Massimo Giuseppe Bossetti e la sua firma del Dna: “Ecco perché inchioda il killer”

Pubblicato il 21 Giugno 2014 11:44 | Ultimo aggiornamento: 21 Giugno 2014 11:44
Massimo Giuseppe Bossetti e la sua firma del Dna

Massimo Giuseppe Bossetti

BERGAMO – Una macchia di sangue la madre di tutte le prove che accusano Massimo Giuseppe Bossetti di essere l’assassino di Yara Gambirasio. Può sembrare quasi una magia il fatto che da una macchia di materia organica come sangue, sperma, sudore o saliva trovata su un corpo possa far arrivare alla certezza da parte degli investigatori di aver individuato l’assassino. Questo è proprio quello che è accaduto nel caso di Yara. Ma come funziona una simile indagine sui Dna? PieroColaprico di Repubblica lo ha chiesto a 4 genetisti in un articolo pubblicato oggi 21 giugno. Ecco perché quel sangue inchioderebbe Bossetti:

“Sui resti di Yara viene trovata una «macchia organica mista », cioè c’è sia il Dna di Yara sia quello di un soggetto maschile, che verrà chiamato «Ignoto Uno»: come si possono individuare in una sola macchia due Dna? «Avete presente un “file” sul computer? Il Dna è uguale», dice lo scienziato Edoardo Boncinelli. «C’è per esempio la parola pappagallo, si o no? C’è la parola rivincita, sì o no? A ogni domanda, la sua risposta. Se dieci o quindici domande ricevono la risposta, se ci sono le “parole”, ogni Dna trovato diventa inconfondibile». Se due Dna mescolati in una macchia dicono che i due soggetti erano là insieme, nella ricerca scientifica non serve «separare» i due Dna diversi? «No», conferma Boncinelli: «Se ogni Dna è un “file”, è come se nella macchia ci fossero i due “file” che si sono mescolati. E grazie all’analisi molecolare, i due testi possono essere rintracciati e ricomposti, parola per parola. Quindi si può dire che c’è Yara, grazie alle parole di Yara, e che c’è “Ignoto uno”, per le parole di “Ignoto uno”. Infatti, sarebbe meglio — spiega Boncinelli — dire non “il” test del Dna, ma “i” test del Dna, al plurale, perché si cercano tante parole». La macchia mista venne mandata a quattro laboratori diversi che identificano lo stesso Dna di “Ignoto uno”. Perché? «La regola della scienza — risponde ancora Boncinelli — è “mai una volta sola”. Potrebbe succedere che batterio, muffa o fungo alterino qualche “parola”. Qui non è successo». Viene trovata una somiglianza tra il Dna di «Ignoto uno» e quello del frequentatore di una discoteca, non lontana dal prato dove emersero i resti di Yara. E da lì si è arrivati a Giuseppe Guerinoni, autista di bus, morto nel 1999. Com’è possibile? «Ogni figlio — spiega il professor Guido Barbujani dell’università di Ferrara — ha il 50 per cento del Dna paterno e il 50 per cento del Dna materno. Ma ci sono degli eccessi di somiglianza negli stessi gruppi parentali. Per capirci, sicuramente esiste persino una minuscola somiglianza del Dna tra un signore che passa per strada e Nelson Mandela, ma ci sono molte più somiglianze se si è nello stesso gruppo di parenti, o se si abita da tempo nella stessa zona». Ma dal gruppo dei parenti, come si può essere sicuri di arrivare al padre? «Per tentativi. E avendo riesumato il corpo di Giuseppe Guerinoni, ogni dubbio — continua il professore di Ferrara — s’è dissolto.

“Il Dna stabilisce che lui è il padre di “Ignoto uno”». «Ignoto uno», però, non aveva nel suo 50 per cento di Dna femminile quello della moglie di Giuseppe Guerinoni: bastava per escludere i maschi discendenti legittimi dell’autista? «Sono stati immediatamente esclusi, infatti — dicono Carlo Previderè e Pierangela Grignani, genetisti dell’Università di Pavia — gli investigatori cercavano la madre di “ignoto uno” e hanno prelevato i campioni di donne che potevano aver avuto rapporti sessuali con Guerinoni o che avevano cambiato indirizzo. Solo a noi ne sono arrivati circa 500». Ma come si può rintracciare una madre naturale? «Abbiamo evidenziato nel Dna di “Ignoto uno” — spiegano i genetisti pavesi — un allele raro di provenienza materna. Quindi abbiamo messo a punto a Pavia un test specifico per tracciare questa caratteristica e uno dei campioni delle donne arrivati in laboratorio possedeva la caratteristica peculiare. Quello di Ester Arzuffi. C’era tra i due Dna piena compatibilità. Madre e figlio». È importante per la ricerca la circostanza che “Ignoto uno” avesse un allele materno molto raro? «È come dire che una madre ha un occhio chiaro e un occhio scuro: è lei la persona che si cerca e «ignoto uno», figlio, porta in sé questa strana caratteristica», dice ancora Barbujani. Quindi, seguendo il filo del discorso, Ester Arzuffi, madre naturale di «Ignoto uno», ha concepito i suoi gemelli con Guerinoni, tant’è vero che non è stato nemmeno necessario fare l’esame del Dna al padre anagrafico. Perché? «Perché — risponde Boncinelli — “Ignoto uno” ha, stando ai test del Dna, dentro di sé le parole del padre e quelle della madre, e possono essere solo quelle».

I test domenica notte rivelano che «Ignoto uno», il presunto assassino, è Massimo Giuseppe Bossetti, 44 anni, muratore, padre di tre figli, che si proclama innocente. Viceversa, siccome i due Dna — “Ignoto” e Bossetti — presentano 21 marcatori uguali, l’accertamento, viene detto, è «a prova di bomba»: perché? «Se diciamo che un soggetto ha il sangue zero positivo, sappiamo che non basta, perché ci sono moltissime persone zero positivo. Ma in questo sangue, c’è il Dna. Nel Dna ci sono alcuni marcatori molto, ma molto più rari di altri. Se vengono individuati tra gli 11 e i 13 marcatori uguali, la possibilità che il soggetto non sia quello, sapete di quant’è? È una su 300 miliardi. Quindi, se i marcatori sono 21, le possibilità di errore sono ben oltre. Ma al mondo, dice un mio amico inglese, per fortuna ci sono solo 7 miliardi di persone», conclude il professor Barbujani. Il Dna di Massimo Bossetti — va ricordato — è stato trovato all’interno dei leggings e degli slip di Yara. Come c’è arrivato? È a questa domanda che, per ora, manca la risposta.