Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Il Fuoridentro”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 Maggio 2015 8:13 | Ultimo aggiornamento: 20 Maggio 2015 8:13
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Il Fuoridentro"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Il Fuoridentro”

ROMA – “La barzelletta migliore Silvio B. – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – l’ha raccontata l’altroieri: “Ormai sono fuori dalla politica”. Questa, diversamente da molte altre, fa davvero ridere. Perché lui dalla politica è fuori da un bel po’: dalle ore 21.42 del 12 novembre 2011 quando salì al Quirinale per rassegnare le dimissioni da presidente del Consiglio del suo terzo governo nelle mani di Napolitano, non avendo più la maggioranza alla Camera”.

L’articolo di Marco Travaglio: Tutto il resto fu una collezione di catastrofi, mascherate da mezze vittorie a causa dell’insipienza di chi avrebbe dovuto opporglisi e, tanto per cambiare, non l’ha mai fatto: le elezioni del 2013 (6 milioni e mezzo di voti persi, con tanti saluti ai dementi che parlavano di “resurrezione” e l’attribuivano addirittura a Santoro per averlo ospitato una volta in trasmissione), la condanna in Cassazione per frode fiscale il 1° agosto, la decadenza da senatore il 27 novembre all’indomani dall’uscita di FI dalle larghe intese di Letta & Napolitano, l’inizio dei servizi sociali a Cesano Boscone il 9 maggio 2014, lo spappolamento del partito tirato da tutte le parti da Fitto e da Verdini, la fuga degli elettori verso la Lega di Salvini, l’inerzia del fu-capo del centrodestra che – mentre tutto crolla – si occupa di vendere il Milan e Mediaset Premium.

Ma la barzelletta fa ridere anche per il motivo opposto: sebbene sia fuori (in tutti i sensi e da un bel pezzo), non può uscire. Vorrebbe, ma paradossalmente non può. È più che mai estraneo alla politica (ammesso che ci sia mai davvero entrato, cioè che farsi i cazzi propri per una vita significhi fare politica), ma anche più che mai dentro. Perché il sistema, a dispetto di tutte le annunciate rottamazioni, non riesce a fare a meno di lui. A chi chiede aiuto Renzi per far passare alla Camera la riforma della scuola, peraltro di pura marca berlusconiana? A Forza Italia. A chi dovrà rivolgersi Renzi per far passare al Senato l’Italicum, peraltro scritto a quattro mani con B.? A Forza Italia. Chi c’è dietro la spartizione dei diritti tv sul calcio finita ieri nel mirino dell’Antitrust con perquisizioni della Guardia di Finanza? Mediaset, che riuscì a ottenere da Sky vincitrice dell’asta la sua fettona di torta con la complicità della Lega calcio. E quale nome affiora, fra i tanti, dalle intercettazioni dell’ennesimo scandalo del calcioscommesse? Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan, nel ramo diritti sportivi. E chi può comprarsi la Rizzoli Libri, se non la Mondadori della famiglia B.? E chi può fare società con la Rai per le torri televisive, se non Mediaset?

Il Caimano si è (ed è stato) talmente gonfiato in questi vent’anni, come la rana della fiaba, che ormai fa capoluogo. Ed è impossibile, anche suo malgrado, prescindere da lui e da tutto ciò che gli ruota intorno. Non più da protagonista, d’accordo: come ruota di scorta. Altrimenti il sedicente innovatore Renzi non l’avrebbe cooptato nel Patto del Nazareno per garantirsi una maggioranza alternativa alla sua (che poi – detratto il premio incostituzionale del Porcellum – maggioranza non è), pagando prezzi di impopolarità notevoli, anche se inferiori alla vergogna che quel Patto rappresentava. Gaber temeva “non Berlusconi in sé, ma il Berlusconi in me”. La politica, intesa come prosecuzione del business con altri mezzi (o con gli stessi), l’ha introiettato come un microchip che nessuno riesce più a estirpare (…).