Paolo Gentiloni, moderato ma duro, di sinistra ma non comunista, un ex del Movimento ricorda…

di redazione Blitz
Pubblicato il 12 dicembre 2016 5:25 | Ultimo aggiornamento: 12 dicembre 2016 8:16
Paolo Gentiloni, ritratto Carmine Fotia: "Attraversò gli anni 70 senza indossare l'Eskimo"

Paolo Gentiloni (Ansa)

ROMA – Paolo Gentiloni è stato incaricato di formare il governo che porterà ad una nuova stesura della legge elettorale. Carmine Fotia conosce bene l’ex ministro degli Esteri del governo Renzi e su L’Unità presenta il neo presidente del Consiglio da lontano, dalla data fatidica del 1968. Blitz Quotidiano vi ripropone l’articolo:

“Il ’68 non fu solo Eskimo e il Loden non l’ha sdoganato Mario Monti. Ma che c’entra tutto ciò con il designato presidente del consiglio, Paolo Gentiloni Silverj, discendente dei Conti di Filottrano, di Cingoli e di Macerata? Aspettate un attimo e lo capirete”.

“Invece che partire dai gradi di nobiltà o dalle tappe della sua importante carriera politica in età matura, io vorrei partire da quel ragazzo che attraversò gli anni ’70 senza indossare l’Eskimo, la divisa dei giovani del movimento, ma un serissimo loden, una scoppola e una sciarpa. Era infatti questa la tenuta dei militanti romani del Movimento Studentesco di Mario Capanna, noti a Milano come i Katanga per i modi diciamo un po’ bruschi con i quali risolvevamo le diatribe interne al movimento, ma che a Roma, un po’ forse per diversa attitudine un po’ perché erano una esigua minoranza, erano molto meno brutali. Anzi non lo erano affatto, piuttosto dovevano subire le angherie dei gruppo dominanti nel movimento romano come Lotta Continua e poi Autonomia Operaia. Di quello sparuto drappello ricordo il gruppo di giovani del famosissimo Tasso, roccaforte romana del Movimento di Capanna: Andrea Ferri, Giovanni Luciani e, appunto, Paolo Gentiloni con Silvio Capponi a far loro da chioccia. Alle manifestazioni li riconoscevi perché erano elegantissimi, stretti, appunto, nei loro loden con la scoppola calata sugli occhi e la sciarpa attorno al collo. Erano ideologici, ma molto meno che a Milano, anche perché a Roma il carisma di Mario Capanna non faceva presa”.

“Moderato, pur se il termine a quei tempi aveva un senso del tutto diverso da oggi e per quanto ci si potesse definire tali nei movimenti degli anni ’70, Gentiloni lo era fin da allora. Capisco che se risentissimo oggi i nostri discorsi di allora faremmo fatica a definirli moderati, ma è così: Paolo, come me, che militavo nel Manifesto e frequentavo il mitico liceo Archimede, apparteneva a quella parte del movimento che a un certo punto comprese che era in corso una deriva estremista che sarebbe degenerata nella violenza armata e vi si oppose. Se necessario, bisognava allearsi anche con i figicciotti, contro i quali fino ad allora ci scagliavamo ritendendoli dei pavidi riformisti”.

“L’alleanza, era il 1973, fu sigillata in occasione della morte di Roberto Franceschi, militante del Movimento Studentesco ucciso nel gennaio di quell’anno dalla polizia che sparò contro i giovani che partecipavano a una protesta alla Statale di Milano. Ci separammo dagli altri gruppi extraparlamentari che cercavano lo scontro di piazza e indicemmo una manifestazione che con nostra grande sorpresa si rivelò oceanica e pacifica e si concluse davanti al ministero della Pubblica Istruzione con un comizio di un leader carismatico come Mario Capanna e di due giovanissimi liceali come Walter Veltroni e…il sottoscritto”.

“Nel 1970 Paolo scappa di casa per partecipare alle occupazioni studentesche a Milano e lì si lega al gruppo di Mario Capanna che era il leader della contestazione studentesca e aveva fondato un suo Movimento. Un atto radicale di rottura con una famiglia il cui nome è scritto nella storia del cattolicesimo italiano. L’esponente più noto della famiglia, Vincenzo Gentiloni, diede infatti il nome al patto stipulato in chiave antisocialista tra cattolici e liberali che segnò l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica italiana. Tuttavia, pochi ricordano che il Conte Domenico Silverj (il quale, rimasto senza eredi maschi stabilì che il marito della figlia, conte Aristide Gentiloni assumesse anche il cognome Silverj dando così il via alla nascita del casato Gentiloni Silverj) fu invece un fiero sostenitore della Repubblica Romana del 1848 e per questo subì un processo e fu espulso dalla Guardia Nobile. Possiamo immaginare che il giovane Gentiloni s’immaginasse emulo di quell’avo”.

A” Gentiloni, dunque, il termine moderato certo si addice se ci si riferisce al carattere mite nei modi anche quando militava nella sinistra più estrema, ma la sua storia non è politicamente quella di un moderato, bensì di un uomo che si è formato nella sinistra e che di sinistra è rimasto, pur con una forte evoluzione. Dopo gli anni del movimento entra a far parte della rivista Pace e Guerra diretta da Luciana Castellina e Michelangelo Notarianni, due dei fondatori del Manifesto, una sorta di think-thank del pacifismo degli anni ’80.

Il primo vero cambiamento politico, una rottura con un certo ideologismo delle sue precedenti esperienze, avviene quando abbraccia la causa ambientalista e diventa direttore di Nuova Ecologia, emanazione della Lega Ambiente di Chicco Testa e Ermete Realacci. Negli anni ’80 l’ecologismo fu una vera e propria rivoluzione culturale a sinistra perché rompeva con l’industrialismo che, in un modo o nell’altro, accomunava la nuova sinistra e quella tradizionale. Così come il femminismo impone un cambiamento di paradigma nel modo stesso di pensare la società, l’ecologismo lo fa nel modo di pensare lo sviluppo. È in quel mondo e in quel momento che Gentiloni incontra il leader politico che sarà decisivo per la sua formazione e la sua ascesa politica: Francesco Rutelli. Il futuro sindaco di Roma, formatosi alla scuola di Marco Pannella, nei primi anni ’90 è il leader dei Verdi cui imprime una forte discontinuità, allontanandoli da quel marchio di estrema sinistra che, a differenza che in Germania e nel resto d’Europa, in Italia ne riduceva il campo di azione”.

“Così quando Francesco Rutelli diventa sindaco di Roma, Gentiloni lo segue e diventa una delle persone più influenti del suo staff, dapprima come responsabile della comunicazione nel cui ambito muove i primi passi un giovane che avrà un certo futuro: si chiama Filippo Sensi, in arte nomfup, futuro portavoce di Matteo Renzi. Poi diventa assessore al Turismo e al Giubileo, portando a compimento il Giubileo del 2000, considerato forse il più grande successo dell’era Rutelli. Di quegli anni ricordo un Gentiloni onnipresente e lavoratore stakanovista, ma quasi nell’ombra. Al fianco del leader, ma un passo indietro”.

“Il legame tra i due è saldissimo: sono coetanei, entrambi rampolli della buona società romana, sono di sinistra ma non provengono dalla tradizione comunista. Nel laboratorio romano sperimentano qualcosa che assomiglia molto al futuro Partito Democratico, ma i tempi non sono ancora maturi e così, dopo la cocente delusione del 2001, quando Rutelli tenta la scalata a Palazzo Chigi ma viene sconfitto da Berlusconi, lo segue prima nei Democratici di Romano Prodi e poi nella fondazione della Margherita, insieme ai Popolari. In verità non fu proprio un’esperienza indimenticabile, poiché più che gli elementi di innovazione ulivista sembrarono a tratti prevalere elementi di continuità post-democristiana. È in quegli anni però che incontra l’altro leader importante per la sua ascesa politica: Matteo Renzi, allora presidente della provincia di Firenze”.

“Diventa ministro delle comunicazioni nel 2006 con il governo di Romano Prodi. Quando nasce il Pd Gentiloni è tra i fondatori e non segue il suo antico mentore, Francesco Rutelli quando questi abbandona i dem. Nel 2013 corre nelle primarie per il Sindaco di Roma risultando terzo, dopo Ignazio Marino e Davide Sassoli. La delusione fu cocente, e molti ritengono che sarebbe stato un ottimo sindaco, forse il migliore possibile. Con il senno del poi, quella sconfitta è stata un formidabile colpo di fortuna, visto come sono andate le cose.

È da allora che, partendo dalla condizione di alieno (tali erano allora i renziani a Roma) diventa uno dei punti fermi della galassia renziana: fuori dal giglio magico ma con una sua influenza sulle decisioni del leader, uomo di esperienza ma anche aperto al cambiamento. E infatti del governo Renzi occupa una casella prestigiosa, quella di ministro degli esteri. Di lui si potrà dire che è un po’ grigio, forse un po’ troppo low-profile, che il suo eloquio (fin dagli anni ’70 a dire il vero) non è proprio trascinante. Che non ha mai avuto una forte base di consenso personale”.

Quel che non si può dire è che nelle sue scelte non ci sia coerenza, avendo dedicato tutta la sua vita politica da adulto alla costruzione di un soggetto politico riformista disincagliato dalla tradizione post-comunista (…)”.