Rassegna Stampa

“Napolitano deve lasciare”, Vittorio Feltri sul Giornale

"Napolitano deve lasciare", Vittorio Feltri sul Giornale

“Napolitano deve lasciare”, Vittorio Feltri sul Giornale

ROMA – “Napolitano deve lasciare” scrive Vittorio Feltri sul Giornale: “È normale che Giorgio Napolitano e altri personaggi, più o meno im­portanti, al centro dello scandalo – definiamolo così per gentilezza d’ani­mo- cerchino di minimizzarlo. Di scan­dalo però si tratta. Quando mai in una Repubblica parlamentare succede che il capo dello Stato, un giorno di mezza estate, sondi di qua e sondi di là per capi­re come si possa mandare a casa un go­verno legittimamente salito al potere, al­lo scopo di favorire l’ascesa di un altro esecutivo di suo maggior gradimento? Eppure di questo stiamo parlando. Si dà il caso che un giornalista americano, Alan Friedman, abbia scoperto in pro­prio o, probabilmente, con l’aiuto di qualche gola profonda, che il nostro pre­sidentissimo nel giugno del 2011, scon­tento di Silvio Berlusconi e della sua or­chestra, avesse pensato di sostituirlo con un personaggio e una compagine ministeriale più affidabili. Già questo è abbastanza”.

L’editoriale di Feltri:

Vab­bè. Transeat. Napolitano – stando alla ricostruzione di Friedman – avrebbe addirittura consultato Mario Monti, di­venuto premier cinque mesi più tardi, per apprendere quali fossero le sue idee sull’Italia traballante.Fin qui,pas­si. Stranissimo invece il fatto che nel gi­ro dell­e consultazioni extra istituziona­li Re Giorgio, secondo la definizione di Marco Travaglio, abbia coinvolto an­che Corrado Passera, al tempo ammi­nistratore delegato della maggiore ban­ca italiana (Intesa SanPaolo), il quale non si è limitato a fornire al Colle un pa­rere, ma ha redatto un autentico pro­gramma di governo alternativo a quel­lo del Cavaliere, allo scopo di suggerire quale fosse la strada da seguire per con­sentire al Paese di garantirsi il gradi­mento dell’Europa e di superare le con­seguenze nefaste della crisi economi­co- finanziaria. Un programma artico­lato, approfondito, dettagliato.
Da notare che lo stesso Passera, al pa­ri di Monti, in una fase successiva di­venne membro del governo, dopo aver lasciato l’assai remunerativo incarico nel succitato istituto di credito. Impos­sibile non porsi qualche interrogativo. Il principale: un capo di Stato che com­pie certi passi fuori dal Palazzo, per son­dare la linea di comportamento che gli conviene adottare, da quale scopo è animato? Intende raccogliere delle in­dicazioni generiche di tipo informati­vo o, piuttosto, creare un esecutivo di­verso da quello scelto dai cittadini tra­mite consultazioni politiche? Ecco il punto. In base alle indiscrezioni spiat­tellate da Friedman, la seconda ipotesi è logicamente più accettabile. Se non altro perché si è verificata in pieno.
Infatti il progetto di Passera non è ri­masto lettera morta, ma almeno in par­te è stato realizzato da Monti. Guarda un po’,entrambi i tecnici abbordati da Napolitano sono stati cooptati nel go­verno: una coincidenza?Ma va’ là.Con tutta la buona volontà, anche chi come noi è più portato a pensare bene che male, non riesce a digerire senza Alka Seltzer la favola che il capo dello Stato abbia agito ignorando come sarebbe andata a finire: il siluramento di Berlu­sconi e la promozio­ne dei due improv­visati consiglieri a governanti extrapar­lamentari.
Nell’interpretazione delle vicende politiche contano i fatti più delle giusti­ficazioni tardive. E i fatti sono i seguen­ti: Napolitano ha parlato a giugno con Monti e Passera per avere un’idea di co­me si potesse gestire il Paese meglio di quanto non stesse facendo il Cavalie­re, e dopo alcuni mesi costoro si sono messi alla guida del governo con la be­nedizione di colui che li aveva mobilita­ti per essere illuminato sul da farsi. Sa­remo ingenui ma non tanto cretini da credere che i due tecnici, interpellati sui destini dell’Italia, siano diventati protagonisti dell’avvicendamento a Palazzo Chigi per effetto di una strana congiunzione astrale.
C’è di più. Il professore bocconiano, dopo avere conversato alcune volte con il presidente della Repubblica cir­ca il nuovo corso da imprimere alla po­litica patria, si rivolse indovinate a chi? A Carlo De Benedetti, editore del quoti­diano vicino al Pd, La Repubblica , non­ché finanziere notoriamente ostile a Berlusconi. Domanda: che senso ave­va quell’incontro? E quali temi furono dibattuti?L’immaginazione galoppa e ci porta verso territori insidiosi. Lascia­mo ai lettori il compito di trarre conclu­sioni.
Noi ci fermiamo qui, ma non prima di avere aggiunto una riflessione. Quando un capo dello Stato, non sta a noi stabilire se in buona o cattiva fede, si carica di sospetti e induce tutti a mil­le malignità, suffragate da atti quanto­meno di dubbia liceità istituzionale, è meglio che faccia un passo indietro e vada a nascondersi. Anche se egli si fos­se mosso nell’interesse del Paese – e non abbiamo le prove che sia così, ma neppure del contrario- gli errori politi­ci restano e vanno comunque pagati, pur tenendo conto delle attenuanti. Ge­neriche, molto generiche. 

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