Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Pagliaccio a chi?”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 luglio 2015 8:23 | Ultimo aggiornamento: 8 luglio 2015 8:23
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Pagliaccio a chi?"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Pagliaccio a chi?”

ROMA – “L’apoteosi l’ha toccata Panorama, dipingendo Tsipras e Varoufakis come due clown da circo – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – Il che, per il settimanale di proprietà del più grande pagliaccio che a memoria d’uomo abbia mai calcato la scena politica italiana, non è davvero male. Ma la rappresentazione del governo greco come un branco di dilettanti allo sbaraglio, vanesi e soprattutto “populisti”, è un leitmotiv di tutta la grande stampa, italiana ed europea”.

L’editoriale di Marco Travaglio: Varoufakis è quello che tiene la camicia fuori dai pantaloni, studia teoria dei giochi e gira in moto (vuoi mettere i nostri che circolano su auto blu, aerei blu ed elicotteri blu senza mai toccare terra?). Tsipras è il magliaro piacione e inaffidabile che rimpiange o fa rimpiangere Stalin, difende le pensioni d’oro e la temibile corsa agli armamenti greca, e in Europa fa il gioco delle tre carte. L’idea che questi signori siano stati democraticamente eletti da un popolo che le ha viste e provate tutte (la dittatura dei colonnelli, i socialisti, i conservatori, i centristi, i tecnici) non sfiora più nessuno, in un paese – il nostro – piuttosto disabituato alla democrazia.

Ma ciò che più sfugge ai nostri trincia-giudizi in casa d’altri è la serietà, la dignità dei nuovi politici di Atene. Che magari sbagliano ricetta economica (ma vai a sapere qual è quella giusta: hanno fallito tutte, ma proprio tutte), però hanno il sacrosanto diritto di essere messi alla prova: perché, nel disastro greco, non hanno alcuna colpa, non avendo mai governato prima. Chi dà loro lezioni da Bruxelles o da Berlino ha colpe molto più grandi di loro, visto che l’austerità ha peggiorato la vita e l’economia della Grecia, esattamente come quella di quasi tutto il resto dell’Eurozona.

Qui non si tratta di buonismo – il mantra prêt-à-porter di ogni talk show – ma di buonsenso. Se l’austerità fine a se stessa ha prodotto in pochi anni in Europa 23 milioni di disoccupati in più rispetto a prima, è il pragmatismo a imporre di cambiare registro. È vero, la Grecia entrò in Europa truccando i suoi bilanci, e le autorità comunitarie lo sapevano benissimo. È vero, la Grecia è stata malgovernata per decenni, con una serie di scelte scriteriate che l’han fatta vivere al di sopra delle sue possibilità. Ed è vero quel che dice la Merkel (persona seria anche lei, pur con i suoi errori in politica estera, ma non interna: magari i tedeschi ce la prestassero per qualche anno): le formiche d’Europa non possono pagare le serenate della cicala.

Ma ciò che chiede la Grecia – al di là di certe pretese inaccettabili – è l’ossigeno e il tempo per rimettersi in sesto, con il suo nuovo governo onesto e serio. Ci si può fidare sulla parola? No, occorrono controlli. Ciò che invece è inaccettabile, e ha fatto stravincere il No, è che le autorità europee abbiano usato la crisi greca prima per dettare ad Atene le riforme da fare, mettendo in mora il governo democraticamente eletto; e poi per provare a rovesciare il governo democraticamente eletto per sostituirlo con un pateracchio di larghe intese imposto dall’alto e da fuori, secondo lo schema sperimentato in Italia e nella stessa Grecia nel 2011. Gli Stati Ue hanno sottoscritto degli accordi e chi non li condivide può, anzi ormai deve battersi per modificarli: ma, finché esistono, deve rispettarli. Si tratta di parametri finanziari fissati – almeno a parole – a beneficio dei popoli: se però sono i popoli a vivere (anzi, a morire) a beneficio dei parametri, questi vanno cambiati. Ma per farlo occorre l’accordo della maggioranza degli Stati, che al momento non c’è. Anche perché chi vi avrebbe più interesse, tipo Renzi, se ne sta sotto la sottana di “Angela” (…).