Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Lo chiamavano Impunità”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 3 Giugno 2015 8:25 | Ultimo aggiornamento: 3 Giugno 2015 8:25
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Lo chiamavano Impunità"

Vincenzo De Luca (LaPresse)

ROMA – “Lo chiamavano Impunità” è il titolo dell’editoriale a firma di Marco Travaglio sulle pagine del Fatto Quotidiano di mercoledì 3 giugno 2015.

Ci sono un aspetto grottesco e uno serio, nella denuncia sporta ieri da Vincenzo De Luca contro Rosy Bindi “per diffamazione, attentato ai diritti politici costituzionali e abuso d’ufficio” presso la Questura di Salerno situata –come sottolinea il sindaco decaduto e neo governatore decadente – “in piazza Giovanni Amendola (martire della libertà)”.

L’aspetto grottesco è nel fatto che un condannato in primo grado per abuso d’ufficio e per diffamazione, nonché imputato in altri processi con accuse anche più gravi, si paragoni ad Amendola e denunci la presidente della commissione parlamentare Antimafia, incensurata e mai indagata in vita sua, accusandola di entrambi i suoi stessi reati, solo perché ha riepilogato il suo curriculum giudiziario. Come uno che si fa un selfie con l’iPhone, scopre di avere la faccia da culo e corre a denunciare la Apple. L’aspetto serio è che mai, prima d’ora, un presidente dell’Anti-mafia era stato denunciato per un atto compiuto nell’esercizio delle sue funzioni, per giunta da un esponente di spicco del suo stesso partito, per soprammercato dal partito che – a torto o a ragione – è erede di due tradizioni politiche che alla mafia hanno pagato un pesantissimo tributo di sangue: la comunista (con Pio La Torre e tanti sindaci e sindacalisti) e la cattolico-democratica (con Piersanti Mattarella e tanti altri).

L’altro giorno, quando la Bindi lesse l’elenco dei 16 impresentabili nelle liste delle Regionali e De Luca annunciò querela, Renzi se la cavò con un pilatesco “Se la vedranno fra loro in tribunale”. Ma ora qualcosa deve dire. Come presidente del Consiglio e come segretario del Pd. Il governo e il Pd da che parte stanno? Da quella della commissione parlamentare che, fin dai primi anni 60, ha il compito istituzionale di investigare sui rapporti fra mafia e po-litica e dal 2007 si è data un Codice etico votato da tutti i partiti, ribadito nel settembre 2014, che li impegna a non candidare membri di giunte sciolte per mafia, soggetti sottoposti a misure di prevenzione e personaggi rinviati a giudizio per mafia, traffico di droga e di rifiuti, delitti contro la Pubblica amministrazione, estorsione, usura e riciclaggio? O da quella di un gerarchetto locale che ha più processi che capelli intesta, che si candida a cariche che non può ricoprire in spregio alle leggi dello Stato e non perde occasione di vantarsi dei suoi capi d’imputazione e persino delle sue condanne (“chi non ha almeno un abuso d’ufficio è una chiavica”)? Le chiacchiere stanno a zero: o di qua o di là. O ha ragione De Luca, e allora il Pd deve espellere la Bindi e chiederne le dimissioni dall’Antimafia (….)