Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Fuoco, fuochino…”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Dicembre 2014 7:53 | Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre 2014 7:53
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Fuoco, fuochino..."

La prima pagina del Fatto Quotidiano del 19 dicembre

ROMA – “Fuoco, fuochino…” è il titolo dell’articolo a firma di Marco Travaglio sulle pagine del Fatto Quotidiano di venerdì 19 dicembre 2014:

“È imminente la conclusione del mio mandato…”. Ma va? È quasi un peccato che se ne vada, Re Giorgio II di Borbone: proprio sui titoli di coda, sta cominciando a diventare simpatico. Mentre il solito esercito di aruspici, indovini, esegeti, giorgiologi e aspiranti eredi al trono consulta i fondi di caffè, le viscere animali, le congiunzioni astrali, la curvatura della schiena e le virgole di ogni monito per azzeccare la data esatta dell’abdicazione, lui continua imperterrito a non farvi il minimo cenno. È imminente, ancora un po’ di pazienza, ci siamo quasi, fuoco, fuocherello, fuochino… Li sta facendo impazzire. Qualcuno ormai teme che, per pura tigna, si faccia imbalsamare e resti lì altri cinque anni. In realtà si diverte un mondo, anche alle spalle dei corazzieri più servili: siccome gliele han sempre fatte passare tutte lisce, esaltando come saggio e doveroso ogni suo abuso di potere, lui di abusi ne fa cinque o sei al giorno.

Come a dire, con Totò: “Chissà questi stupidi dove vogliono arrivare!”. Quelli, figuriamoci, arriverebbero a giustificargli una rapina in banca: infatti si producono in imbarazzanti tripli salti mortali carpiati con avvitamento per dire che è tutto normale, anzi è troppo poco, ancora ancora, dai dai. Mercoledì ha fatto nominare dal Csm, in sua assenza, il procuratore di Palermo che voleva lui contro tutte le regole del Csm stesso. E nessuno ha fatto un plissè. Così come martedì, quando il monarca, nel saluto natalizio alle alte, medie e basse cariche dello Stato, ha impartito disposizioni all’intero orbe terracqueo: nessuna delle quali era consentita dai suoi poteri costituzionali. Ricapitolando. Il premier non deve evocare le elezioni con “discussioni ipotetiche” che “creano instabilità” (e andrebbero possibilmente abolite). Le minoranze interne ai suoi partiti preferiti, Pd e Forza Italia, devono evitare ogni minimo accenno a “venti di scissione”, onde sventare “lo spettro dell’instabilità” foriero di “danni gravi” non si sa bene a chi.

Le opposizioni non si oppongano con fastidiosi emendamenti (lui li chiama “spregiudicate tattiche emendative”) alle leggi imposte dal governo e si uniscano come un sol uomo alla maggioranza per “procedere con coerenza e senza battute d’arresto sulla strada delle riforme”: non perché gli italiani ne traggano beneficio, anzi (“il 2014 non si chiude bene per l’economia”), ma perché “i nostri amici in Europa e nel mondo si attendono precisamente questo” e “non dobbiamo deluderli” (in Lituania, in Groenlandia e nell’Isola di Pasqua, per dire, non si parla d’altro). I giuristi critici sul nuovo Parlamento dei nominati stiano zitti, perché lui ne conosce un paio favorevoli (perlopiù defunti): se, per Johnny Stecchino, il problema di Palermo era il traffico, per lui il problema dell’Italia è “il bicameralismo paritario”, l’“inutile doppione” Camera-Senato che infatti resterà intatto, solo senza elezioni (nelle fabbriche che chiudono e nelle famiglie senza soldi, non si parla d’altro). I sindacati e i lavoratori, poi, devono astenersi dal protestare contro la “riforma del lavoro” che “è un risultato molto importante”. Chi l’ha detto, oltre a Squinzi? Lui che, in Parlamento dal 1953, non ha mai lavorato in vita sua (…)