Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Banda larghissima”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 Maggio 2015 8:16 | Ultimo aggiornamento: 13 Maggio 2015 8:16
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Banda larghissima"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Banda larghissima”

ROMA – “Che spettacolo, signori. – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – Da pagare il biglietto, all’occorrenza. Il candidato governatore della Campania, Vincenzo De Luca, assicura che nella lista del Pd e in quelle che lo appoggiano “non c’è nessun condannato tranne me”: garantisce lui”.

L’articolo di Marco Travaglio: Però ammette che “alcune candidature ce le saremmo potute risparmiare” e invita gli elettori a non votare gli eventuali impresentabili, nessuno dei quali è condannato: purché tutti votino per lui, che è condannato. Chissà che faccia avranno fatto i non condannati nel sentirsi dare degli impresentabili da un condannato. Ma non è finita, perché il vicesegretario nazionale del Pd Lorenzo Guerini si e ci illumina di immenso: “Il Pd in Campania ha stabilito principi molto chiari in merito alla qualità delle liste, con un’applicazione di regole più rigorose dello stesso codice etico”. Talmente rigorose da lasciar passare tutto intero De Luca, due volte decaduto da sindaco di Salerno, per la sua incompatibilità col ruolo di viceministro del governo Letta e per la sua condanna in primo grado per abuso d’ufficio.

E chi le ha scritte queste regole ancor più rigorose del codice etico: Pasquale Barra ‘o Animale? Genny ‘a Carogna? Purtroppo – aggiunge Guerini – “nonostante questo impegno molto forte messo in campo, alcune situazioni di alcune liste alleate possono destare qualche interrogativo che un lavoro più attento avrebbe potuto evitare. Per questo mi rifaccio alle parole chiare di De Luca di non votare certi nomi, il nodo venga risolto con la competizione elettorale”. Quindi sia De Luca sia Guerini si appellano agli elettori affinché non votino le liste d’appoggio senza condannati, ma solo quella del Pd con il condannato. Perché – spiega ancora Guerini – il condannato De Luca ha una “figura nettamente distante da certe situazioni ambigue o opache”. Infatti non presenta alcuna ambiguità od opacità: è condannato e basta, punto. Viva la chiarezza. Dopo giorni di silenzio, si fa vivo persino Renzi su Repubblica Tv: premesso che “le liste del Pd sono pulite” (quelle che sostengono il condannato De Luca in Campania, l’indagata Paita in Liguria, l’indagato Rossi in Toscana, l’indagato Spagnolli a Bolzano, l’indagato Crisafulli a Enna e così via), è vero che “su alcune liste collegate si può discutere: ci sono candidati che non voterei neanche se costretto”. Quelli non condannati e non indagati. Invece il condannato, cioè De Luca, è “un buon amministratore, come ha dimostrato per la città di Salerno” (…). Altra domanda: ora che avete scoperto – a vostra scajoliana insaputa, ci mancherebbe – fascisti, consentiniani, berlusconiani, amici dei camorristi e nemici dei vostri stessi sindaci anticamorra nelle liste collegate a De Luca, perché non togliete loro l’apparentamento, anziché chiedere agli elettori di ripulirvi la coscienza? Scrive Massimo Gramellini su La Stampa: “È come se uno, invitando a cena il suo migliore amico, gli dicesse: a tavola con noi ci saranno Barbablù, Al Capone e il mostro di Firenze, però tu non rivolgere loro la parola, anzi ti autorizzo a cacciarli di casa”. La verità vera è che hanno fatto accordi con i peggiori lestofanti, ben sapendo che portano con sé i voti di scambio di gente ancora peggiore di loro: gente che non si lascerà certo impressionare dall’invito a non votarli. L’alleanza con quelle liste non è avvenuta nonostante gli impresentabili, ma in virtù degli impresentabili. Senza i quali quelle liste non avrebbero alcuna utilità. Gli impresentabili non sono un incidente di percorso, ma la scelta cinica e consapevole di un partito che ha perso per strada tutti i principi e persino la virtù (sì, la virtù) dell’ipocrisia, avendo ormai un solo imperativo categorico: vincere a qualsiasi costo e non buttare via niente (…).