Rassegna Stampa

Papa Benedetto XVI. Gian Guido Vecchi e Antonio Socci, un anno dalle dimissioni

Papa Benedetto XVI. Gian Guido Vecchi e Antonio Socci, un anno dalle dimissioni

Papa Benedetto XVI e Papa Francesco (a destra)

Domani, un anno fa, l’11 febbraio del 2013, Papa Benedetto XVI Joseph Ratzinger annunciava le sue dimissioni, che sarebbero diventate efficaci il 28 febbraio.

Gian Guido Vecchi per il Corriere della Sera ha ricostruito le ore che precedettero l’annuncio. Antonio Socci, per Libero, ha analizzato i motivi della decisione.

Il racconto di Gian Guido Vecchi ha un attacco letterario:

Cominciano ad addensarsi le nubi, una luce cinerea piove dalle vetrate che danno sul cortile di San Damaso e rischiara appena le logge di Raffaello. Palazzo Apostolico, lunedì, 11 febbraio 2013. Al terzo piano Benedetto XVI si è svegliato poco dopo le sei, alle 6.50 è uscito dalla sua stanza verso la cappella privata per celebrare la messa quotidiana, prima di colazione, assieme alla piccola «famiglia» pontificia: i segretari Georg Gänswein e Alfred Xuereb e le quattro «Memores Domini» che lo aiutano nell’appartamento, Loredana, Carmela, Cristina e Rossella.

Alle 9 il Papa è nel suo studio. Tutto procede come ogni giorno, solo che non è un giorno come gli altri. Si prepara un temporale, a Roma, poche ore più tardi farà il giro del mondo la foto di un fulmine che cade sulla sommità della Cupola di San Pietro. Di un «fulmine a ciel sereno», la voce arrochita, parlerà anche Angelo Sodano, Decano del Collegio cardinalizio, il primo a prendere la parola dopo che Benedetto XVI ha annunciato, alle 11.41, la propria «rinuncia» al ministero petrino.

«Fratres carissimi, non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem…».

Il Papa ha convocato i cardinali per la canonizzazione degli 813 martiri di Otranto uccisi dagli ottomani il 14 agosto 1480 e di altre due beate, e va avanti imperturbabile secondo programma. Ma alla fine prende ancora la parola, dispiega due fogli e comincia a leggere a fior di labbra, poco più di un sussurro nel silenzio assoluto.

«Carissimi fratelli, vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa…».

[…]

Domenica, pomeriggio. La Declaratio non ha la data di lunedì ma del 10 febbraio, domenica. Joseph Ratzinger l’ha scritta di persona, come d’abitudine a matita, al pomeriggio. Dopo l’Angelus ha avvertito il Decano e il segretario di Stato Tarcisio Bertone, che lunedì mattina portano con sé una copia del testo e ne seguono la lettura parola per parola. E ancora lo sanno il Sostituto della Segreteria di Stato, l’arcivescovo Giovanni Angelo Becciu e monsignor Georg Gänswein, segretario particolare del Papa.

[…]

Lunedì, alba . Il giorno è arrivato, nel Palazzo l’attività si fa convulsa fin dall’alba, solo allora esce dall’appartamento privato del Papa quel foglio che non ha reali precedenti nella vicenda bimillenaria della Chiesa. Lo scandalo di Vatileaks insegna, non si può rischiare una fuga di notizie. Il testo scritto della Declaratio diffuso dal Vaticano intorno a mezzogiorno contiene tre errori come altrettanti indizi. Benedetto XVI ha affidato il manoscritto alla segretaria Birgit Wansing, l’unica persona in grado di decifrarne la calligrafia minuta e nervosa. Solo dall’alba di lunedì comincia in Segreteria di Stato il lavoro di trascrizione del testo latino e delle traduzioni in italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese, polacco e arabo. Quando Ratzinger lo legge, nella Sala del Concistoro, dice correttamente «vita», all’ablativo, ma all’inizio del testo distribuito c’è il genitivo «vitae» e più oltre un’altra concordanza sbagliata, l’accusativo «commissum» (ma questo lo legge anche il Papa) anziché il dativo «commisso». E poi, sintomatica, l’indicazione dell’inizio della sede vacante, la sera del 28 febbraio: l’inesistente «hora 29» invece delle 20 annunciate da Benedetto XVI. La fretta: in ogni tastiera il numero 9 è giusto accanto allo zero.

Lunedì, ore 10.46 . Il Pontefice, alle 10.55, lascia l’appartamento, scende in ascensore alla seconda loggia ed entra nel salone, il passo breve e un po’ malcerto, l’aria patita ma lo sguardo determinato. Alle 11.41 i cardinali impallidiscono. Cinque minuti più tardi, alle 11.46, il lancio Ansa della vaticanista Giovanna Chirri informa il mondo delle dimissioni. «Iterum atque iterum», sillaba Benedetto XVI. Ratzinger spiega di aver preso la sua decisione dopo avere esaminato ripetutamente la propria coscienza, «ancora e ancora», davanti a Dio.

[…]

Ratzinger ci pensava da tempo. Il 27 ottobre 2011, ad Assisi, il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I gli diede appuntamento a Gerusalemme nel 2014, per celebrare i cinquant’anni dell’incontro tra Paolo VI e Atenagora, e si racconta che il Papa gli abbia risposto: «Verrà il mio successore». [..] Benedetto XVI aspettava il momento giusto da quando, dopo l’incontro all’Avana con Fidel Castro, il 29 marzo 2012 tornò sfinito dal viaggio di sette giorni in Messico e a Cuba. «Sì, sono anziano ma posso ancora fare il mio dovere», aveva sorriso al Líder máximo. Oltretevere però raccontano che ci mise un mese a recuperare un po’ di forze. Da tempo ne è al corrente il fratello maggiore, monsignor Georg Ratzinger, con il quale si è confidato durante le vacanze estive a Castel Gandolfo. Si dice che in agosto ne abbia parlato anche a Bertone e a Gänswein, il quale cerca invano di dissuaderlo nelle settimane successive. Ma Benedetto XVI è determinato. Quello di domenica è solo l’ultimo passaggio.

«Un atto di governo» . La «rinuncia», in teoria, è prevista dal Codice di diritto canonico, canone 332, paragrafo 2. Nel libro «Luce del mondo», del 2010, aveva prospettato l’ipotesi: «Quando un Papa giunge alla chiara consapevolezza di non essere più in grado fisicamente, mentalmente e spiritualmente di svolgere l’incarico affidatogli, allora ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi». Ma allora si era nel pieno dello scandalo pedofilia nel clero, che Benedetto XVI ha combattuto come nessuno prima di lui, e così aveva aggiunto: «Proprio in un tempo come questo si deve tenere duro e sopportare». È ciò fa anche nella primavera del 2012. Scoppia lo scandalo Vatileaks, viene arrestato e processato il maggiordomo «corvo» Paolo Gabriele che gli rubava documenti riservati dallo studio.

Non è il momento, sono mesi difficili di veleni e lotte di potere in Curia, Ratzinger ha già deciso ma non intende dare la sensazione di fuggire. Lo disse il 24 aprile 2005, nella messa di inizio del pontificato: «Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi».

[…]

A dicembre ha tutti gli elementi per agire e fare pulizia, sa che è urgente ma sente di non averne più la forza. Affiderà il dossier al successore.

«Nel mondo di oggi, soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede, per governare la barca di san Pietro e annunciare il Vangelo, è necessario anche il vigore sia del corpo, sia dell’animo, vigore che, negli ultimi mesi, in me è diminuito in modo tale da dover riconoscere la mia incapacità di amministrare bene il ministero a me affidato». La «ingravescente aetate» e la consapevolezza che nella Chiesa è necessaria una scossa non sono spiegazioni alternative ma gli elementi che fondano assieme la decisione di dimettersi.

Le Ceneri, verso Pasqua . Benedetto XVI non lascia nulla al caso. Alla fine del 2012 compie le celebrazioni di Natale e calcola i tempi in modo che nell’ultima settimana di marzo, a Pasqua, il momento più importante per i fedeli, la Chiesa abbia un nuovo Pontefice. Il 24 novembre ha convocato un concistoro per la creazione di sei nuovi cardinali e per la prima volta nella storia – salvo uno «mini» del 1924, quando Pio XI creòdue cardinali americani – non c’è neanche un europeo: per «riequilibrare» la composizione del Collegio, troppo sbilanciato sul Vecchio Continente, e questo è un segnale. Come è un segnale il fatto che la Declaratio avvenga alla vigilia delle Ceneri, l’inizio del periodo penitenziale di Quaresima. Le tentazioni diaboliche che si riassumono nella pretesa di «strumentalizzare Dio», di «mettersi al Suo posto» o «usarlo per i propri interessi», per la «gloria e il successo».

Come un epilogo alla Declaratio, nel pomeriggio di mercoledì torna a incontrare i cardinali e parla dell’«ipocrisia religiosa» denunciata da Gesu, «laceratevi il cuore e non le vesti!», prima di posare la cenere sul capo dei porporati chini e in fila davanti al Papa: allora diventa chiaro che la denuncia delle «divisioni ecclesiali» che «deturpano» il volto della Chiesa, come l’esortazione a «superare individualismi e rivalità», è un’indicazione precisa al conclave che si avvicina.

Antonio Socci esordisce chiedendosi

“Chi, come e perché ha determinato quel «ritiro» di Benedetto XVI – esattamente un anno fa, che rappresenta un evento unico nella storia della Chiesa, traumatico e tuttora non chiaro nelle sue implicazioni e nelle sue conseguenze?

[…]

Ratzinger aveva già deciso quel «ritiro » […] allo scoccare degli 85 anni. Ma allora chi, come e perché – prima di Vatileaks – ha creato una situazione che ha indotto il Papa a valutare di non poter più sostenere la lotta? Ratzinger è uno dei giganti della Chiesa del Novecento ed è molto vasta la mappa di coloro che, nel corso dei decenni, anche su fronti contrapposti, hanno individuato il loro Nemico in quest’uomo mite e sapiente.

Anzitutto egli entra in scena come uomo del Concilio: è colui che, scrivendo il discorso del cardinale Frings, abbatterà il vecchio S. Uffizio di Ottaviani, l’inquisizione. Nel postconcilio diventerà il nemico di tutti coloro che pretendevano di usare il Vaticano II per spazzar via la Chiesa di sempre e costruirne una prona al mondo e alle ideologie: da Rahner ad Hans Küng, fino a Carlo Maria Martini che – come cardinale – si è opposto frontalmente a Ratzinger e a papa Wojtyla.

Non erano destinati a procurargli amici, poi, i suoi due primi interventi, quando fu chiamato da Giovanni Paolo II alla guida della retta dottrina: quello in cui ribadì la condanna cattolica della massoneria e i testi che confutarono e condannarono la Teologia della liberazione.

Infine sarà sempre Ratzinger a denunciare in mondovisione, durante l’ultima solenne via crucis di Giovanni Paolo II, «la sporcizia nella Chiesa», con parole durissime e drammatiche.

Sarà lui che realizzerà una purificazione radicale della Chiesa dalla piaga dei preti pedofili, con provvedimenti drastici e un ribaltamento totale di certa mentalità clericale.

Ancora lui infine scandalizzerà gli ecclesiastici progressisti (tanto da suscitare la ribellione aperta di diversi vescovi) quando- in linea vera con il Concilio – cercherà di riportare all’unità la Fraternità S. PioX e restituirà libertà alla liturgia tradizionale della Chiesa.

Era stato lui con Giovanni Paolo II che aveva valorizzato i tanti nuovi movimenti fioriti nella Chiesa, specie fra i giovani, e che ha colto e denunciato la «questione antropologica» che oggi nel mondo sta bombardando i valori della vita, della famiglia e della dignità umana.

Ha fondato il dialogo della Chiesa con la modernità e la vera laicità, così da affascinare intellettuali come Habermas, Tronti, Ferrara e Barcellona.

Eppure fin dall’inizio, dalla sua elezione, c’è stata l’occulta e pesante opposizione di un establishment cardinalizio oscuro e pronto – per delegittimarlo – perfino allo spergiuro.

Lo dimostra un fatto dimenticato che segnò l’inizio della guerra interna contro papa Ratzinger.

Benedetto XVI era appena stato eletto, nel 2005, e dall’anonimo mondo cardinalizio (più o meno di Curia), attraverso il vaticanista Lucio Brunelli, fu fatto pubblicare un presunto diario delle votazioni del Conclave da cui emergevano dettagli delegittimanti del nuovo pontificato.

Un vaticanista autorevole come Sandro Magister scrisse,  il 7 ottobre 2005: la lettura di quel testo

«suggerisce che l’“intenzione” di pubblicarlo sia stata molto più militante » che storico-giornalistica. E lo si sia fatto «per mostrare che la vittoria di Ratzinger non è stata per niente “plebiscitaria”, che è stata in forse fino all’ultimo, che è stata indebitamente favorita dal suo essere decano dei cardinali, che i tempi sono maturi per un papa “nuovo”, magari latinoamericano e che a questi suoi limiti Benedetto XVI dovrebbe rassegnarsi».

[…]

Negli anni successivi il tema della spaccatura e il fantasma dello scisma più volte è stato ventilato oscuramente e certo Ratzinger ha sempre voluto evitarlo in ogni modo (anche a costo di dimettersi). Benedetto ha avuto poi altri nemici interni, nella Curia e nell’establishment ecclesiastico, che hanno contestato o boicottato o rifiutato il suo magistero, quello tradizionale della Chiesa, avendo i media dalla loro.

Poi Ratzinger ha avuto molti nemici esterni ed è stato sottoposto a un bombardamento mediatico senza fine culminato con il cosiddetto «scandalo pedofilia » con cui si è preteso di trasformare la Chiesa in «imputato globale» (la Chiesa che è perseguitata in mezzo mondo nell’indifferenza generale).

Ma paradossalmente i maggiori danni per il pontificato di Benedetto sono forse arrivati dalla Curia e dai più stretti collaboratori. Bisogna riconoscere l’errore, forse il maggiore di Benedetto XVI, che – per evitare certe potenti realtà curiali (ad esempio facenti capo al cardinal Sodano) – chiamò nel ruolo strategico di Segretario di Stato un ecclesiastico che conosceva da anni e che credeva potesse essergli di aiuto: il cardinale Bertone.

La plateale inadeguatezza dell’uomo per quel ruolo delicato e decisivo – a parere dei più, anche dei ratzingeriani più convinti – è ciò che hafatto precipitare la situazione. Che a un certo punto si è fatta drammatica. Il «cameriere del Papa», pur sbagliando gravemente nel metodo, ha fatto emergere una realtà inaudita dove il Pontefice sembrava pressoché esautorato. Lo ha dichiarato di recente il cardinale Maradiaga: dalla vicenda Vatileaks «pareva che alcuni documenti non arrivassero nelle mani del Papa». Addirittura monsignor Georg Gaenswein, segretario di Benedetto XVI, in una intervista al “Messaggero” del 22 ottobre, una settimana dopo le dimissioni di Bertone, ha candidamente riferito che “Benedetto XVI aveva chiamato Gotti Tedeschi allo Ior per portare avanti la politica della trasparenza”, ma nonostante fosse stato lui stesso a volerlo lì, quando costui fu defenestrato, il Papa non ne sapeva niente e “restò sorpreso, molto sorpreso per l’atto di sfiducia al professore. Il Papa lo stimava e gli voleva bene”.

Un fatto emblematico della situazione oltretevere, anche se ci sarebbe da chiedersi cosa faceva, nel frattempo, don Georg vedendo questa realtà…. Col più grande gesto di umiltà Benedetto, alla fine, ha ritenuto di aiutare la Chiesa azzerando tutto, a cominciare da se stesso.

E si concepisce ora nel ruolo di Mosè che prega sulla montagna mentre Giosuè combatte.

Tuttavia anche per Giosuè- Francesco sono cominciati in questi giorni gli attacchi e le prove più dure: da quelli esterni (vedi l’incredibile denuncia dell’Onu) a quelli interni che puntano a usare il prossimo Sinodo per ribaltare la Chiesa.

Se, per la prima volta nella storia, oggi la Chiesa si trova con due Papi è davvero il segno che è un tempo di prova senza eguali. Un dettaglio. Ratzinger non solo ha voluto restare “nel recinto di Pietro”, ha voluto conservare il titolo di “Papa emerito” e l’abito bianco, ma – si è saputo di recente – ha gentilmente declinato la proposta dell’arcivescovo Montezemolo di cambiare il suo stemma araldico. Il Vaticano ha così fatto sapere che Benedetto “preferisce non adottare un emblema araldico espressivo della nuova situazione creatasi con la sua rinuncia al Ministero Petrino”.

Se è un segnale significa che papa Benedetto c’è. Che il Cielo protegga la sua vita.

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