Marco Travaglio: su Matteo Renzi, Merlo, Cazzullo, Baudino: giornali e turibolo

Pubblicato il 23 febbraio 2014 9:36 | Ultimo aggiornamento: 23 febbraio 2014 9:36
Marco Travaglio: su Matteo Renzi, Merlo, Cazzullo, Baudino: giornali e turibolo

Marco Travaglio: su Matteo Renzi giornali in ginocchio

Governo Renzi, giorno 2. Negli editoriali dei quotidiani che ne commentano l’esordio, oltre al concetto di ultima spiaggia già usati per Monti e Letta, si nota lo sforzo sovrumano di rendere credibile l’excusatio non petitadi SuaAltezza [Giorgio Napolitano] che rassicura: “con Renzi nessun braccio di ferro”.

Marco Travaglio, nel suo editoriale sul Fatto di domenica 23 febbraio intitolato “Il Vangeo secondo Matteo”, non condivide, con ragione, l’entusiasmo dei colleghi. Se ricordasse il mito che a suo tempo fu creato per Mario Monti, Supermario, prima che gli italiani scoprissero che lacrime e che sangue grondassero da quel ghigno vano quanto crudele, nulla lo stupirebbe più, in questa Italia secondo – repubblicana che sembra arsa dal desiderio di ricongiungersi, almeno nei toni dei giornali, alle cronache del Minculpop. Marco Travaglio fa le sue amare scoperte e scrive:

“Come nella scena de Il dormiglione, con Woody Allene Diane Keaton che corrono per l’ospedale dicendo “siamo dottori, non siamo impostori!”, così tutti capiscono che sono impostori e cominciano a inseguirli. Solo che, nella stampa italiana, tutti si bevono l’impostura, o almeno fanno finta.

Napolitano ha “dissipato ogni interpretazione maliziosa sul lungo colloquio con Renzi”, turibola Marcella Ciarnelli dell’Unità. Ha “rimarcato la serenità del colloquio e il fatto che né ieri né prima vi sia stato alcun ‘braccio di ferro’”, salmodia l’altra vestale Antonella Rampino sulla Stampa . Le tre ore di tortura nello studio della Vetrata son cosa normale, anche perché Renzi ne ha approfittato per svolgere “un lavoro parallelo”: non sapendo che fare, è salito al Quirinale tre ore prima e ha sbrigato unpo’ di corrispondenza, poi “in un salottino attiguo ha colmato le caselle che, a effetto-domino, si erano riaperte attorno alla Giustizia”.

Per il bracciodi ferro su Gratteri? No, anzi, “non sapremo mai se Renzi aveva inserito in quella casella il giudice Gratteri”: la verità –rivelalaRampino – è che la “riconosciuta saggezzadell’argomentazione presidenziale ”ha posto una questione filosofica mica da ridere:  “È opportuno un magistrato per via Arenula, quando il governo ha in programma di riformare la giustizia?”. No che non lo è. Purtroppo analoga saggezzail Monarca non manifestò con Berlusconi nel 2011, quando firmò senza batter ciglio la nomina a Guardasigilli del magistrato Nitto Palma, che però aveva il merito di essere amico di Nick Cosentino (così come fece nel ‘95 Scalfaro, nominando il giudice Filippo Mancuso nel governoDini).

Gli inquisiti e gli imputati possono fare i ministri, i generali (da Corcione aDi Paola) andare allaDifesa come nei governi golpisti, i prefetti andare all’Interno e alla Giustizia, specie se amici di Ligresti (tipo Cancellieri), ma i pm antimafia alla Giustizia no, specie se onesti e capaci. “Meglio, molto meglio –scrive il Co r r i e re – un esponente politico con esperienze parlamentari e di governo già acquisite”.

Cioè Andrea Orlando, che con la sua maturità scientifica è quasi un tecnico e soprattutto un “garantista”(cioè beniamino del partito degli imputati: infatti s’è già espresso – sul Fo g l i o , e dove se no?- per can- cellare l’ergastoloe l’azione penale obbligatoria). Non a caso è l’unico ministro che piace al Giornale e a Libero , assieme alla berlusconiana Guidalberta Guidi. Tutto è bene quel che finisce bene: pussa via Gratteri, brutta bertuccia.

Aldo Cazzullo conia nuove categorie semantiche ad hoc. La Mogherini, avendo 40 anni, non è solo quarantenne, ma addirittura una “neoquarantenne”, per meglio sottolinearne la quarantennitudine. Fermo restando che – siccome “i quarantenni sono trop- po poco solidali tra loro per riuscire a fare rete”, come purtroppo sperimentato da Letta – “ora tocca ai tren- tenni”. Anzi, ai neotrentenni. Tipo la Madia, “33 anni e incinta di 8 mesi”,“un segno di apertura al futuro in un paese a volte gerontocratico”. A volte. Neo.

A vanificaregli sforzi papillaridel pur bravo collega corrierista provvede Giuliano Ferrara, che sfodera sul Fo g l i o duemetri di linguaextralarge a doppio pennello, riuscendo a leccare Matteo e Silvio in un colpo solo: “Partenza grandiosa”, “governo perfetto”, “Renzi, comeBerlusconi, è un colpo di scena vivente”, “se sta attento a non litigare con Berlusconi,se non per finta, ce lafarà”.

A questo punto Renzi si gratterà: gli manca il bacio della morte di Scalfari ed è spacciato. La Stampa, oltre a titolisti da Istituto Luce (“Poletti il cooperatore”, “Padoan da teorico dell’austerità a suggeritoredella svolta-crescita”, “LaBotticelliana e la Giaguara: Madia & Boschi,l’avanzata delle ‘amazzoni di Matteo) schiera agiografi da vite dei santi.

Molto apprezzato Mauro Baudino sul neoministro della Cultura: “Con la sua quarta prova narrativa, aveva dato un avviso che sta fra Borges e l’amato Pessoa”. Sta parlando di Franceschini. I suoi romanzi sono pregni di una “vena fantastica e ironica”, ma senza diventare “armi nelle mani degli avversari”, forse perché sfuggiti ai più.

“Il Franceschini scrittore guarda a spiriti acri e ribelli, magari un Bolano, certamente uno Zavattini” e “ha sempre avuto un buon successo di critica”. De Santis? Sapegno? No, “Jovanotti”che lo “definì ‘visionario’. Come scrittore, non come politico”. Viene in mente il miglior Calvino: “Nel Visconte dimezzato, quando le due metà di Medardo di Torralba incrociarono le spa- de per il duello finale, fu un’apoteosi”. Slurp.

Sempre su La Stampa, Teodoro Chiarelli segnala un altro portento: “Renzi non è il solo scout al governo. Anche Roberta Pinotti ha un passato fra i seguaci di sir Robert Baden Powell. Il suo primo pensiero? Ovviamente per i nostri marò. Dobbiamo riportarli a casa” e lei ha “idee già chiare”. Un blitz alla Chuck Norris, “Missingin action”con unpugno di scout prontia tutto. La scoutessaha financo “volato su un Mb339 delle Frecce Tricolori”. Insomma, è fatta.

Quando, ormai in vista del traguardo, la classicissima Lecchino d’Oro 2014 pare unacorsa a tre Cazzullo-Baudino.Chiarelli, ecco spuntare dalle retrovie un Francesco Merlo in grande spolvero, che stacca il gruppone e allunga la lingua oltre il fotofinish proprio sul filo di lana. “Basta con la demagogia della giustizia che non è politica, Gratteri… sarebbe stato l’ennesima supplenza di un magistrato”. Dunque viva“Napolitano che, secondo il giudizio di Malaparte, ‘non perde mai la calma neppure dinanzi all’Apocalisse’” e “ha imposto a Renzi il passo”. InMatteo “la gioia era genuina… Ebbene, questa è l’allegria del rilassamento, l’evviva del dopo-partita, la felicità della vittoria. Un presidente del Consiglio così raggiante è una novità per l’Italia”.

E vai con le papille di velluto: “Solo grazie alla prudenza di Napolitano che lo ha dosato e sorvegliato, Renzi è rimasto l’attor giovane con il bellissimo torto di prendersi il futuro”. Il tempo di tirare il fiato e la lingua riprendea vibrare: “Il vecchio e il giovane, appaiando la spada che ferisce e separa con la spada che cuce e ripara hanno tenuto a battesimo la nuova classe dirigente”.

È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende. Il finale è chapliniano: il Vecchio e il Giovane incedono scattanti e sicuri, pancia in dentro e petto in fuori, verso il tramonto: “Sorridono sia l’uomo della politica sia quello dell’antipolitica, il principe Ippolito e il garibaldino Lando”. Che meraviglia, che commozione. Ha vinto Merlo, gli altri si rassegnino, chapeau.