Michele Serra 1992: contro il Pds, per Rodotà. 2013: contro il Pd, per Rodotà

di Redazione Blitz
Pubblicato il 22 aprile 2013 16:27 | Ultimo aggiornamento: 22 aprile 2013 16:27

ROMA – Michele Serra contro il Pds-Pd, Stefano Rodotà candidato a una presidenza e Giorgio Napolitano che viene preferito per quella presidenza dal Pds-Pd: molte sono le simmetrie fra il giugno del 1992 e il maggio del 2013.

Nel giugno del 1992 è appena scoppiata la bomba della strage di Capaci. Con Giovanni Falcone e la sua scorta è morto anche il Caf, l’asse Craxi-Andreotti-Forlani sulle quali si reggevano gli equilibri della fase finale della Prima Repubblica. Improvvisamente, nello stallo di un’elezione del presidente della Repubblica che vede Andreotti contrapposto a Forlani, tutto si risolve con l’elezione a sorpresa di Oscar Luigi Scalfaro, presidente della Camera.

Si libera quindi la presidenza di Montecitorio, che Dc e Psi pensano di lasciare all’opposizione, ovvero al neonato Pds. Per le prime due votazioni il candidato ufficiale del Pds è Rodotà, presidente della “Quercia” e vicepresidente della Camera. Al primo scrutinio prende 158 voti su 554. Al secondo 147 voti. A impallinarlo sono franchi tiratori del suo stesso partito, nonché pezzi di Dc e Psi restii a votare una personalità “di rottura”. A sostenerlo apertamente rimasero solo Rifondazione e Verdi. Il Pds votò due volte scheda bianca prima di cambiare cavallo e scegliere come candidato un moderato, aperto al dialogo con i socialisti di Craxi, leader della corrente dei “miglioristi”: Giorgio Napolitano.

Questa la reazione di Michele Serra, all’epoca direttore di Cuore, settimanale di satira, che lui “apre” con un editoriale dal titolo “Que viva Rodotà”. È l’8 giugno 1992:

“Perché il nuovo presidente della Camera è il gentiluomo Napolitano? Perché in politica vale ancora la regola che una vittoria ambigua è preferibile a una sconfitta limpida. Una regola sgradevole ma comprensibile quando ad applicarla è un partito di potere, il cui unico scopo è perpetuare, costi quel che costi, il proprio predominio. Una regola sgradevole e incomprensibile quando viene applicata da un partito di opposizione, il Pds, la cui unica ragione di vita, soprattutto in questo momento, è l’esatto contrario: dimostrare al Paese che non solo non ha alcuna necessità di sopravvivere dentro il sistema di spartizione consociativa, ma che può sopravvivere solo se ragiona e sceglie al di fuori di quel sistema. Altrimenti crepa. E con lui crepano le residue speranze di riconoscersi nella politica come arte del cambiamento, e non come noiosa giostra dei poteri.

Rodotà (che ha annunciato per tempo di essersi dimesso dal Pds non in caso di sua mancata elezione, ma in caso di cedimento del partito ad accordi con la vecchia banda consociativa: e c’è una bella differenza) è stato accusato di avere voluto fare del “personalismo”

[…] Ma Achille Occhetto non si assunse forse una responsabilità personale fondando il Pds, rifiutando di vivere di rendita al pallido e scemante tepore delle certezze ideologiche e affrontando insulti, sbeffeggiamenti, accuse di tradimento? Possibile che sia proprio lui – il coraggioso casinista della “svolta” – lo stesso segretario del Pds che elegge un presidente della Camera patteggiando con l’emblema vivente del vecchio regime agonizzante, Bettino Craxi? Ma cosa deve fare, maledizione, la gente che disperatamente vuole credere ancora in una sinistra di opposizione, a parte spedire telegrammi di solidarietà a Stefano Rodotà?

Dopo 21 anni, il 21 aprile 2013, Michele Serra – che sosteneva la candidatura di Rodotà al Quirinale – è così deluso dalle vicende che hanno portato alla rielezione di Napolitano da annunciare nella sua “Amaca” su Repubblica quello che può essere interpretato come un addio al Pd (per abbracciare Sel, posto che alle prossime elezioni a sinistra la scelta sia fra questi due partiti):

“Almeno a una cosa, questi giorni tristissimi, sono serviti. Sono serviti a chiarire una volta per tutte che nella sinistra parecchie persone odiano la sinistra. Nel senso che la combattono e forse la temono. Nel senso che ogni vero cambiamento degli assetti di potere, degli equilibri sociali, della distribuzione del reddito, metterebbe a rischio il loro potere, le loro aspirazioni, i loro interessi. Purtroppo questo pezzo della sinistra è un pezzo di Pd: quel pezzo di Pd che ha sparato su Prodi (cioè uno dei propri padri fondatori) e con gusto se possibile maggiore avrebbe sparato su Rodotà (cioè uno dei propri uomini migliori). Importa relativamente sapere se esistano, a monte di questo odio di sinistra per la sinistra, comitati d’affari o intelligenza col nemico o semplice amore per le trame sottobanco o addirittura la lecita convinzione politica che non esista, in Italia, uno spazio politico per il cambiamento. Importa moltissimo, però, capire che avere votato Pd, nelle presenti condizioni, non significa avere speso il proprio voto per una sinistra possibile (mediocre, ma possibile), come credono da molti anni milioni di elettori riformisti come me. Significa averlo dato a una sinistra impossibile. Sel è stata molto più leale con Bersani, e con il Pd, del Pd stesso. Quando si tratterà di tornare al voto ce ne ricorderemo. Eccome se ce ne ricorderemo”.