Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “La bolla delle balle”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Settembre 2015 8:09 | Ultimo aggiornamento: 24 Settembre 2015 8:09
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "La bolla delle balle"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “La bolla delle balle”

ROMA – “Anni fa – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – uscì un libro dal titolo francamente eccessivo: Tutto quello che sai è falso. Se lo ripubblicassero oggi, parrebbe un esercizio di minimalismo. Prendiamo i tre casi che hanno dominato le prime pagine dell’ultima settimana: il Colosseo, la Volkswagen e il Senato”.

L’editoriale di Marco Travaglio: Le tre notizie – l’assemblea al Colosseo e il decreto del governo per evitare che si ripeta; lo scandalo delle auto diesel truccate da Volkswagen e l’accordo nel Pd sul nuovo Senato – sono vere. È il modo di presentarle della grande stampa che è falso.

Colosseo. Il primo giorno (che è quello che conta) si è detto che un pugno di sindacalisti avevano sbarrato i cancelli del monumento più famoso d’Italia, facendo infuriare migliaia di turisti con un’assemblea improvvisa e costringendo il governo a rimediare con un decreto per disciplinare assemblee e scioperi equiparando musei e monumenti ai servizi pubblici essenziali, come scuole e ospedali. Poi s’è scoperto che il decreto non cambia nulla: anche nelle scuole e negli ospedali si tengono assemblee sindacali, purché naturalmente autorizzate e preannunciate; e, soprattutto, che l’assemblea al Colosseo era annunciata da una settimana, regolarmente autorizzata e stragiustificata dal fatto che i Beni Culturali di Dario Franceschini – che si pavoneggiava con Renzi nella conferenza stampa sul decreto – da mesi non pagavano gli straordinari ai lavoratori (li han pagati proprio il giorno dopo). Quindi il governo non era la soluzione: era il problema.

Volkswagen. I tedeschi non sono simpatici a nessuno, per motivi sia storici sia di politichetta contingente: la loro economia va molto meglio della nostra, la loro classe dirigente è infinitamente più seria della nostra, in Europa sono dei pesi massimi mentre noi siamo dei peli superflui, ci danno lezioni su tutto – dalla finanza pubblica all’accoglienza dei profughi – e in più sono governati dalla Merkel, che contribuì alla caduta di B. (perciò è odiata dal centrodestra) e continua a snobbare Renzi (perciò è odiata dal centrosinistra). Così ieri non è parso vero, alla nostra stampuccia provincialotta, di poter titolare: “Volkswagen, la Merkel sapeva”. Al momento, si sa soltanto che sapeva qualcuno del suo governo, avendo ignorato un’interrogazione dei Verdi, mentre non c’è nessuna prova sulla cancelliera. Ma i nostri cuor di leone, che quando si tratta di scrivere “B. sapeva” o “Renzi sapeva” attendono la Cassazione, e poi neppure quella, son diventati di botto giustizialisti.

E hanno scoperto un afflato ambientalista che nessuno aveva notato, quando i governi B., Monti, Letta e Renzi vararono sette, diconsi 7 decreti salva-Ilva per riaccendere le acciaierie chiuse dai giudici perché inquinano e uccidono con veleni al cui confronto le Volkswagen profumano di Chanel n. 5; o quando si trattava di denunciare le emissioni venefiche di Vado Ligure e di Monfalcone. I salva-Ilva e salva-Fincantieri dei serial killer che si succedono a Palazzo Chigi e all’Ambiente furono salutati come misure salvifiche e balsamiche, con tanti saluti ai morti di cancro. Anzi, i giornaloni riempirono pagine e pagine di pensosi giuristi à la carte sdegnati con i giudici che mettono in ginocchio i grandi gruppi italiani, orgoglio e vanto della Nazione, e raccontarono che solo da noi si colpiscono impunemente le industrie. Ora che gli Usa massacrano (e giustamente) il primo colosso europeo dell’auto, tutti a spellarsi le mani. Pronti a legarsele ora che si scopre (vedi pagg. 2-3) che in Italia tutti fanno legalmente ciò che la Volksvagen faceva di nascosto. Intanto l’ad tedesco s’è dimesso in 24 ore: i nostri magnager, al suo posto, sarebbero ancora lì, imbullonati alla poltrona, a imprecare in combutta con i politici contro la cultura anti-impresa delle toghe rosso-verdi (…).