Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: “Tutti a Rebibbia il sabato sera”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 12 Dicembre 2014 8:09 | Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre 2014 8:14
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano: "Tutti a Rebibbia il sabato sera"

Un carcere

ROMA – “Tutti a Rebibbia il sabato sera” è il titolo dell’articolo a firma di Marco Travaglio sulle pagine del Fatto Quotidiano di venerdì 12 dicembre. “Scopriamo che la classe dirigente che spadroneggia a Roma da qualche giunta a questa parte si era formata in una scuola quadri ben più efficace: la casa circondariale di Rebibbia.”

Lì nell’autunno 1982, per una prodigiosa congiunzione astrale, si trovarono a convivere Gianni Alemanno, Massimo Carminati, Andrea Munno, Peppe Dimitri e Salvatore Buzzi. Alemanno era dentro per una molotov contro l’ambasciata Urss. Carminati per le sue gesta nei Nar, appena sguerciato all’occhio sinistro dalla pallottola di un carabiniere. Dimitri e Munno pure per le loro imprese nei Nar. Tre amici al Nar. Buzzi invece aveva assassinato con 34 coltellate un collega bancario, suo complice in una truffa a base di assegni falsi, che lo ricattava. Alemanno, Dimitri e Buzzi dividevano la stessa cella. Gli altri due li incontravano nell’ora d’aria. E fu subito scintilla, amore a prima vista. Chissà le conversazioni, i dibattiti, i progetti per il futuro. C’è chi, per reinserirsi nella società, intreccia cestini di vimini. E chi, più modernamente, si dà alla politica. Altro che America: è l’Italia il paese delle opportunità e la galera non è certo un ostacolo: anzi, fa curriculum. Siccome il primo arresto non si scorda mai, quando Alemanno diventa deputato di An e poi ministro dell’Agricoltura, si ricorda del camerata Dimitri e gli affida una consulenza. Buzzi invece si butta a sinistra, Pci-Pds-Ds-Pd, con la coop rossa 29 Giugno: “opera nel sociale”. Si laurea in Lettere, simbolo del riscatto dei detenuti che ce l’han fatta. Organizza convegni molto garantisti sugli orrori del carcere e la bellezza delle “Misure alternative alla detenzione e il ruolo della comunità esterna” alla presenza di Cossiga, Vassalli, Martinazzoli, Ingrao. Alemanno intanto diventa sindaco, ma non è tipo da discriminare i rossi, anzi è di larghe vedute: appalti su appalti al compagno (di cella), che per non saper né leggere né scrivere ha infilato pure Er Cecato fra i soci.

Munno invece fa l’imprenditore, infatti torna in galera nel ’94, ma non più come nell’82 per una misera aggressione: stavolta per usura, truffa e ricettazione di dollari falsi. In un paese giustizialista avrebbe chiuso lì. Ma l’Italia è garantista ed ecumenica: ecco dunque la sua EdilHouse80 fare man bassa di appalti ai Punti Verdi del Campidoglio, grazie anche alla consulenza dell’ex responsabile Ambiente di Veltroni. Lui è di nuovo indagato: fatture gonfiate e corruzione dei poliziotti che dovrebbero sorvegliarlo ai servizi sociali. Un carrierone. Mafia Capitale invece gli manca, diversamente che agli altri tre (Dimitri è morto nel 2001): Alemanno è inquisito per mafia a piede libero. Buzzi il Rosso e Carminati il Nero invece son tornati dentro: non più a Rebibbia, stavolta a Regina Coeli. Chissà gli allegri conversari sul piccolo mondo antico di mezzo che non c’è più: fra qualche mese, se tutto va bene, mettono su un’altra scuola quadri nell’ora d’aria. Lezioni di furto con scasso, spezzamento di ossa, scrocchia-mento di pollici, materie così (…)