Rassegna Stampa

Massimo Cialente al Fatto: “Io ho perso. La torta ha fatto gola a tutti”

Massimo Cialente al Fatto: "Io ho perso. La torta ha fatto gola a tutti"

(Foto LaPresse)

L’AQUILA – Massimo Cialente, si è dimesso da sindaco dell’Aquila sull’onda dello scandalo delle tangenti post terremoto e, intervistato da Chiara Paolin per il Fatto, ha dato la colpa dello scandalo ai giornali invece di riconoscere che è proprio tutto il sistema dei partiti e dell’apparato politico burocratico che non funziona. Ci succhia il sangue come un gigantesco parassita e in cambio ci dà solo una frazione di quello che ci porta via.

Massimo Cialente sembra personalmente a posto, più una vittima che un colpevole. Ma questo non lo esime dall’avere accettato, tollerato, subito, un sistema al quale, da solo, non ha certo potuto opporsi. Ora si è dimesso, e questo conferma che è una persona per bene che paga per colpe politiche, non penali, non etiche. Ma dando la colpa ai giornali si mette alla stregua di tanti che hanno confuso l’effetto, i giornali, con la causa, le loro porcherie.

L’intervista esordisce con queste parole:

“Io ho perso”.

Per poi proseguire, all’indirizzo della giornalista del Fatto:

“Siete stati voi del Fatto , no? Avete scritto che io sto qua col cerchio marcio intorno, e allora basta, me ne vado: è giusto così”.

In ciò che segue si legge:

Se un suo assessore dice “che culo” avere il terremoto da gestire non è colpa del Fatto. Allora cerchiamo di parlare chiaro: da quando è iniziato tutto, io ho continuato a ripetere una sola cosa. E cioè che troppa gente aveva troppi interessi su ’sta tragedia. Che il governo doveva predisporre un piano per l’emergenza ma soprattutto mettere in piedi un sistema per ridare L’Aquila agli aquilani. C’è mai stato qualcuno che m’abbia preso sul serio?

Tancredi è un pezzo grosso dell’opposizione, un vecchio Dc che conta molto nel centrodestra. Dopo il terremoto mi fa: voglio dare il mio contributo, dammi una delega sulla ricostruzione. Io, sperando che un governo di salute pubblica potesse funzionare, gli ho affidato un ruolo sugli immobili del Comune, neanche sulla ricostruzione. Un segnale. Quando ho dato la notizia mi sono arrivati insulti di ogni genere, nel giro di una settimana gli ho tolto il mandato.

Dico solo che mi dimetto per un avviso di garanzia mandato ad altri. E che se uno governa una città in macerie con 19 gruppi in Consiglio comunale deve fare i salti mortali.

La giornalista chiede: Nelle intercettazioni lei c’è. Parla con l’assessore dell’Udeur Ermanno Lisi degli appalti gestiti da Carlo Bolino, funzionario addetto alla ricostruzione delle strade.

Eh, appunto: e che dico io? Sto incazzato con Lisi, urlo perché non mi va bene che Bolino scelga da solo a chi dare i 40 mila euro dell’appalto. Poi però mi hanno spiegato che l’appalto c’era già stato, e che Bolino mandava avanti il lotto secondo l’esito dalla gara. Comunque, vabbè, Bolino è un tipo così. I funzionari sono fatti così.Forse non ci siamo ancora capiti: qua la torta è gigantesca e ha fatto gola a tutti. Ognuno tentava di prendersene un pezzetto mentre io urlavo a Roma: dateci una mano a scrivere regole più serie, per esempio sugli appalti. L’unico che ha provato a mettere i paletti è stato Fabrizio Barca. Dava i soldi e dava le regole.

Poi se n’è andato, nessuno ha portato avanti i decreti attuativi e s’è fermato tutto. Mercoledì prossimo dovevo incontrare il ministro Trigilia per chiedere le sue dimissioni: su L’Aquila non sta lavorando per niente. E il 7 gennaio, il giorno prima del casino, ho incontrato il sottosegretario Legnini, pure lui abruzzese, per avvisarlo. Per dirgli che la politica se ne sta sbattendo di noi.

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