Rassegna Stampa

Napolitano, immigrati, marò: rassegna stampa dell’11 febbraio

Napolitano, immigrati, marò: rassegna stampa dell'11 febbraioROMA – Napolitano: nessun complotto. Il Corriere della Sera: “FI e Grillo attaccano. Il Pd: agì nell’interesse del Paese.”

Monti e i colloqui dell’estate 2011 Asse Grillo-FI contro il Colle. L’articolo a firma di Paola Di Caro:

La ricostruzione è dettagliata e l’effetto è esplosivo. L’anticipazione del libro di Alan Friedman sui contatti tra Giorgio Napolitano e Mario Monti in vista della nascita di un possibile governo già nel giugno del 2011, sei mesi prima delle dimissioni di Berlusconi da Palazzo Chigi, provocano un terremoto che costringe tutti i protagonisti della politica ad intervenire. Schierandosi con o contro il capo dello Stato.

La difesa — netta e sdegnata — dell’operato del presidente arriva da tutte le forze di maggioranza, e in particolare scendono in campo sia Enrico Letta che Matteo Renzi. Monti stesso cerca di limitare le conseguenze della sua intervista spiegando che nell’estate del 2011 ebbe dal capo dello Stato «dei segnali: mi aveva fatto capire che in caso di necessità dovevo essere disponibile. Ma è assurdo che venga considerato anomalo che un presidente della Repubblica si assicuri di capire se ci sia un’alternativa se si dovesse porre un problema. Anni prima anche Ciampi discretamente mi contattò per sapere se a certe condizioni sarei potuto essere disponibile».

Ma mentre dal Quirinale arriva una ricostruzione dei fatti per spiegare che si tratta di «fumo, solo fumo», è Forza Italia che sembra avere tra i piedi la palla che può decidere la partita. Ed è Forza Italia che, al momento, la tiene a centrocampo. Perché con toni scandalizzati chiede sì «chiarezza e verità» rispetto a quello che è stato — a seconda delle voci — un «complotto», un’operazione «illegittima», una «manovra contro la democrazia», ma non arriva a sostenere, nel Comitato ad hoc che si è riunito per la prima volta ieri, la richiesta di impeachment del Movimento 5 Stelle, bensì «tempo» per approfondire la questione.

Se sia solo un modo per capire meglio i termini della questione e per sferrare poi l’attacco finale, o se sia la volontà di Berlusconi di tenere l’arma come deterrente o come strumento di pressione sul capo dello Stato e sugli avversari per trattare i prossimi passaggi, lo si capirà dall’evolversi di questi caotici giorni. Ma al momento, se il cammino orchestrato dal presidente del Comitato, Ignazio La Russa, arriverà alla sua prevedibile conclusione, oggi quando si voterà sull’archiviazione del procedimento, la maggioranza di Pd, Scelta civica, Ncd , probabilmente anche con la Lega, batterà numericamente quella dei grillini e dei forzisti. La richiesta però potrà essere riformulata in Aula, e il procedimento riaprirsi, se il 20% dei parlamentari lo richiederà, ovvero se l’asse tra FI e M5S si salderà.

Per ora siamo appunto alla fortissima richiesta di chiarezza, formulata di buon mattino da tutta FI e dai capigruppo Romani e Brunetta. Richiesta reiterata in serata anche dopo la lettera di Napolitano perché, dice il presidente dei senatori, «il capo dello Stato non nega e non convince». «Non possono impedirci di lavorare a una ricostruzione dei fatti che sia esaustiva e parta anche prima degli accadimenti di cui tratta il libro: qui siamo di fronte a un premier auto-incaricato che fa le consultazioni ad agosto a casa di De Benedetti, e siamo di fronte a un capo dello Stato che nomina due presidenti del Consiglio non eletti, Letta e Monti…», detta la linea Giovanni Toti, aggiungendo che la verità è «importante non solo per il passato ma anche per il futuro, perché a giorni potrebbe nascere un altro governo…». Anche questo «non legittimato dal voto», se a guidarlo fosse Renzi… (…)

E Berlusconi parla di congiura: agirono alcune precise cancellerie. L’articolo a firma di Francesco Verderami:

Della «congiura» — come l’ha sempre definita — sapeva tutto e conosceva tutti, «mandanti ed esecutori», quelli che «hanno tramato contro di me dall’estero» e quelli che «hanno agevolato l’operazione in Italia». Perché di una cosa è convinto Silvio Berlusconi, e non da oggi, e cioè che la manovra per scalzarlo tre anni fa da Palazzo Chigi fu ordita in alcune «precise cancellerie dell’Occidente». Non fa i nomi di Obama, Merkel e Sarkozy, ma c’è un motivo se ripete che «mi hanno voluto far pagare tutto. A partire dalla mia amicizia con la Russia». La sua idea è che oltreconfine non abbiano mai accettato l’atteggiamento da Enrico Mattei della politica, i legami con Putin più del suo rapporto con Gheddafi, comunque fuori linea rispetto ai canoni di Yalta, in una guerra che aveva al centro gli affari del gas e del petrolio.

La ricostruzione è di parte, non può essere altrimenti, e chissà se il Cavaliere avrà fornito ulteriori dettagli della vicenda a Friedman. Di sicuro conosceva il contenuto delle anticipazioni e anche il lancio del libro, se è vero che ieri mattina presto aveva già ordinato al gruppo dirigente forzista di attaccare Giorgio Napolitano «ma senza mai parlare di complotto, mi raccomando». Perché l’ex premier — che considera il Colle come il terminale italiano della «congiura» — non intende andare oltre con il capo dello Stato, non si unirà cioè a Beppe Grillo per chiederne l’impeachment, consapevole non solo che l’iniziativa non avrebbe il conforto dei numeri in Parlamento, ma che l’operazione politica rischierebbe di essere a saldo negativo: «Non vorrei certo che al Quirinale ci finisse Romano Prodi».

Così, sebbene nel suo partito ci sia chi dica che «l’arcinemico al Colle farebbe più di quanto Napolitano ha fatto per Berlusconi, cioè nulla», al leader basta l’impatto che la storia avrà sulla pubblica opinione, volano per la campagna elettorale: «Sono stato vittima di una congiura. La prova viene dalle vive voci dei protagonisti». E tra i protagonisti «italiani» c’è Mario Monti. Della testimonianza il Cavaliere è soddisfatto, anche se non ha mancato di sottolineare il «modo miserabile» con cui il Professore si è travestito da giullare di corte, rivelando quanto tutti peraltro già sapevano e mettendo in difficoltà il Quirinale, la cui linea difensiva gli è parsa «molto debole». Che il re fosse «nudo», che l’ex commissario europeo fosse il designato in pectore, era noto agli esponenti del governo di centrodestra, tanto che l’allora ministro Altero Matteoli disse ben prima dell’evento: «Ci siamo accorti tardi di quanto sta accadendo attorno a noi. Il piano per portare Monti a Palazzo Chigi è in fase avanzata più di quello che potessimo credere». Già in settembre, a Cernobbio, dopo l’intervento del capo dello Stato, in molti davano una pacca sulla spalla a Monti che stava lì in platea.

Immigrati, la linea dura di Bruxelles. A rischio i rapporti con la Svizzera. L’articolo a firma di Ivo Caizzi:

La vittoria del referendum anti-immigrati in Svizzera mette a rischio gli accordi e i rapporti tra l’Unione Europea e il governo di Berna. Lo hanno fatto capire a Bruxelles il Consiglio dei ministri, l’Europarlamento e la Commissione europea, le tre principali istituzioni Ue, per conto dei 28 Paesi membri.

Ma l’allarme è scattato anche per le conseguenze politiche dell’approvazione della scelta della Svizzera da parte di movimenti euroscettici nazionali, già pronosticati in ascesa (soprattutto in Francia, Regno Unito e Olanda) nelle elezioni europee del maggio prossimo. La Lega ha chiesto un referendum anti- immigrati anche in Italia.

La responsabile per la politica estera dell’Ue, la britannica Catherine Ashton, al consiglio dei ministri degli Esteri Ue a Bruxelles, ha dichiarato che l’esito del referendum in Svizzera «va in una direzione che non è la più facile in una prospettiva europea» e che le istituzioni Ue «sono al lavoro per vedere come procedere». Netta è apparsa la posizione critica di Francia, Germania e Italia, che tutelano anche i rispettivi lavoratori frontalieri. Il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha detto che «il voto preoccupa perché significa che la Svizzera intende richiudersi in se stessa». Il nuovo capo della diplomazia tedesca, Frank-Walter Steinmeier, ha ammonito che in questo modo la Svizzera «si danneggia da sola» perché la sua economia «vive di scambi con i Paesi europei». Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha ammesso che la situazione è «molto preoccupante per l’Italia e per l’Europa». Il Lussemburgo, diretto concorrente della Svizzera come paradiso fiscale e centro bancario, ha definito la volontà degli svizzeri «da rispettare», ma «inaccettabile» per l’Ue.

Il contrasto decisivo è legato alla possibile introduzione di quote per gli immigrati, che oggi sono stimati al 25% dei circa otto milioni di abitanti della confederazione elvetica. Questi limiti violerebbero il principio della libera circolazione dei cittadini e farebbero saltare gli altri accordi tra Bruxelles e Berna su commercio, trasporti, agricoltura, appalti pubblici o ricerca. Perfino treni e aerei non potrebbero più operare liberamente tra la Svizzera e il territorio dell’Ue.

Si bloccherebbero anche gli accordi futuri. Già domani gli ambasciatori dei 28 Paesi presso l’Ue dovrebbero dare mandato alla Commissione Ue per negoziare l’armonizzazione automatica delle regole istituzionali con il governo svizzero. Ora potrebbero annunciare un clamoroso stop delle trattative per lanciare un segnale politico netto. Soprattutto dopo che il ministro della Giustizia di Berna, Simonetta Sommaruga, ha definito l’esito del referendum anti-immigrati «una decisione fondamentale con conseguenze di vasta portata».

Marò, l’accusa è di terrorismo Letta: “Inaccettabile, reagiremo”. La Repubblica: “Ue, la Ashton attacca l’India: “Così a rischio l’azione anti-pirateria”. L’articolo a firma di Vincenzo Nigro:

L’Italia ha deciso di adoperare gli atti giudiziari dei tribunali indiani per portare a livello internazionale il caso dei due fucilieri di Marina bloccati da 2 anni in India. È questo il senso della giornata di ieri, quella in cui il procuratore generale indiano (come previsto) ha chiesto di applicare la legge anti-terrorismo al caso dei due marò. La Corte suprema hachiesto una settimana di tempo per decidere: il giudice che aveva in carico il caso è stato affiancato da una collega che aveva già esaminato come giudice a latere la questione-marò in una fase precedente: decideranno entro il 18 febbraio.
Una richiesta che l’Italia giudica semplicemente «inaccettabile, sproporzionata e incomprensibile » (Enrico Letta). La richiesta è stata fatta alla Corte suprema per poter adoperare il “SUA Act”, una legge anti-terrorismo che prevede anche la pena di morte. Ma, proprio per evitare la pena capitale (come il governo indiano si era impegnato a fare con quello italiano), il procuratore ha chiesto che si applichi il SUA Act, ma escludendo gli articoli che prevedono la pena di morte: sarebbe contestato quindi il reato di “violenza”, ma non quello di “omicidio”, per cui la pena potrebbe essere al massimo di 10 anni.
Il ricorso a una legge antiterrorismo per due funzionari dello stato italiano chiaramente è inaccettabile per il governo e i partiti politici italiani. Una linea che era già stata concordata con il legale indiano che difende i due sottufficiali. In aula, a New Delhi, l’avvocato Mukul Rohatgi ieri ha presentato una memoria contro l’applicazione del Sua Act: «Sono dipendenti della Marina militare e non pirati. Non possono essere giudicati in base alla legge antipirateria, e anzi chiediamo che in attesa del processo possano tornare a casa».
A Roma il governo era pronto a reagire. Il primo è stato Enrico Letta che con un comunicato da Palazzo Chigi ha sostenuto «inaccettabile, sproporzionata e incomprensibile l’imputazione proposta dalle autorità indiane». Per Letta l’uso del concetto di terrorismo èda respingere in toto «perché assimila l’incidente a un atto di terrorismo e l’Italia non è un Paese terrorista». Per questo, ha assicurato, «Italia e Ue reagiranno». A New Delhi l’inviato del governo italiano Staffan de Mistura è stato affiancato per una giornata dal ministro della Difesa Mario Mauro, che è volato nella notte in India per “mostrare la bandiera” del suo ministero al fianco dei due marinai.

“Barack ha un flirt con Beyoncé” il gossip francese sul presidente Usa. L’articolo a firma di Alberto Flores D’Arcais:

«Pardonnez notre fidelité puritaine», scusate la nostra fedeltà puritana. Il commento più ironico al presunto “scoop del secolo” in arrivo dalla Francia (il presidente Barack Obama e la cantante Beyoncé hanno un flirt) lo ha fatto il giornale online Politico,che in fatto di scoop (veri) su Casa Bianca e Congresso se ne intende. Un titolo in francese per ridicolizzare Pascal Rostain, paparazzo parigino incerca di gloria internazionale, secondo il quale questa mattina la notizia della relazione tra il presidente e la cantante sarebbe apparsa in un articoloscoop nientedimeno che sul

Washington Post, il quotidiano del Watergate. Lo stesso giornale su cui proprio ieri mattina era apparso un articolo a firma comune di Barack Obama e François Hollande.

«È una notizia completamente falsa». Il secco comunicato che Kristine Coratti, direttore della comunicazione del

Post,ha dato all’edizione francese diVanity Fair — il sito del quotidiano non ha scritto sull’argomento neanche una riga — toglie ogni alibi al fotografo francese: «Possiamo solo dire che non stiamo lavorando a nessun pezzo del genere».

Ma come è nato il falso scoopche per qualche ora ha tenuto in fibrillazione le redazioni di mezza Europa? Parlando alla radioEurope 1,Pascal Rostain — paparazzo di fascia alta (suoi i primi scatti alla figlia segreta di Mitterrand), con una consolidata fama su gossip di vario genere e con un libro in uscita — non si era tirato indietro: «In questo momento negli Stati Uniti sta per succedere qualcosa di enorme, le indiscrezioni su una relazione tra Obama e Beyoncé saranno pubblicate domani non dalla stampa scandalistica ma dal Washington Post».

Su Barack Obama ne sono state scritte di tutti i colori anche negli Stati Uniti (ci sono ancora milioni di americani che sono convinti che sia nato in Africa), il tabloid dei supermercatiNational Enquirer

aveva accennato recentemente a qualche infedeltà coniugale del presidente, ma a un flirt con Beyoncé — che aveva cantato alla festa dei cinquant’anni della First Lady Michelle, ricevendo in cambio dal presidente un casto bacio sulla guancia ed è fidanzata con il famoso rapper Jay-Z — nessuno ci aveva ancora pensato. E le dichiarazioni di Rostain a Europe 1 avevano provocato ieri mattina il silenzio dei grandi media e un’ondata di commenti sarcastici e velenosi nei siti di gossip.

 

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