Matteo Renzi ha vinto la battaglia dell’articolo 18? Belpietro, Libero

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 ottobre 2014 10:37 | Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2014 10:37
Matteo Renzi (foto Lapresse)

Matteo Renzi (foto Lapresse)

ROMA – “Ma siamo sicuri che Matteo Renzi l’altra sera abbia vinto la battaglia dell’articolo 18? – scrive Maurizio Belpietro di Libero – Piegando la vecchia guardia con l’80 per cento dei consensi, per la grande stampa nella direzione del Pd il presidente del Consiglio ha stravinto, ottenendo il via libera alla riforma dello Statuto dei lavoratori così come annunciato”.

L’articolo completo:

Eppure, messi da parte i commenti a caldo e anche le asprezze del dibattito interno al partito di maggioranza (Bersani che evoca il metodo Boffo contro la minoranza, D’Alema che prova a pungere il premier con frecciate sarcastiche), occorre chiedersi se davvero sia stato dato il via libera alla cancellazione della norma che rende i licenziamenti di singoli dipendenti più difficili di un divorzio oppure no. La sensazione infatti è che ci sia molta distanza tra quanto promesso e ciò che il capo del governo si appresta a portare a casa e che, ancora una volta, si sia di fronte a una riforma di parole ma non di fatti. Le perplessità del resto erano espresse anche in un fondo del Sole 24 Ore, ossia del quotidiano più attento di chiunque altro alle novità sul fronte del mercato del lavoro.

Sul giornale della Confindustria, all’indomani della direzione del Pd, Fabrizio Forquet si interrogava sul rischio che la riforma dell’articolo 18 alla fine giunga a destinazione molto più annacquata di quanto annunciato. Pessimismo dei soliti maestrini dalla penna salmonata? Forse, ma forse no, perché il sospetto che dietro gli annunci si nasconda poco è forte ed è alimentato dal fatto che si discute molto del provvedimento ma finora non c’è un testo definitivo con il quale confrontarsi. Una riforma virtuale dunque, la cui discussione dovrà essere rinviata inevitabilmente al momento in cui ci sarà un disegno di legge o un decreto. Finora siamo solo alle chiacchiere e non è detto che le chiacchiere corrispondano alla realtà. Forse qualche lettore si stupirà della nostra diffidenza, ma in realtà noi non siamo diffidenti, ci atteniamo ai fatti e i fatti per ora non promettono nulla di buono. A differenza di quanto scritto su tutti i principali quotidiani, non siamo alla cancellazione dell’articolo 18, ma semmai a una sua modifica. L’abolizione della famigerata norma, infatti, richiederebbe un provvedimento esteso a tutta la platea dei lavoratori e non applicato solo alle nuove leve e per di più per soli tre anni. Volendo abolire una tutela giudicata non al passo con i tempi, si doveva cassarla per tutti e non per i neo assunti, creando disparità di trattamento, ossia lavoratori di serie A e altri di serie B. Al contrario, come sempre in Italia, si è preferita la via mediana.

L’articolo 18 si abolisce per chi non ha un lavoro ma potrebbe averlo, così si evita la polemica dei diritti acquisiti e soprattutto si rimanda lo scontro con il sindacato. Meglio, molto meglio, intervenire su una platea piccola, cioè quella dei nuovi assunti, così si esclude il grosso dei lavoratori dipendenti e dunque la rivolta di Cgil, Cisl e Uil. Può darsi che la scelta di Matteo Renzi sia quella giusta e che non andare al muro contro muro con il sindacato serva a rompere il fronte confederale. E però c’è anche il rischio che la politica dei piccoli passi in realtà faccia fare ben poca strada alla riforma voluta dal governo, deludendo le aspettative dei molti investitori che vorrebbero finalmente un mercato del lavoro dinamico e flessibile. Se c’è una cosa che spaventa gli imprenditori e che preoccupa anche noi è la possibilità di lasciare in vita per i neo assunti, e dunque per tutti, la norma che consente di ricorrere alla magistratura quando si ritenga di essere vittima di un licenziamento disciplinare. Uno spiraglio che chiunque intenda opporsi alla rescissione del rapporto di lavoro ovviamente imboccherà per impedire il licenziamento. Se la nostra giustizia fosse chiara e soprattutto veloce, un industriale potrebbe anche sopportare il peso del giudizio, ma essendo ogni processo più lungo e bizzarro che altrove, si capisce che nessun titolare d’azienda con un grammo di cervello sia disposto a mettere dei soldi in un posto in cui saprà fra tre, quattro o cinque anni se può mettere alla porta un dipendente.

Lasciando una minima possibilità di rivolgersi a un giudice e dunque non assoggettando qualsiasi controversia al rimborso economico, il governo rende un po’ inutile la riforma, che diventa né carne né pesce, cioè né buona né cattiva, ma solo una delle molte leggi inutili che si fanno in Italia. Il problema del nostro Paese è che oggi un imprenditore vuole tornare libero di investire ma anche, se necessario, di licenziare. Perché questo è ciò che può fare in altri Paesi. Ci sono chiare le incrostazioni del sistema e perfino gli ostacoli che vengono frapposti dalla sinistra, ma se l’Italia vuole tornare a correre è inutile procedere lentamente. Meglio andare fino in fondo: magari si rischierà qualche polemica, ma – come si è visto durante la direzione del Pd – spesso can che abbaia non morde. Soprattutto se il cane è il partito che un tempo era democratico e ora è solo di Matteo