Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Renxit?”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 9 Luglio 2015 8:04 | Ultimo aggiornamento: 9 Luglio 2015 8:04
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Renxit?"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Renxit?”

ROMA – “Non ci si crede, ma è successo davvero -scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – Lunedì, mentre gli italiani attendevano dal loro premier una parola chiara (una qualsiasi) sul referendum greco, qualcosa in più dei soliti gargarismi sull’Europa che deve cambiare verso dall’austerità alla crescita, Matteo Renzi era impegnato in una lezione di telegenia nella sede del Pd in largo del Nazareno. La scena fa il paio con la foto, non rubata da un paparazzo gufo, ma diffusa dal suo portavoce, che lo ritraeva intento a giocare alla Playstation la notte delle amministrative. E con la fuga in Afghanistan l’indomani. E con la supercazzola brematurata del Piano B sull’immigrazione (ovviamente segreto, infatti dopo un mese risulta tuttora ignoto al suo stesso inventore)”.

L’articolo di Marco Travaglio: E con la supercazzola bitumata sul Renzi-2 che ripassa al Renzi-1, incomprensibile anche ai migliori psichiatri. La verità è che, da quando ha perso le prime elezioni della sua vita, seguite da sondaggi sempre più deprimenti, il premier pare un pugile suonato. Non azzecca più una mossa neppure nella propaganda, che è sempre stata il suo forte.

È vero che, come Berlusconi, Matteo è un tipo più da Carnevale che da Quaresima: quando il tempo volge al brutto, preferisce rintanarsi in casa piuttosto che ammettere che piove. Ma stavolta ha fatto di peggio. La scorsa settimana, alla vigilia del referendum in Grecia, aveva tre opzioni: schierarsi col Sì, assieme a Junker, Merkel e perfino Schulz; buttarsi sul No, assieme a Tsipras e alla sua variopinta brigata di supporter italiani; starsene zitto e buono in attesa del risultato e poi proporsi come mediatore. Ha scelto la peggiore: puntare tutto sul Sì, fino twittare un demenziale aut-aut fra euro e dracma e a farsi riprendere a Berlino in grembo alla Merkel, che lui chiamava “Angela”, manco fossero compagnucci della parrocchietta ai tempi degli scout, mentre lei teneva le distanze appellandolo “il premier Renzi”. Quando poi ha vinto il No, s’è di nuovo inabissato. Non potendo tornare in Afghanistan, col caldo che fa, ha mandato avanti i retroscenisti di corte a raccontare che tutti lo vogliono mediatore ma lui non si concede a nessuno, che Tsipras lo stalkera giorno e notte, e che l’Europa pende dalle sue labbra, ma lui ha altro da fare (un vertice con Padoan in videoconferenza con Lotti). Intanto la Merkel incontrava Hollande senza manco chiamarlo a portare i caffè. E lui inscenava la sua lezioncina di comunicazione.

Titolo: “Dal catenaccio al tiki-taka”. E slide col gufo e la scritta “I nostri avversari sperano nel fallimento dell’Italia. Il loro nido è il talk show, non il Parlamento”. Come se lui stazionasse in permanenza fra Camera e Senato (dove non lo vedono quasi mai: tanto lì si votano solo le fiducie ai suoi decreti) e non svolazzasse da Vespa a Del Debbio, da Porro alla Barra, dalla De Filippi alla D’Urso. “Il catenaccio non funziona”, ha spiegato ai discepoli il noto erede di Packard e McLuhan, ma pure di Guardiola: “Dobbiamo cambiare schema, partire all’attacco e tenere il possesso di palla, stando attenti a non cadere nelle provocazioni e puntando diritti alla porta avversaria”. Che è poi quel che diceva B. nei provini di Arcore, dove saggiava i suoi candidati e scartava chi portava la barba, o non rideva alle sue barzellette o, soprattutto, parlava di contenuti (“L’italiano medio è un ragazzo di seconda media non troppo intelligente che nemmeno siede al primo banco: è a loro che dobbiamo parlare”) (…).