Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Riforme al Viagra”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 febbraio 2015 8:09 | Ultimo aggiornamento: 13 febbraio 2015 8:10
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Riforme al Viagra"

La prima pagina del Fatto Quotidiano del 13 febbraio

ROMA – “Riforme al Viagra” è il titolo dell’editoriale a firma di Marco Travaglio sulle pagine del Fatto Quotidiano di venerdì 13 febbraio.

“L’estate scorsa, quando pareva che l’Italia non potesse resistere un minuto di più con un Senato eletto dai cittadini, dunque bisognava votare a tappe forzate fino al 10 agosto con canguri e altre specie zoologiche, Renzi e madonna Boschi annunciarono il beau geste: le riforme, “ampiamente condivise” (con B.) passeranno senz’altro con la maggioranza di due terzi che esclude il referendum confermativo. Ma, nella sua infinita bontà, il governo darà comunque “l’ultima parola ai cittadini”. Ora che l’ex socio fa i capricci e Forza Italia vota un po’ sì un po’ no un po’ forse, non si sa neppure se le cosiddette riforme hanno la maggioranza semplice (50% più uno).

Il che, trattandosi della Costituzione e non del regolamento condominiale, dovrebbe indurre le massime cariche dello Stato a riunirsi per riflettere a bocce ferme sul punto: si può cambiare la Carta fondamentale a colpi di maggioranza, anzi di minoranza? Già il governo si regge su una maggioranza drogata dal premio del Porcellum cancellato dalla Consulta. E ora questa maggioranza fittizia sta in piedi al Senato solo grazie ai voltagabbana ex grillini, ex forzisti ed ex montiani che s’offrono all’unico padrone del vapore nella speranza di salvare la poltrona al prossimo giro. Una situazione incostituzionale che dovrebbe allarmare Mattarella, Grasso, Boldrini e lo stesso Renzi. Invece nessuno dice nulla: al massimo si discute se sia il caso di concedere un’ora e mezza in più o in meno alle opposizioni per illustrare gli emendamenti e sostenere l’ostruzionismo. Intanto giornali e tg inventano ogni giorno espressioni soavi, eufemismi alla vaselina, simpatici neologismi per non chiamare le cose col loro nome. Quando nel ’94 Bossi rovesciò il suo primo governo, B. strepitò contro il “giuda, traditore, ladro e ricettatore di voti” e gridò al “ribaltone”: ma il nuovo premier Dini l’aveva indicato lui stesso, salvo poi astenersi sul voto di fiducia.

Nel ’98, caduto Prodi per mano di Bertinotti, il ribaltone ci fu davvero con la nuova maggioranza raccattata da D’Alema: fuori Rifondazione, dentro un’infornata di giramondo che si facevano chiamare Udr al seguito del trio Cossiga-Mastella-Buttiglione. “Giuda!”, strillò il Cav chiedendo elezioni subito per sanare il “tradimento della volontà popolare”. “Puttani!”, gridò Fini, riesumando l’insulto lanciato dal Roma ai monarchici che avevano tradito Achille Lauro per la Dc. Nel 2006 B. si comprò per 3 milioni De Gregorio, passato da sinistra a destra, poi osò pure strepitare contro il “traditore” Follini passato da destra a sinistra. E nel 2007 tentò di rovesciare Prodi con nuove compravendite. Fu intercettato mentre raccomandava a Saccà una squinzia per Raifiction: “Non è per me, ma per un senatore della sinistra con cui sto trattando”. Alla fine il senatore non si mosse e il forzista Innocenzi (Agcom) spiegò: “Forse se lo sono ricomprato”. Prodi cadde lo stesso, grazie a Mastella, promosso poco dopo a europarlamentare Pdl (…)