Noa, lettera alle agenzie di stampa: “Vogliono il Tav: condanniamoli a morte”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 20 febbraio 2014 10:05 | Ultimo aggiornamento: 20 febbraio 2014 10:11
Noa, lettera alle agenzia di stampa: “Vogliono il Tav: condanniamoli a morte”

Il tunnel del Tav (ansa)

ROMA – La sigla è sconosciuta: Noa, Nuclei Operativi Armati. Lo stile ha echi noti: orecchia quello antico e duro delle Brigate rosse.

Il documento è secco: una chiamata alle armi, un invito ai movimenti – in primo luogo quello No Tav – a passare alla lotta armata. Gli obiettivi precisi: quattro condanne a morte per quattro “nemici” dei No Tav, “immediatamente esecutive e da eseguirsi senza ulteriori comunicazioni”.

Il messaggio, tre paginette fotocopiate, è arrivato chiuso in una busta bianca alle sedi Ansa di Torino, Roma e Bologna. Gli esperti dell’antiterrorismo lo stanno esaminando per decifrare se si tratti di un proclama velleitario o della dichiarazione di guerra di un gruppo già pronto a entrare in azione.

Scrive Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano:

(…) Il documento parte dalla constatazione della “crisi economica prodotta dal modello capitalista e imperialista” che “sta distruggendo il ricordo della grande insurrezione del 23 aprile 1943” e “sta uccidendo milioni di proletari in tutta Europa” . In questo contesto, “milioni di lavoratori rimangono senza lavoro, senza alcuna prospettiva e senza futuro. Proprio questi salariati precari sono il futuro della lotta armata”. Obiettivo, dunque, organizzarli: “per arruolare questi giovani è necessario dar loro una chiara prospettiva rivoluzionaria”. Il documento indica i terreni dove è possibile realizzare l’arruolamento: le “lotte per la casa”, quelle “contro i salari da fame (Granarolo, Electrolux)” e “la grande lotta del popolo della Valsusa contro il mostro Tav”. Queste lotte “sono ancora in gran parte acerbe, ma possono maturare rapidamente e diventare incubatore di una nuova stagione di lotta armata anti-imperialista”.

ECCO DUNQUE il movimento No Tav e la Valsusa considerati semplicemente pretesti per cercare di dare fuoco alla ribellione e organizzare nuove forme di lotta armata. Alcune espressioni del documento sembrano indicare contatti tra gli estensori e una parte del movimento No Tav: “Abbiamo più volte, in questi anni, (detto) ai compagni e alle compagne impegnati in Valsusa che i loro metodi erano destinati alla sconfitta”. “Puntualmente le nostre previsioni si sono avverate”. Ecco allora l’appello a un salto di qualità: “Ci sono le condizioni politiche e ambientali perché si chiuda la stagione delle rivendicazioni che piacciono al sistema e si passi alla fase operativa”. In Valsusa “esiste ormai una consapevolezza rivoluzionaria, molti compagni hanno solide radici”. I nemici da colpire sono “il governo dei padroni, il Pd e i giornali capitalisti”. Falsi amici sono quelli del Movimento 5 stelle, che offrono uno “spettacolo comico e finto movimentista”: “a molti di loro avevamo detto che non era quella la strada per dare il colpo di grazia a questo stato, ci hanno ridicolizzato”. Dopo aver indicato come nemico “un magistrato come Caselli”, il documento proclama che “non si collabora con chi ha tradito i valori rivoluzionari della resistenza” e annuncia che “nonostante abbiano cercato, in tanti, di isolarci all’interno del Movimento, noi abbiamo usato questo tempo per strutturare la nostra organizzazione”.

SEGUE L’ANNUNCIO: “Torino è il luogo da cui partiremo per svegliare le coscienze proletarie e rivoluzionarie”. Poi, in un foglio a parte, si indicano gli obiettivi concreti: quattro “nemici” condannati a morte. Sono Massimo Matteucci, presidente della Cmc, la cooperativa rossa che lavora nel cantiere Tav di Chiomonte; Maurizio Bufalini, direttore dei lavori di Ltf, la società italo-francese del Tav, “vero responsabile del tradimento nei confronti della sua terra ed esecutore materiale della devastazione ambientale”; Stefano Esposito, senatore del Pd intervenuto più volte a favore del Tav; e Giuseppe Petronzi, il poliziotto dirigente della Digos di Torino.

Se non è l’atto di nascita di un nuovo gruppo terroristico, è almeno il tentativo di lanciare un messaggio di violenza, nella speranza che qualcuno lo raccolga e passi all’azione.