Maria Carmela Privitera, lettera ex alunno: “Scusa prof”

di redazione Blitz
Pubblicato il 21 Settembre 2015 7:57 | Ultimo aggiornamento: 20 Settembre 2015 15:58
Maria Carmela Privitera, lettera ex alunno: "Scusa prof"

Il quartiere Ponte di Nona dove è morta la prof

ROMA – Valerio Piperata, scrittore, la prof Maria Carmela Privitera se la ricorda bene. Era la prof un po’ strana e svitata che tutti, in classe, prendevano in giro. E oggi, con una lettera a Repubblica, le chiede scusa. Scuse tardive, ma doverose, perché la prof Privitera, 63 anni, è stata trovata morta in casa qualche giorno fa a Roma, quartiere Ponte di Nona.

Morta nell’indifferenza da almeno due anni, forse per una caduta o un malore. E i vicini, che pure il tanfo della morte lo sentivano, hanno pensato che uno strato di scotch intorno alla porta risolvesse. Niente più odore, nessun pensiero per quella vicina stramba.

Scrive Piperata, ex alunno della scuola media Verga:

La prima volta che entra in classe ci alziamo tutti in piedi, come facciamo sempre per qualsiasi professore. È un segno di rispetto e considerazione. Lei va dritta verso la cattedra, guarda per terra, non dice buongiorno, niente canonico «sono Maria Carmela Privitera, la vostra insegnante di educazione artistica». Non dice una parola. Ricordo perfettamente l’espressione del suo viso, piccolo e pallido, come se l’avessi ancora davanti: austera, severa. Non ci ha ancora guardato. Posa la borsa sulla cattedra. La mano che spunta dal cappotto scuro e che porta la borsa sembra quella di una bambina. Lei finalmente alza la testa e dà la prima occhiata alla classe. Becca subito una mia compagna che sta ridendo.

Le chiede, con un tono di rimprovero: «Che cos’hai da ridere? ». È stronza, è severa, penso io. Mi darà un sacco di problemi perché non sono capace a disegnare. Ma mi sbaglio. Lei non è niente del genere.Dopo un quarto d’ora che è in aula, non è più solo una ragazzina a ridere, ma tutti e venticinque gli studenti della 1a B della scuola media statale Giovanni Verga in via Giovanni Gussone. Me compreso. La Privitera è strana, porta le scarpe di due numeri più grandi, le calze nere troppo lunghe, un cappotto nero a settembre e gli occhialoni, è piccola, è bianca latte, parla strano, parla da sola, non parla mai a nessuno.

I ricordi mi si riaccendono nella mente, prendono fuoco, e rivedo adesso la mia professoressa di artistica, quella strana, in un modo completamente nuovo. «Che cos’hai da ridere?» forse, adesso che ci penso, l’ha detto perché sapeva perfettamente che, tempo dieci minuti, lì dentro qualcuno avrebbe riso di lei, e dietro a quel qualcuno si sarebbe unita tutta la classe, e non l’avrebbe ripresa più, perdendola per sempre.

Perché la Privitera non somiglia a niente e a nessuno con cui abbiamo mai avuto a che fare, non somiglia alla preside, a quella di italiano, di matematica, non somiglia alle nostre madri, alle nostre nonne, può somigliare piuttosto a una cugina di quarto grado che abita lontano e che non senti neanche per Natale e pare non se la stia passando tanto bene, ma che vuoi farci.

La Privitera se n’è andata dal mondo come se n’è andata dalla nostra scuola: nessuno aveva saputo niente, e nessuno aveva provato niente, se non un senso di sconforto perché il professore nuovo è serio e adesso educazione artistica ci tocca farla per davvero. È per questo che io chiedo ufficialmente scusa per averla ignorata, per non aver ascoltato mai una lezione, per non aver mai consegnato un disegno, per aver riso di lei. Stavolta però mi alzo dalla sedia, e col rispetto e la considerazione che ho mostrato a professori che forse lo meritavano meno di lei, le porgo il mio ultimo e più sincero saluto: addio, professoressa Privitera.

 

Venerdì, su Repubblica, era stato Francesco Merlo a raccontare nei dettagli la triste storia della prof dimenticata:

Maria Carmela era nata a Siracusa nel 1952, meridionale come la gran parte degli insegnanti italiani che sono sempre in esubero al Sud, forse per quell’eccesso di umanesimo che c’è nelle terre di Croce e Pirandello. Era dunque emigrata e aveva insegnato, qui a Roma, Educazione Artistica: «Allora non c’era bisogno della laurea» racconta ancora la ex preside che si consulta con le altre insegnanti che l’hanno conosciuta e «in tutte noi, anche nella vicepreside che sta al Moscati da sempre, la sua immagine si confonde sino a fondersi con quella di un’altra fragilissima creatura che come lei aveva paura di tutto e come lei è stata tanti anni tra noi senza mai lasciarsi andare, neanche una volta, senza mai assecondare il bisogno di raccontare ad alta voce ciò che provava. La sola differenza è che Maria Carmela era molto malata mentre l’altra accudiva una madre molto malata».

Secondo la polizia non aveva parenti, la professoressa Privitera. Al Provveditorato di Siracusa dicono che forse — «ma ripeto, forse» — era la figlia di Santino Privitera, un tipo che mille anni fa vendeva quadri: «Qui di sicuro non ha mai insegnato ». Alla scuola Moscati parlano di un nipote «o forse una nipote ». Di fronte alla casa-sepolcro stanno costruendo la nuova Chiesa: siete della ditta Caltagirone? «No. Pessina costruzioni ». Il parroco, che per ora dice messa nel container, «è in viaggio ». Il geometra lo chiama al telefono. Si chiama don Fabio Corona, è giovane, sta qui da sette anni, è stato il confessore di Maria Carmela Privitera. Dice: «Rispondo solo al Vicariato». Maria Carmela ci credeva tanto, ma anche Dio l’ha dimenticata.