Massimo Giuseppe Bossetti, 5 no alla libertà: Dna, alibi, spostamenti…

di Redazione Blitz
Pubblicato il 16 Marzo 2015 16:40 | Ultimo aggiornamento: 16 Marzo 2015 16:40
Massimo Giuseppe Bossetti, 5 no alla libertà: Dna, alibi, spostamenti...

Massimo Giuseppe Bossetti, 5 no alla libertà: Dna, alibi, spostamenti…

BERGAMO – Sono cinque i motivi per cui Massimo Giuseppe Bossetti è ancora in carcere dopo 9 mesi di custodia cautelare. Li riassume Giuliana Ubbiali sul Corriere della Sera, ripercorrendo la prima ordinanza in carcere, la prova del Dna, e tutti gli altri giudici coinvolti in questa lunga inchiesta.

La prima ordinanza L’11 giugno, il gip Vincenza Maccora tiene in cella Bossetti con un’ordinanza che sarà la base di quelle seguenti. Definisce il Dna «forte elemento probatorio» tanto pià perché «isolato in un’area attigua ad uno dei margini recisi dell’indumento»: quello di Bossetti corrisponde a quello di Ignoto 1, il presunto killer. Gli ulteriori elementi «se valutati globalmente rafforzano il quadro indiziario»: la calce sul corpo, sui vestiti e nei bronchi di Yara è compatibile con il lavoro edile di Bossetti; l’indagato bazzica e vive nella zona in cui sono avvenuti i fatti; alle 17.45 del giorno dell’omicidio il suo telefonino ha agganciato la stessa cella agganciata alle 18.49 da quello di Yara. Quella dell’indagato è una «condotta rivelatrice di un’indole malvagia e priva del più elementare senso d’umana pietà».Potrebbe uccidere ancora: deve stare in carcere.

Il gip respinge L’avvocato Claudio Salvagni chiede la scarcerazione al gip, alla luce di una «rilettura critica» degli elementi d’accusa. Il 15 settembre il gip la respinge: nulla è cambiato sul Dna, anzi Bossetti ha negato qualsiasi conoscenza con Yara «quindi non vi sono elementi che giustificano la presenza del Dna dell’uomo sul corpo della ragazza, se non il contatto tra i due avvenuto al momento dell’aggressione». Inoltre, il carpentiere ha dato ricostruzioni «diverse e confuse» sui suoi spostamenti nel giorno del delitto: «Ero al lavoro e poi sono andato a casa», aggiustato in «sono andato dal commercialista, dal meccanico, dal fratello, all’edicola». Gli alibi saranno smentiti.

I giudici di Brescia La difesa ricorre al Tribunale della libertà, che il 14 ottobre conferma l’importanza del «dato essenziale» del Dna: «Non è dato dubitare dell’attribuibilità a Bossetti dell’illecito elevatogli per le risultanze, allo stato incontrovertibili». Sulle perplessità della difesa relative al deterioramento delle tracce su Yara, i giudici scrivono che «non riescono a scalfire la solidità delle conclusioni». La linea è dura: «Il collegamento diretto tra il prevenuto e la vittima istituito dai ritrovamenti di cospicuo materiale biologico dell’uomo sul cadavere è sufficiente a profilare un coinvolgimento di Bossetti nell’omicidio». Quanto agli altri indizi (calce, celle telefoniche, fratellino che riferì della paura di Yara per un uomo con la barbetta) hanno «scarsa pregnanza».

La Suprema Corte In Cassazione, la difesa solleva questioni procedurali sull’accertamento del Ris e contesta i giudici bresciani dove hanno ritenuto il rischio di reiterazione implicito nella gravità del fatto e hanno valutato vita normale di Bossetti a suo sfavore: «Il buon inserimento nel contesto di appartenenza svela ancora di più la mancanza di freni inibitori». Il 25 febbraio la corte respinge: mancano ancora le motivazioni.

Un altro stop La difesa ci riprova con il gip dopo il deposito della relazione in cui i consulenti del pm, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, scrivono di una «apparente contraddizione»: nella traccia mista Yara-Ignoto 1 non emerge il Dna mitocondriale (identifica la linea materna) di Bossetti. Quella nucleare (identifica un soggetto) corrisponde invece alla sua. Per il gip «le precedenti decisioni hanno ampiamente analizzato i risultati, definiti solidi dal Riesame, dei test del Dna nucleare. Tali risultati non sono messi in discussione». Tanto più che la comparazione è stata estesa da 21 a 38 marcatori. Inoltre, quando non si sapeva chi fosse Bossetti, il Ris aveva indicato che il presunto killer aveva gli occhi chiari (lui li ha azzurri). E, per valutare la personalità del carpentiere, vanno considerate le ricerche in Google con le parole «tredicenni» più dettagli sessuali dal computer di casa sua.

L’ultimo diniego Venerdì l’ultima decisione. Il Dna è un «punto fermo» e «incontrovertibile» scrive il Tribunale della libertà. Le «problematiche» del mitocondriale «non scalfiscono il grave indizio» e va affrontata a processo. Le ricerche sui computer sono irrilevanti, perché potrebbe averle fatte chiunque in casa. Il quadro non cambia: Bossetti può stare solo in carcere.