Marco Travaglio sul Fatto: “Le capre del Campidoglio”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 29 Ottobre 2015 8:13 | Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre 2015 8:13
Ignazio Marino (foto Ansa)

Ignazio Marino (foto Ansa)

ROMA – “Mai fare battute, nel Paese dove anche le cose più serie diventano subito ridicole – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – Qualche settimana fa ci venne la malaugurata idea di paragonare Ignazio Marino a Paul Deschanel, il pirotecnico presidente francese rimasto in carica solo sette mesi nel 1920 perché faceva il matto, passava le giornate appollaiato su un albero del parco dell’Eliseo, nuotava nel laghetto con le papere, pescava le carpe con le mani, cadeva dai treni, firmava le leggi con la N di Napoleone o la V di Vercingetorige, riceveva gli ambasciatori nudo col cordone della Legion d’Onore, finiva i discorsi in piazza e se la folla lo applaudiva glieli rileggeva daccapo. Marino ci ha subito presi quasi in parola. Scaricato dal suo partito, cioè da Renzi, ha annunciato le dimissioni retrattili, facendo sapere di avere venti giorni per ripensarci”.

L’editoriale di Marco Travaglio: Poi ha giurato che le dimissioni erano irrevocabili. Poi è andato in Procura a disconoscere la sua firma sotto i giustificativi delle cene “istituzionali” smentite da ristoratori e commensali: certificazioni che lui stesso aveva esibito quand’era scoppiato lo scandalo, mettendo la testa sul tagliere. Poi s’è affacciato alla balaustra del Campidoglio, urlando ai fans “non vi deluderò” (tre volte). Poi ha dichiarato che la sua giunta va avanti perché non ha mai lavorato così bene. E ieri l’ha riunita, lasciando ancora in sospeso la revoca delle dimissioni che potrebbe scattare domenica notte, in extremis, con un clic sul computer.

Ma la stessa sindrome di Deschanel ha colpito il Pd, nella persona del presidente nazionale e commissario romano Matteo Orfini: sempre più smunto e gracile, ridotto a larva umana, il Matteo minore continua a ripetere che Marino è un capitolo chiuso, ma senza far nulla per chiuderlo. Ha tentato di far firmare ai 19 consiglieri comunali Pd un’ingiunzione di sfratto al sindaco, ma quelli, ben sapendo che andrebbero a casa anzitempo anche loro senz’alcuna garanzia di tornare, gli han fatto ciaociao con la manina. Ha dimissionato gli assessori renziani Causi ed Esposito, ma ieri il secondo era regolarmente in ufficio e il primo, che è pure vicesindaco, ha financo partecipato alla giunta da cui si era dimesso. Poi ha invitato tutti a casa sua. Cioè a casa Cupiello.

Un sindaco eletto direttamente dal popolo è un po’ più difficile da rimuovere della direttrice dell’Agenzia delle Entrate: ci vorrebbero una mozione di sfiducia o le dimissioni firmate da almeno 25 consiglieri, cioè un’alleanza tra Pd e pezzi di opposizione (di destra o di M5S) per cacciare il sindaco Pd che ha vinto le primarie Pd e poi le elezioni col Pd. Ma perché poi? Nel casino generale, nessuno se lo ricorda più.

Marino s’è scordato perché aveva dato le dimissioni: se è per le cene istituzionali sbugiardate, non lo sapeva fin dall’inizio quel che ha detto ai pm, e cioè che la sua segreteria gli firmava giustificativi farlocchi senza consultarlo? Quando esattamente ha scoperto di essere innocente a sua insaputa, dopo avere a lungo sospettato di esser colpevole? Il Pd, dal canto suo, s’è scordato perché gli ha chiesto di dimettersi: il primo giorno il renziano Nardella disse a Otto e Mezzo che era per aver “mentito al popolo romano sugli scontrini delle cene”; l’altroieri a Linea Notte il sottosegretario Scalfarotto ha affermato che “gli scontrini non c’entrano”, ma Marino deve andarsene lo stesso perché “ha perso la fiducia dei romani”. E chi li ha interpellati? I sondaggisti? E perché allora non defenestrare a metà mandato tutti i sindaci e governatori sotto il 50% di consenso? E di Renzi, che sta fra sul 30%, che ne facciamo? (…).