Massimo Bossetti, processo social: avvocati aggiornano su Fb

di redazione Blitz
Pubblicato il 21 Settembre 2015 16:58 | Ultimo aggiornamento: 21 Settembre 2015 16:58
Massimo Bossetti, processo social: avvocati aggiornano su Fb

Massimo Bossetti, processo social: avvocati aggiornano su Fb

BERGAMO – Ci sono le aule di tribunale e poi c’è Facebook, i salotti televisivi.  Gli avvocati di Massimo Bossetti difendono, primariamente, Bossetti in aula, ed è lì che i giudici stabiliranno se è colpevole o innocente per l’omicidio di Yara. Ma c’è un altro processo, una sorta di processo parallelo, ovvero quello davanti all’opinione pubblica. Qui il linguaggio può farsi meno tecnico e più alla mano, familiare.

Succede, ad esempio, di scorrere il profilo dell’avvocato Claudio Salvagni e leggere:

Ieri ho avuto un lungo colloquio in carcere con Massimo. Chiede, mio tramite, di portare a tutti gli amici di FB i suoi saluti e, soprattutto, il suo grazie per la forza che gli state dando. Convinti e determinati verso la meta.

E ancora:

La gogna mediatica quale conseguenza di una comunicazione distorta ad arte uccide dentro, inesorabilmente. Uccide, tra indicibili sofferenze dell’animo, tutti coloro che entrano nel focus di quella che è una vera e propria, sottile, tagliente e impietosa, arma. Una vera tortura, uno stillicidio giornaliero devastante è quello a cui è stato sottoposto l’essere umano Massimo Giuseppe Bossetti e con lui la sua famiglia, i suoi figli. Quando muore lo spirito come può sopravvivere il corpo in un deserto arido ove è stata fatta tabula rasa della tua vita? Se, con uno sforzo titanico, riesci comunque a far vivere il tuo corpo, sei morto dentro.

Un “doppio processo” cui dedica un articolo Giuliana Ubbiali sul Corriere della Sera:

Venerdì 11 settembre, dopo dieci ore di processo, Camporini e il collega Claudio Salvagni erano in televisione. Ore 21.08: «E ora Quarto Grado», scriveva Salvagni agli amici (1.157) di Facebook. Così, è andata in scena l’analisi del processo. A partire dal ritratto di Yara, «peperina» e istruita a non dare confidenza agli sconosciuti, fatto da mamma Maura e papà Fulvio. «Abbiamo voluto dimostrate l’atteggiamento di Yara anche a una richiesta di semplice passaggio ed è emerso un quadro di assoluta diffidenza». Per gli avvocati si traduce in: «Quindi non avrebbe mai dato retta a Bossetti». Uno sconosciuto. Nel computer, nel diario e nelle confidenze di Yara alle amiche, infatti, non c’è traccia di lui.

Solo l’assassino sa se la bambina si è lasciata avvicinare, oppure se l’ha rapita. Un buco nero che per l’accusa, però, non indebolisce la prova principale: il Dna di Bossetti sugli slip e sui leggings della vittima, in corrispondenza di un taglio. Il Dna, appunto. La difesa insiste su quello che l’istruttrice di ginnastica ha lasciato su una manica del giubbotto di Yara: «Non ha spiegato perché fosse lì», dice Salvagni alle telecamere. Ma per il pm è spiegabile con un contatto giustificato dalla conoscenza .

Venerdì stesso copione. In Facebook. «Nessuno ha visto uscire Yara dalla palestra. Resta aperta quindi l’ipotesi che possa essersi diretta verso il corridoio degli spogliatoi», il post dell’avvocato. Il riferimento è alla testimonianza di Fabrizio Francese, che incrociò Yara nel corridoio della palestra. Ma l’uomo è sicuro che stesse uscendo: «Camminava a passo spedito, non mi sono voltato ma se avesse sterzato per gli spogliatoi me ne sarei accorto». Altro commento su Ilario Scotti, l’aeromodellista che ritrovò il corpo «tra i rovi» nel campo di Chignolo: «In quel campo, al buio, verosimilmente bagnato, non era possibile un “inseguimento” senza cadere a terra e riportare tagli sui vestiti». Per la difesa, Yara è stata uccisa altrove. Un’ipotesi smentita dall’autopsia: la bambina stringeva un ciuffo d’erba nella mano destra, l’ultimo spasmo, e un arbusto era cresciuto attorcigliandosi attorno alla caviglia destra.