze sui contenuti”? E che cosa c’è di meno a scatola chiusa e più contenutistico di una battaglia referendaria? Fra l’altro, la raccolta delle firme è una grande occasione per presidiare le piazze di tutta Italia, per incontrare nuovi potenziali elettori, per dimostrare di esserci e di fare sul serio su temi caldissimi e sentitissimi come il lavoro, la scuola, l’ambiente, la democrazia.

Le rare volte in cui, negli ultimi trent’anni, la politica ita-liana ha subìto qualche sana iniezione di entusiasmo e di partecipazione dal basso è stato proprio in occasione di referendum: quelli elettorali del 1991 e del 1993 con Mario Segni e quelli di cinque anni fa sui beni comuni.Lo stesso discorso vale per la Cgil di Susanna Camusso, che contro il Jobs Act e contro la Buona Scuola ha ritrovato il piglio e lo smalto che pareva avere da tempo perduto.

Che cosa rispondono all’appello di Civati i 5Stelle, la Cgil, la Fiom e tutta la galassia delle sinistrine sparse? Sono pronti a impegnarsi? O preferiscono qualche trasferta turistica, tipo quella in Grecia, per saltare sul carro dei referendum altrui?”

In Grecia, peraltro, come ricorda Marco Travaglio, la sinistra di Syriza è uscita “sconfitta dopo aspri combattimenti”, mentre

“in Europa la sinistra socialdemocratica esce sconfitta per aver combattuto in ordine sparso: la Francia di qua, Schulz di là, Renzi non pervenuto. In Italia invece la sinistra-sinistra rischia di uscire sconfitta senza sparare un colpo, se non sui suoi stessi piedi. Da quando Renzi ha trasformato il Pd nella nuova Democrazia cristiana, anzi renziana, si è creato alla sua sinistra un discreto spazio di manovra.

Per essere occupato, richiederebbe un leader unificatore, o almeno federatore. Invece finora a presidiarlo c’è la solita galassia vociante e cacofonica di microsatelliti l’un contro l’altro armati: la Coalizione sociale di Landini; quel che resta di Sel con quel che resta di Vendola che vaneggia l’ennesimo, “nuovo soggetto politico”; il movimento “Possibile” fondato da Pippo Civati; gli amici di Fassina e D’Attorre; la minoranza del Pd, con D’Alema che spara a palle incatenate sul Rottamatore che ha rottamato solo lui, Bersani che spara a salve, Speranza che spara col fuciletto a tappo; Enrico Letta disperso chissà dove; i prodiani divisi in mille rivoli; Rosy Bindi che attendele scuse del Pd sugli impresentabili; e naturalmente i disponibili responsabili pieghevoli poltronabili al seguito di Damiano, Martina e forse, a giorni alterni, Andrea Orlando. Una Armata Brancaleone che sembra messa su da Renzi per ridicolizzare la sua opposizione di sinistra.

Ad Atene è finita come è finita per i diktat europei e il generoso dilettantismo di Tsipras, ma almeno qualcuno ha osato mettersi in gioco, giocarsi la faccia, provarci. Se gli tsiprioti in fuga di casa nostra non sono convinti all’idea di partire con la campagna referendaria in estate, si mettano d’accordo per spostarla in autunno. Purché dicano e soprattutto facciano qualcosa.Lasciar cadere questa ennesima occasione, lasciar passare quest’ultimo treno per trascorrere anche quest’estate in convegni autoreferenziali ed esercizi di onanismo ideologico, sarebbe un suicidio. Non tanto per la sinistra italiana, che al harahiri èabituata, tanto da averne fatto una professione. Ma per tutti noi cittadini che vorremmo, prima o poi, tornare a contare qualcosa”.