Rassegna stampa. Monti: “Se serve al Paese, ci sarò”. Spagna, manovra da 40 miliardi

Pubblicato il 28 settembre 2012 9:16 | Ultimo aggiornamento: 28 settembre 2012 9:18
La prima pagina de Il Corriere della Sera 28.9.12

Il Corriere della Sera 28.9.12

Monti non esclude il bis. Il Corriere della Sera: “Bersani e Renzi contrari. Berlusconi: prima le urne”.  Il tempo zero della politica. Editoriale di Ferruccio De Bortoli:

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“Alle elezioni (si voterà il 7-8 aprile?) mancano sei mesi abbondanti. Non sappiamo con quale legge voteremo, chi si presenterà, e se la sera degli scrutini conosceremo la coalizione di governo. La metà degli italiani non esprime nei sondaggi alcun orientamento. E non possiamo quindi stupirci se la stragrande maggioranza degli investitori, nell’incertezza assoluta, si astenga dal considerare il Paese un’opportunità. 
In undici mesi scarsi, il governo Monti ha fatto molto per rimediare a un’immagine internazionale disastrata. Ma rimane assai arduo dimostrare a un osservatore straniero quale sia il vero volto del Paese: la serietà e l’operosità o lo scialo e la corruzione? Noi siamo convinti che il primo aspetto sia assolutamente prevalente sul secondo, escrescenza di abitudini miserabili, purtroppo trasversali e non solo della politica. E che l’Italia perbene stia pagando un prezzo elevatissimo”.

L’ipoteca di Monti parla ai mercati e spaventa i partiti. La nota politica di Massimo Franco:

Per approfondire: Monti non esclude il bis… una promessa e una minaccia per i partiti

“Si indovina un rosario di ragioni dietro la decisione di Mario Monti di non escludere a priori di rimanere a palazzo Chigi dopo le elezioni. La prima, probabilmente, e la più comprensibile, ha a che fare con l’immagine scalcinata dei partiti proprio nei giorni in cui il presidente del Consiglio cercava di «vendere» l’Italia fra gli investitori internazionali incontrati nelle sue giornate statunitensi. Continuare a dire che non c’era da preoccuparsi perché le misure del governo erano avviate su binari dai quali nessuno può deragliare, non bastava più: bisognava offrire altre garanzie ad una comunità finanziaria preoccupata dal dopo-Monti e da un’eventuale involuzione postelettorale: si tratti delle truppe del Movimento 5 Stelle del comico populista Beppe Grillo, o della ricandidatura di Silvio Berlusconi, sulla quale è arrivata, puntuale, una domanda durante l’incontro al Council on Foreign Relations, centro studi d’eccellenza a New York”.

Caso Sallusti, Severino e il Colle “Modifiche sulla diffamazione”. Articolo di Virginia Piccolillo:

“Mercoledì la condanna definitiva a 14 mesi di carcere. Ieri un nuovo rinvio a giudizio per diffamazione, ma anche l’intervento in suo favore del capo dello stato, Giorgio Napolitano, e del ministro della Giustizia, Paola Severino. Alessandro Sallusti lascia la direzione del Il Giornale «con dolore», ma anche con la concreta speranza che «qualcosa si muova».
Condannato mercoledì per aver pubblicato un commento anonimo a una notizia, falsa, ripresa da La Stampa — scrivendo che un giudice aveva ordinato l’aborto coattivo a una tredicenne (in realtà consenziente) — Sallusti è stato «scagionato» ieri dalla paternità dell’editoriale che evocava la pena di morte, dal pdl Renato Farina: «L’ho scritto io». Proprio mentre nelle aule del tribunale di Milano veniva rinviato a giudizio per diffamazione e omesso controllo in relazione a un’intervista fatta nel 2007 su Libero, da lui diretto, dalla giornalista Barbara Romano”.

Il testo delle Regioni. Tagli sui rimborsi e sui “monogruppi”. L’inchiesta di Mario Sensini:

“Potrebbe arrivare la prossima settimana il decreto legge del governo per la riduzione dei costi della politica nelle Regioni, sollecitato dagli stessi governatori. E nel pacchetto, oltre alla riduzione del numero dei consiglieri regionali, cui finora i governatori si sono opposti strenuamente, ci saranno anche un taglio agli stipendi degli eletti e soprattutto una bella stretta sui costi dei gruppi consiliari, che fin qui hanno gestito montagne di soldi pubblici senza alcun controllo. Misure che dovrebbero essere applicate anche alle Regioni speciali, con il governo pronto a modificare i loro statuti”.

La mannaia di Rajoy sui conti spagnoli. Articolo di Andrea Nicastro:

“Il governo spagnolo ha scritto ieri un progetto di Legge Finanziaria per il 2013 con animo ottimista. Ci sono tagli e sacrifici dolorosi, certo. Contando anche tasse e risparmi già decisi nella manovra di luglio si arriva a quasi 40 miliardi di dieta per il bilancio pubblico. Un record per le Finanziarie spagnole, ma comunque un azzardo considerando lo stato dell’economia iberica. Per fermarsi a quella cifra il governo ha dovuto prevedere che la recessione del 2013 si fermi allo 0,5% del Pil invece che all’1,2 come calcola il Fmi o all’1,4 di Standard&Poor’s o all’1,6 della Confindustria locale”.

La prima pagina de La Repubblica 28.9.12

La Repubblica 28.9.12

La Repubblica: “Monti: se serve, pronto a restare”. Lo sponsor americano. Il retroscena di Federico Rampini:

“Il moderatore insiste: ho capito bene, se il suo paese ne ha bisogno, lei rimane al suo posto? La risposta di Mario Monti è lapidaria: Sì. Un minuto dopo Bloomberg Tv, uno dei network economico-finanziari lancia il titolo: il premier italiano rimarrà al suo posto”.

Il Giornale: “Meno 29 giorni al carcere”. La galera per i giornalisti? Una follia del codice Rocco ancora valido dopo 82 anni. Scrive Paolo Bracalini:

“Ruanda, Iran, Vietnam, Bu­rundi, Corea del Nord, Turkmeni­stan, Sudan, Laos, Siria, e altri regi­mi. Sono 146 i giornalisti imprigio­nati nel mondo (dato raccolto da «Reporter sans Frontieres»),ma ne­anche uno tra le democrazie occi­dentali, in cui rientra anche l’Italia. Che però, nel suo codice penale, prevede la galera per i reati a mezzo stampa, dunque per i giornalisti. Un retaggio del passato, uno dei tanti del codice penale introdotto nel 1930 da Alfredo Rocco, mini­stro della Giustizia del governo Mussolini ed ispiratore delle leggi speciali dette «fascistissime».Il co­dice è s­tato ritoccato più volte ma re­sta ancora l’impianto base del siste­ma penale italiano, specie nell’im­postazione sui reati di opinione e contro lo Stato che risente della filo­sofia autoritaria nella quale è stato concepito”.

Il Fatto Quotidiano: “Monti vuole restare. Napolitano vuole l’amnistia”. Gli infarinati. Editoriale di Marco Travaglio:

Per approfondire: No a Sallusti in carcere e no al metodo Boffo

“Sebbene Sallusti ce la metta tutta per farmene pentire, non rinnego l’articolo che ho scritto l’altro giorno sul suo caso. Continuo a pensare che, per risolverlo senza ledere i principi di legalità e di uguaglianza, sarebbe bastato poco: che Sallusti si scusasse col giudice Cocilovo per le infamie scritte su Libero da Renato Farina col comico pseudonimo “Dreyfus” e risarcisse il danno, in cambio del ritiro della querela che avrebbe estinto il processo prima della Cassazione. Poi il Parlamento, visto che i partiti a parole sono tutti d’accordo, avrebbe potuto finalmente riformare la diffamazione a mezzo stampa. Cocilovo s’è detto disponibile, annunciando che avrebbe destinato il risarcimento a una onlus. Ma Sallusti s’è rifiutato di scusarsi e di risarcire, anzi è andato a Porta a Porta a rivendicare l’articolo diffamatorio come libera “opinione” e negando di aver commesso reati. A quel punto la Cassazione, che può annullare le sentenze solo per vizi giuridici o per difetti di motivazione, s’è limitata ad applicare la legge esistente: non ravvisando vizi né difetti nel verdetto d’appello, l’ha confermato. Così è stato Sallusti a condannare a 14 mesi di carcere Sallusti, evidentemente per far esplodere il caso. Il che andrebbe a suo onore, se non fosse che ha subito colto l’ennesima occasione per sparare sui “giudici politicizzati” e sulla “sentenza politica”. Ma qui di politico non c’è un bel nulla: c’è un giornale che mente sapendo di mentire, scrivendo che Cocilovo ha “ordinato” a una ragazzina “l’aborto coattivo” e dunque “se ci fosse la pena di morte, sarebbe il caso di applicarla a genitori, ginecologo e giudice”.

La Stampa: “Monti: se serve al Paese, ci sarò”. Una risposta per l’Italia sotto esame. Editoriale di Gianni Riotta:

“Per comprendere le parole pronunciate ieri a New York dal premier Mario Monti al Council on Foreign Relations – «Un proseguimento della premiership? Se ci dovessero essere circostanze speciali, che io mi auguro non ci siano, e mi verrà chiesto, prenderò la proposta in considerazione… ma non prevedo che una seconda occasione sarà necessaria» (così la traduzione dall’inglese dell’Ansa) – occorre ricordare in che sede si trovava il presidente del Consiglio, a chi parlava e quale codici e linguaggi sono in uso nelle antiche stanze della Pratt House”.

Manovra da 40 miliardi per la Spagna. Scrive Marco Zatterin:

Per approfondire: Spagna, in Catalogna via libera al referendum per l’indipendenza

“La stampa spagnola l’ha bollata come la manovra «más austeras de la democracia», la più rigorosa stangata dai tempi del Franchismo. Più sobriamente, il commissario Ue per l’Economia, Olli Rehn, ha aspettato di vedere ufficialmente svelato il piano del premer conservatore Rajoy per dirne ogni bene. Lo ha trovato «ambizioso, ben orientato e chiaro», nonché in linea con le raccomandazioni di Bruxelles, salvo quando va persino «oltre le richieste». E’ uno sforzo da 40 miliardi, immenso per Madrid: serve per spingere il deficit al 3% del pil nel 2015, evitare d’esser costretta a chiedere all’Ue di salvare anche lei e, magari, anche a giocare sulla competitività per tornare a crescere”.

Il Messaggero: “Governo, Monti apre al bis”. La politica industriale nelle mani dei giudici. Editoriale di Marco Ferrante:

“La politica industriale di un Paese non può farla un magistrato. Questo sta succedendo a Taranto. Non può essere un magistrato a decidere se un piano aziendale può funzionare oppure no, o in che modo interrompere una catena produttiva complessa ed estremamente costosa. Un conto è garantire il rispetto delle leggi, un’altra cosa è muoversi sulla base di un’idea, e imporne le conseguenze a una grande impresa, a tredicimila addetti diretti, a un indotto che vale altri tremila lavoratori per quasi duecento aziende, a oltre quindicimila famiglie e a una città di 190.000 abitanti. Secondo il ministro per lo Svilupo economico Corrado Passera l’impatto che deriverebbe dalla chiusura di Taranto sarebbe pari a 8 miliardi di euro, cioè lo 0,5 per cento della ricchezza prodotta in Italia ogni anno. Una cifra enorme se si pensa che la recessione è grave: il pil segna nel secondo trimestre meno 2,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e la disoccupazione è al 10,5 per cento, la più alta dal 1999. E non è possibile lasciare a un giudice una decisione – e la responsabilità – che riguarda una intera comunità, che da quell’acciaio in parte dipende”.