Ora scioperano anche i tedeschi. Roberto Giardina, Italia Oggi

di Redazione Blitz
Pubblicato il 8 Aprile 2015 12:42 | Ultimo aggiornamento: 8 Aprile 2015 12:42
Ora scioperano anche i tedeschi. Roberto Giardina, Italia Oggi

Ora scioperano anche i tedeschi. Roberto Giardina, Italia Oggi

ROMA – A Pasqua – scrive Roberto Giardina di Italia Oggi – sono rimasto senza posta, per lo sciopero dei Briefträger, i postini. Nella «Guida per amare i tedeschi» (non è pubblicità per me stesso, è esaurita da anni), scrivevo che nella mia vita in Germania avevo assistito a tutto, compreso il crollo del «muro» e la riunificazione, che i più ottimisti davano per possibile almeno dopo un secolo, ma non avevo mai avuto l’esperienza di uno sciopero teutonico. Mi hanno accontentato, e già da qualche tempo.

L’articolo di Roberto Giardina: Nei commenti alla tragedia dell’Airbus e del pilota suicida, alcuni miei colleghi non hanno potuto fare a meno malignamente di ricordare i recenti scioperi dei piloti della Lufthansa, sintomo per loro del declino della potente Deutschland, colosso dai piedi d’argilla, per colpa come sempre della povera signora Angela. Per me è il segno che anche la Germania è un paese normale. E perché non dovrebbe esserlo? Quanto al mito della superiorità dei tedeschi, lo abbiamo a questo livello ossessivo solo noi. Sempre nel mio saggio, scrivevo che mi erano simpatici proprio perché a mie spese avevo scoperto che erano casinisti, pigri, inaffidabili, esattamente come noi.

Lo sciopero del Gelbe Riese, il gigante giallo, come in un tempo ormai lontano veniva chiamata la posta, è avvenuto mercoledì e giovedì, cioè a ridosso delle feste pasquali. Qui per il venerdì delle ceneri non si va al lavoro. Un metodo all’italiana per prolungare il lungo week-end pasquale. Sono rimasti in giacenza 6 milioni di lettere e 300 mila pacchetti. Compreso un libro che avevo ordinato.

Hanno imparato a scioperare, oltre i Briefträger, e i piloti, anche quelli delle ferrovie e gli insegnanti. All’inizio mi hanno preso di sorpresa. La prima volta dei macchinisti ero a Francoforte per la Buchmesse, la Fiera del libro, ma il mio albergo era a Offenbach, sobborgo della metropoli delle banche. Andai regolarmente alla stazione, assolutamente deserta come dopo un attacco nucleare. «C’è lo sciopero, non ricorda?», mi avvertì il bigliettaio. «Dove vuole andare?», concluse. «Se non ci sono treni, che cosa importa? Sta per arrivare un treno privato», mi rivelò, «prenda quello». A bordo ci ritrovammo solo tra stranieri. I tedeschi erano rimasti a casa.

Negli scioperi successivi andò meno bene. A Berlino per cinque giorni bloccarono la S-Bahn, il metrò di superficie, gestito dalla Deutsche Bahn, le ferrovie nazionali. I tassisti furono felici, non ci fu il caos, solo i bus e la metro viaggiavano strapieni. Come in una normale giornata a Roma.

Il problema con i tedeschi è che non si sono ancora abituati allo sciopero, la procedura rimane complessa, e quando incrociano le braccia sul serio, rischiano di non mettersi più d’accordo. Gli scioperi erano rari, perché le parti erano ragionevoli: i sindacati chiedevano il 6, i datori di lavoro offrivano il 2, e si stringevano la mano a metà strada (…).