Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “‘A Carogna for president”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Maggio 2014 10:30 | Ultimo aggiornamento: 5 Maggio 2014 10:31
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "'A Carogna for president"

Genny ‘a Carogna (foto Ansa)

ROMA – “‘A Carogna for president”, questo il titolo dell’editoriale a firma di Marco Travaglio sulle pagine del Fatto Quotidiano del 5 maggio:

Ha ragione il questore di Roma: “Con gli ultras del Napoli nessuna trattativa”. Infatti l’altra sera all’Olimpico ha deciso tutto Gennaro De Tommaso, per gli amici Genny ’a Carogna, figlio di un camorrista, un arresto per droga e vari Daspo all’attivo, troneggiante a cavalcioni sulla grata fra curva e campo, senza trattare con nessuno. Non è tipo da negoziati, Genny. È un un riformista decisionista che non conosce mediazioni. Non perde neppure tempo a parlare, anche per oggettivi limiti espressivi. Gli basta gesticolare. E poi parlava per lui la scritta sulla t-shirt nera, inneggiante all’ultrà catanese condannato per l’assassinio del commissario Raciti. Dunque pendevano tutti dalle sue labbra, a parte i Vip in tribuna Monte Mario che fingevano di non vedere.

Oltre ai presidenti e ai patron di Napoli e Fiorentina e agli eterni padroni del calcio e dello sport specializzati da una vita nell’arte dello struzzo, erano riconoscibili la seconda e la quarta carica dello Stato, cioè i presidenti del Senato Piero Grasso e del Consiglio Matteo Renzi, e la presidente dell’Antimafia Rosi Bindi. Diversamente dagli altri tifosi, rassicurati da versioni edulcorate della sparatoria per evitare altro sangue, sapevano benissimo che in quei minuti, al Policlinico Gemelli, lottava tra la vita e la morte un ragazzo “sparato” da un altro ultrà, per l’occasione romanista. Sapevano che la partita si giocava soltanto per motivi di ordine pubblico, cioè per scongiurare una seconda e ancor più grave carneficina. Vedevano – come tutti, in diretta, in mondovisione – che per giocarla occorreva il nullaosta decisivo di Genny e di tutti quelli come lui, capaci di scatenare l’inferno a un cenno convenuto. Vedevano che la Prefettura, la Questura, la Polizia e le autorità sportive, emblemi di uno Stato impotente e inesistente e di un calcio sotto ricatto permanente, avevano affidato all’energumeno l’ordine pubblico e le loro poltrone. Sentivano le bordate di fischi all’inno nazionale. Assistevano al lancio di razzi e bombe carta sulle forze dell’ordine e sui vigili del fuoco.

Ma a nessuno è venuto in mente di alzarsi e andarsene, di dissociarsi da quello spettacolo indegno e dimostrare all’Italia, o almeno al resto del mondo, che esiste ancora uno Stato e che la classe politica è un filo migliore di Genny ’a Carogna. Invece niente, nemmeno un plissè. Un po’ meno a disagio dei calciatori, le “autorità” confabulavano, ridacchiavano e consultavano nervosamente gli orologi, in attesa spasmodica di godersi lo spettacolo “sportivo” (…)