Pa, permessi e distacchi sindacali dimezzati

di Redazione Blitz
Pubblicato il 27 Agosto 2014 12:32 | Ultimo aggiornamento: 27 Agosto 2014 12:32
Pubblico impiego e permessi sindacali, taglio

Marianna Madia (LaPresse)

ROMA – Il ministro Marianna Madia è finita nel mirino della troika Camusso-Bonanni-Angeletti per avere firmato il dimezzamento dei permessi sindacali nel pubblico impiego, ovvero cercato di arginare lo scandalo di un’armata sindacale che pesa sull’efficienza della burocrazia, sui conti pubblici e quindi sulle tasse.

Nessuno finora aveva osato tanto, nonostante studi e dossier avessero individuato questa sacca di privilegio e inefficienza: sono bel 4.600 i sindacalisti distaccati per un intero anno, un distaccato ogni 560 impiegati nei pubblici uffici, con un costo, a carico dello Stato e quindi dei cittadini, di 150 milioni di euro l’anno.

Scrive Giorgio Ponziano su Italia Oggi:

Riuscirà il ministro Madia a tenere fermo il pallino e difendere la disboscata dall’offensiva sindacale che cerca di riconquistare le posizioni? In una sola regione, l’Emilia-Romagna, tanto per fare un esempio, Cgil, Cisl e Uil hanno un centinaio di dipendenti pubblici (quindi pagati dallo Stato) che lavorano nei sindacati. Col decreto del ministro dovranno tornare alle loro mansioni, dal catasto alle asl, dalla motorizzazione all’anagrafe, 20 cigiellini, 15 cislini e 10 uillini. Un primo passo. Che fa arrabbiare Alessandro Alberani, segretario Cisl di Bologna: «Se voglio tenere con me una persona importante per l’organizzazione dal prossimo anno dovrò mettere a bilancio 40 mila euro che prima non spendevo. Questo provvedimento affossa il sindacato confederale. La gente forse è anche contenta che si tagliano i permessi sindacali, poi viene al sindacato a chiedere la tutela quando perde il posto di lavoro, quando ha una colf badante da mettere in regola, quando ha un ragazzo disabile e chiede di far applicare la legge 68, quando un immigrato ha delle difficoltà _».

Gli risponde, indirettamente, Pier Paolo Baretta, sottosegretario all’Economia. per oltre trent’anni dirigente sindacale fino a diventare il numero due della Cisl: «una riforma dei distacchi sindacali nel pubblico impiego era necessaria. Certo, si poteva fare con un’intesa, ma i tempi sono stati stretti e non è stato possibile. Il fatto è che nel tempo si è progressivamente formata una sovrastruttura sindacale negli uffici pubblici che andava rivista».

Nel suo libro «L’altra Casta» (Bompiani), Stefano Livadiotti ha scritto che il sindacato è l’ottava azienda italiana: dà lavoro a 20 mila persone. Il «fatturato» supera abbondantemente i due miliardi di euro: dai tesserati (quasi 11 milioni) arriva circa 1 miliardo attraverso la trattenuta automatica in busta paga: circa 120 euro all’anno per i dipendenti, 60 per i pensionati. Circa 600 milioni vengono versate dalle imprese, quasi 400 dall’Inps. Poi c’è il grande business dei patronati, circa 600 milioni. La cifra è stata calcolata qualche tempo fa da Giuliano Amato, incaricato dal governo Monti di preparare una nota sul finanziamento del sindacato. Nel dettaglio, si tratta di circa 430 milioni di stanziamento per i patronati e 170 milioni per i caf. Di tanto in tanto le convenzioni scadono e quindi i magnifici tre leader sindacali strattonano il governo di turno per il rinnovo, sempre puntualmente e vantaggiosamente (per il sindacato) avvenuto, l’ultima volta nonostante l’allora presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua avesse chiesto (inutilmente) al ministro del governo Monti, Elsa Fornero, di verificare la congruità dei compensi.

Lo Stato assegna oggi ai patronati lo 0,226 dei contributi obbligatori incassati dall’Inps, dal’Inpdap e dall’Inail. Poi ci sono i caf, i centri di assistenza ai cittadini al momento della dichiarazione dei redditi e dell’invio di comunicazioni all’amministrazione finanziaria. Le strutture sindacali ne gestiscono il 45% e ricevendo per ogni pratica dallo Stato 14 euro oppure 26 euro in caso di dichiarazioni congiunte. In più alcuni servizi sono a pagamento da parte di chi li richiede.

Oltre all’aspetto economico (per lo più sulle spalle delle casse pubbliche: la semplificazione della denuncia dei redditi promessa dal governo Renzi con l’invio a domicilio del documento riuscirà a sfoltire anche questa ragnatela?) vi è quello di potere. Stefano Lividiotti nel suo libro ha scritto: «i centri di assistenza fiscale dei sindacati hanno milioni di clienti. Così incassano una montagna di soldi, tutti esentasse. E intanto reclutano nuovi iscritti, con un sistema condannato dalla Corte di Giustizia Europea e difeso con le unghie da Cgil, Cisl e Uil. Peraltro, grazie anche ai patronati, si garantisce da circa trent’anni alla stessa classe dirigente di gestire e mantenere il potere dentro l’organizzazione sindacale impedendo alle minoranze di trovare spazi di crescita. Infatti, è proprio attraverso i patronati (che garantiscono migliaia di pensionati iscritti per ricevere i servizi di assistenza gratuita, pagata dallo Stato) ed ai numerosi dipendenti pubblici iscritti (che usano, sì, il sindacato per difendere dei diritti, ma talvolta anche per assicurarsi autorevoli «protezioni» e accedere a privilegi), che le vecchie classi dirigenti, detentori di cospicui pacchetti di tessere, rendono di fatto impossibile per qualsiasi altro rappresentante di categorie, senza dubbio più produttive di quelle prima accennate, scalare l’organizzazione e rottamare i vecchi gruppi dirigenti».

Inoltre i sindacati sono dei formidabili immobiliaristi. La Uil ha creato una sorta di fondo immobiliare in cui ha collocato sedi e palazzi per un valore dichiarato di 32 milioni di euro, Cgil e Cisl gestiscono invece direttamente le loro sedi e manca un dato economico, certamente consistente poiché si tratta complessivamente di 8 mila edifici, per lo più nei centri storici.

Un po’ di trasparenza non guasterebbe. La Costituzione dedica ai sindacati l’articolo 39: «L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge». Legge che però non è mai stata scritta, con problemi sulla rappresentanza e sulla congruità dei bilanci economici che solo ora e timidamente (con l’accordo sulla rappresentanza firmato con Confindustria e con l’impegno dei vertici sindacali ad avviare il consolidamento dei bilanci) si sta tentando di affrontare.

Al momento gli unici dati certi sono quindi quelli dei tre bilanci delle sigle nazionali di Cgil, Cisl e Uil. Ma sono una piccola parte di tutta la partita poiché si riferiscono solamente alla struttura nazionale e mancano quindi tutte le categorie. La Cgil nazionale ha chiuso il 2012 con proventi per 24.706.723 di euro ed un utile di 38.454 euro, i ricavi sono coperti per oltre 23 milioni da tesseramento, gli iscritti sono 5.712.642 , la Cisl nazionale ha chiuso lo stesso anno con 26.464.360 di euro e una perdita di 1.132.920, col tesseramento (4,4 milioni di iscritti) che ha portato circa 19,8 milioni, la Uil ha raggiunto 29.274.418 di euro, con un attivo di 578.660 euro (2.116.299 di iscritti).

Luci e ombre. I meriti del sindacato sono indiscutibili: se oggi lavoriamo otto ore al giorno (e non sedici), abbiamo il diritto al riposo per malattia (stare a casa, pagati, per guarire), alle ferie retribuite, ai permessi per studiare, e così via, lo si deve ai lavoratori che si sono organizzati per migliorare le loro condizioni (e quelle della società).

In discussione è la trasformazione in casta, la cooptazione e inamovibilità delle classi dirigenti (Raffaele Bonanni è in segreteria Cisl dal 1998 e segretario dal 2006, Luigi Angeletti è segretario dal 2000, fa eccezione Susanna Camusso, eletta nel 2010), il peso sulla finanza pubblica (…)