Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Il personaggetto”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Novembre 2015 8:27 | Ultimo aggiornamento: 12 Novembre 2015 8:28
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Il personaggetto"

Vincenzo De Luca (LaPresse)

ROMA – “Il personaggetto” è il titolo dell’editoriale a firma di Marco Travaglio sulle pagine del Fatto Quotidiano di giovedì 12 novembre.

Prima di domandarsi perché Vincenzo De Luca non si è ancora dimesso da governatore della Campania, bisognerebbe chiedersi come ha potuto diventarlo. Perché le risposte alle due domande sono strettamente collegate: De Luca non può fare il presidente della Regione, ma nemmeno il bidello in una scuola, perché la sua condanna in primo grado per abuso d’ufficio lo rende incompatibile con qualsiasi incarico pubblico. Cio nonostante il Pd gli permise di candidarsi alle primarie per correre a una carica che non avrebbe potuto ricoprire, lanciando il devastante messaggio che le leggi non contano e tutto si aggiusta. Sarebbe bastato fermarlo subito, e l’ennesimo scandalo che terremota la politica campana e nazionale non esisterebbe.

Invece, quando De Luca vinse le primarie, Renzi gli permise di rappresentare il partito del governo alle elezioni regionali. De Luca imbarcò di tutto nelle liste fiancheggiatrici, anche gli amici di Cosentino e del clan dei Casalesi, e il Pd zitto. Quando il Fatto e Roberto Saviano denunciarono in beata solitudine le sue liste alla Gomorra, De Luca insultò il Fatto e Saviano, e il Pd zitto. E quando Rosy Bindi, com’era suo dovere di presidente della commissione Antimafia, pubblicò l’elenco dei condannati in primo grado o invia definitiva nelle liste del centrodestra e del Pd, Renzi in persona l’attaccò per aver inserito anche De Luca (che ci stava a pieno titolo, essendo stato condannato in primo grado per abuso d’ufficio, oltreché salvato dalla prescrizione da una condanna per smaltimento abusivo di rifiuti e imputato in altri tre processi per gravi reati) e sciolse i suoi dobermann ad azzannarla. E quando De Luca vinse anche le Regionali, il Pd gli permise di insediarsi su una poltrona dove non avrebbe potuto sedere, perché – disse autorevolmente Renzi, nelle sue vesti di segretario del Pd – si sarebbe trovata “una soluzione”. Infatti, nelle sue vesti di premier, tentò di varare un decreto “interpretativo” per cambiare verso alla legge Severino di per sé chiarissima e non interpretabile. Poi gli spiegarono che avrebbe commesso un abuso d’ufficio e allora, obtorto collo,il 27 giugno firmò il decreto che sospendeva De Luca da governatore per 18 mesi, ma subito avvertì che era possibile un ricorso per sospendere la sospensione da lui stesso decretata.Traduzione:le leggi per i nemici si applicano e per gli amici si interpretano.

Il 22 luglio fu il Tribunale civile di Napoli a trovare “una soluzione”: una sentenza à la carte che prendeva sul serio il ridicolo ricorso del personaggetto, lo lasciava al suo posto e rinviava alla Consulta una legge chiarissima e legittimissima come la Severino (l’ha confermato la stessa Consulta il 21 ottobre, respingendo il ricorso del sindaco di Napoli Luigi De Magistris), peraltro in vigore per gli amministratori locali arrestati o condannati fin dal lontano 1990.Ora si scopre che la “soluzione” l’aveva agevolata De Luca, o chi per lui. Alla maniera classica: promettere o fare favori a Guglielmo Manna, marito della giudice relatrice Anna Scognamiglio, tramite il capo-segreteria del governatore Nello Mastursi, perché la sentenza non fosse secondo giustizia, ma secondo De Luca.Il governatore si difende scajolianamente con l’“a mia insaputa”: se la giudice ha minacciato una sentenza negativa e il suo segretario ha promesso qualcosa al di lei marito, lui non ne sapeva nulla.Se anche le cose stessero così, De Luca se ne dovrebbe andare di corsa, perché il segretario se l’è scelto lui, e se l’è tenuto anche dopo che prese a calci un giornalista molesto in campagna elettorale, e soprattutto Mastursi ha agito nel suo interesse. Si chiama “culpa in eligendo”, e anche “in vigilando” (…)

Articolo intero su il Fatto Quotidiano del 12/11/2015.