Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Il fatto sussiste”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 5 Novembre 2015 8:10 | Ultimo aggiornamento: 5 Novembre 2015 8:10
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Il fatto sussiste"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Il fatto sussiste”

ROMA – “Ora che è stato assolto in primo grado dall’accusa di violenza o minaccia a corpo politico per la trattativa Stato-mafia, Calogero Mannino – scrive Marco Travaglio del Fatto Quotidiano – ha dinanzi a sé due strade. Gridare – come fanno tutti – al complotto e accusare di persecuzione politica i pm che hanno avviato il processo e i giornalisti che l’hanno raccontato. Oppure scegliere una strada più intelligente e utile: dire finalmente tutto ciò che sa della stagione in cui la mafia massacrava e lo Stato trattava, e interrogarsi, da quella testa politica finissima che è, sulle ragioni che da 25 anni portano innumerevoli magistrati – il primo fu Paolo Borsellino – a sospettare di lui (prima per i suoi rapporti con noti mafiosi, poi per il suo presunto ruolo nella trattativa). Ieri, a botta calda, ha scelto comprensibilmente la prima opzione. Se l’è presa con Ingroia e Di Matteo, con accuse scomposte e calunniose. E anche con il sottoscritto, reo di avere raccontato quei fatti in vari articoli e in un recital teatrale poi confluito in un libro: “Ai pm non interessa avere portato in un’aula giudiziaria Napolitano, a loro interessa lo spettacolo che un guitto ha fatto in alcuni cinema in cui impartiva loro gli indirizzi relativi al processo”.

L’editoriale di Marco Travaglio:  Dico subito – da guitto – che da quegli articoli, da quel recital e da quel libro la sentenza di ieri non sposta un monosillabo: li rifarei identici, aggiungendovi ovviamente l’esito (ancora provvisorio) del suo processo. Perché – come ho detto infinite volte – a me interessano poco i reati e molto i fatti, scolpiti nella cronaca e nella storia a prescindere dal giudizio dei tribunali sulla loro rilevanza penale.

Quanto a Napolitano, è stato lui stesso a infilarsi nel processo, trafficando con Nicola Mancino per ostacolare i pm che lo stavano istruendo (…).

Il patto di Mannino con la mafia fu accertato, ma non la contropartita. Vedremo dalle motivazioni perché è stato assolto per la trattativa. Il “non aver commesso il fatto”, unito al comma 2 dell’art.530 Cpp (che assorbe anche la vecchia insufficienza di prova) vuol dire che sussiste il fatto-reato (violenza o minaccia a corpo dello Stato): cioè la trattativa è un delitto, ma l’hanno commesso altri, o meglio non ci sono abbastanza prove per dire che l’abbia commesso anche lui. Il che salva l’impianto accusatorio del processo principale che vede alla sbarra, appunto, gli “altri”: Dell’Utri, i Ros Subranni, Mori e De Donno, e (per falsa testimonianza) Mancino, accanto ai boss corleonesi e ai loro postini, tutti raggiunti da prove più solide di quelle su Mannino.

Difficilmente il Gup potrà cancellare fatti ormai assodati in documenti e testimonianze su una trattativa tutt’altro che presunta, visto che ad ammetterla e a chiamarla così sono molti dei protagonisti: da Mori e De Donno ai mafiosi pentiti, che negano la sua rilevanza penale, non certo la sua esistenza. E proprio quei fatti i pm hanno doverosamente sottoposto al vaglio del giudice (dopo aver superato quello dell’udienza preliminare: tutti gli imputati rinviati a giudizio). Uomo intelligente, Mannino in cuor suo lo sa benissimo. Altrimenti nel febbraio ’92, dopo le condanne del maxi-processo in Cassazione, non avrebbe confidato all’amico maresciallo Guazzelli che la mafia si sarebbe vendicata proprio su di lui (“o uccidono Lima o uccidono me”). E, dopo il delitto Lima, non avrebbe detto a Mancino “ora tocca a me” e a Padellaro (allora all’Espresso) “sono sulla lista nera”, proprio mentre Brusca lo pedinava per fargli la pelle. E magari avrebbe denunciato alla Procura le intimidazioni che subiva (crisantemi a domicilio, croci nere sulla porta del suo studio, due incendi nel suo ufficio), anziché parlarne aumma aumma col capo della Polizia Parisi, con quello del Ros Subranni e col numero 3 del Sisde Contrada.

La fine è nota: il Ros iniziò a trattare con Riina e Provenzano tramite Ciancimino, l’attentato a Mannino fu revocato, la lista nera dei politici “traditori” fu cestinata e nel mirino entrò Borsellino, che guardacaso aveva saputo della trattativa e vi si opponeva. Non c’è sentenza che possa cancellare questi fatti. Si può tentare di rimuoverli, ma continueranno a parlare. Anzi a urlare, insieme ai parenti delle vittime che da 23 anni chiedono verità e giustizia.