Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Tutte le lingue del Presidente”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 30 Ottobre 2014 8:07 | Ultimo aggiornamento: 30 Ottobre 2014 8:07
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Tutte le lingue del Presidente"

Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Tutte le lingue del Presidente”

ROMA – “Niente da fare, è più forte di loro. Per i corazzieri la lingua è il secondo muscolo involontario: si rizza e scatta da solo, col pilota automatico, e non c’è verso di sedarlo – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano – Un po’ come il braccio teso del dottor Stranamore. Non è bastato il fatto che l’altroieri Giorgio Napolitano abbia risposto per oltre tre ore a una sessantina di domande di magistrati e avvocati nel processo sulla trattativa Stato-mafia, andando ben oltre la striminzita letterina con cui credeva di cavarsela e dimostrando che quelle domande era giusto farle e che di cose interessanti da dire ne aveva parecchie”.

L’articolo completo:

Non volendo ammettere il ceffone che han preso dall’amato Monarca non appena è riuscito a liberarsi di loro, le cozze appiccicate al suo scoglio fanno di tutto per nascondere ai loro eventuali lettori la parte utile della sua testimonianza: quella in cui, primo esponente delle istituzioni del 1992- ‘ 93 a farlo, Napolitano ha rivelato che Scalfaro, Ciampi, Spadolini e lui erano perfettamente consci della matrice corleonese e del movente ricattatorio delle stragi: lo Stato che di lì a poco cominciò a calarsi le brache con la revoca del 41-bis a 334 mafiosi detenuti era sotto ricatto e sapeva benissimo di esserlo. Chi reputa la testimonianza inutile in quanto “lo sanno tutti che le stragi servivano a quello” non sa cos’è un processo: a parte il fatto che l’ex ministro Conso (indagato per falsa testimonianza) e altri politici ripetono che l’allentamento del 41-bis non fu conseguenza delle stragi perché non se ne conosceva una matrice certa (e Napolitano, come i documenti del Sismi, della Dia e dello Sco, lo smentisce), i processi non si fanno con i “lo sanno tutti”. Se un fatto non viene messo nero su bianco da un testimone del tempo, non esiste.

Il dolo, cioè l’intenzione di favorire la mafia nel disegno destabilizzante e ricattatorio contro lo Stato addebitata agli imputati istituzionali (Mannino, Dell’Utri, Mori, Subranni, De Donno), presuppone proprio la consapevolezza sul chi e sul perché di quel progetto. Perciò la testimonianza di Napolitano sull’estate ‘ 93 è ritenuta preziosa dai pm. Tutt’altra faccenda è il caso D’Ambrosio: lì non si sa se augurarsi che Napolitano abbia detto la verità o abbia mentito. Se ha detto la verità, ne consegue che la lettera del suo collaboratore sugli “indicibili accordi”, parole che lui stesso ora riconosce “drammatiche”, lo lasciò indifferente, infatti non gliene chiese conto nei 40 giorni che precedettero la sua morte per infarto. Se ha mentito, e invece gliene chiese conto ma ha preferito non dirlo ai giudici, ne guadagna la sua personale ansia di verità, ma non la sua sincerità. Nel primo caso sarebbe un ignavo, nel secondo un falso testimone, e francamente non si sa cosa sia peggio. Ma su questo dilemma la stampa corazziera sorvola, al punto di manipolare le parole del presidente (con l’eccezione, una volta tanto, di Repubblica e Corriere, dove i cronisti prevalgono per un giorno sugli aiutanti di campo). Libero: “Re Giorgio smonta la trattativa e pure i magistrati”, “Due righe per una verità: non ci fu alcun accordo”. Il Tempo: “Napolitano fa saltare la trattativa”. Avvenire: “Il limpido stile di Napolitano: ‘ Accordi? Mai’”. Manifesto: “Mafia: ‘ Nessuna trattativa, ma lo Stato era ricattato’”. Ora, anche nella più scalcinata scuola di giornalismo, lo studente che facesse un titolo così su quanto è accaduto al Quirinale verrebbe cacciato e consigliato di dedicarsi all’agricoltura. Napolitano non ha mai detto “nessuna trattativa”, “nessun accordo”: ma che lui non ne venne a conoscenza, e solo nel 1992- ‘ 93. Dal 1996, quando Giovanni Brusca svelò la trattativa Stato-mafia ai giudici di Firenze, subito confermato da Mori e De Donno (che parlano di “trattativa” tout court con Ciancimino, senza l’aggettivo “presunta”), tutti sanno. A maggior ragione Napolitano, all’epoca ministro dell’Interno. Quanto agli “accordi”, per giunta “indicibili”, glieli mise nero su bianco nel 2012 D’Ambrosio. Quindi, con buona pace dei tre quarti della stampa italiana, Napolitano non ha smentito né smontato un bel niente. Anzi, tutto il contrario.