Parla Pascucci, autore dell’istanza al Tar: “Non sono io il male di Genova”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 ottobre 2014 11:56 | Ultimo aggiornamento: 13 ottobre 2014 11:56
Parla Pascucci, autore dell’istanza al Tar: “Non sono io il male di Genova”

Parla Pascucci, autore dell’istanza al Tar: “Non sono io il male di Genova”

ROMA – “Scusi, signor Pascucci, ma lei si sente un po’ responsabile per questa ennesima alluvione a Genova? Io non mi sento proprio responsabile di un bel nulla. Ma tutti dicono che sarebbe stato lei a bloccare i lavori del secondo lotto al Bisagno con i suoi ricorsi al Tar, la carta bollata e tutto il resto. “E che c’entro io con l’alluvione? Ho esercitato un mio diritto, e basta. Se non hanno fatto partire i lavori non è colpa mia. E tantomeno lo è ciò che è accaduto l’altra notte. E se sento qualcuno che lo dice…”

Eccolo qui Orlando Pascucci- scrive Lodovico Poletto della Stampa – padre e padrone della Pamoter, l’uomo che una parte di Genova indica come colui che ha stoppato le opere di allargamento del Bisagno tombato da Brignole in giù. Sessantotto anni a novembre, marchigiano d’origine, una vita a pestare terra nei cantieri della Ligura, a dirigere 120 tra operai e geometri, a tirare le fila di appalti sempre più o meno grossi, sempre importanti, spesso tra le polemiche”.

L’intervista e l’articolo completo:

L’altro ieri il presidente della Regione, Claudio Burlando, aveva detto : «Noi avevano pronti i soldi per le opere. Trenta milioni dallo Stato e cinque dalla Regione. Ma poi ci sono state polemiche, ricorsi e controricorsi al Tar e al Consiglio di Stato e tutto si è fermato». E Pascucci è finito nel mirino. Ancora lui.
Saltano fuori vecchie storie che avevano riempito le pagine dei giornali anni fa. I costi dei lavori lievitati per il primo lotto di interventi sul fiume, le polemiche per un capitolato da alcuni giudicato «anomalo» e via discorrendo. Ma andare a ricordare queste cose all’imprenditore che ha fatto, con molti altri, la storia dell’edilizia genovese vuol dire infilarsi in una polemica senza fine. Che lo fa infervorare e difendersi con rabbia, quasi. Roba tipo: «Io ho sempre fatto tutto alla luce del sole. Mi dissero che avevo dato dieci telefoni ai funzionari del Provveditorato alle Opere pubbliche della Liguria per chissà quali interessi personali. E che gli avevo dato anche le auto. Sì, l’ho fatto. E che c’è di male? Era nel capitolato. Approvato anche dal ministero. Un atto ufficiale, non una roba nascosta o illegale. Io non ho proprio nulla da nascondere. Chiaro?». Chiarissimo. Ma vallo a spiegare agli abitanti di Borgo incrociati – oppure a quelli Staglieno – che ancora oggi hanno il fango alle ginocchia. Per la gente di qui, giustamente, l’unica cosa che conta è che se i lavori fossero stati fatti non ci sarebbe stato il morto. E tanti altri non si ritroverebbero rovinati o senza casa. Perché, per dirla con le parole di Marco Gemelli, uno che ha, anzi, aveva un negozio di alimentari dalle parti di Staglieno: «Per dei giochetti di potere o di interesse economico, hanno dimenticato la gente».
Lui, Pascucci, invece, tira dritto per la sua strada, o meglio non sposta di un centimetro le sue opinioni. «Quando nel 2011 ci fu l’alluvione e noi stavamo finendo il primo lotto, avevamo proposto di farci continuare alle stesse condizioni economiche di prima. Erano interventi da fare. Ma non hanno voluto, hanno fatto un appalto ed è inevitabile che ci siano stati dei problemi. Ognuno difende il suo lavoro. E quello ho fatto io. E come me hanno fatto altri sei imprenditori. Gli esclusi per intenderci». E ancora: «Se non volevano ricorsi avevano soltanto ad assegnare i lavori con altre formule. Si poteva fare. E basta dire che Pascucci ha fatto tutto. Neanche fossi io il male di Genova».
Ora l’ultima sentenza del Tar del Lazio – è del 3 ottobre scorso, sei giorni prima della bomba d’acqua che si è abbattuta sulla città – non ha risolto assolutamente nulla. E tutto è ancora in forse. E il cantiere non è mai partito.
A rileggere adesso le carte dell’appalto c’è da perdersi nella girandola di date, sentenze, sospensive mai concesse senza che un camion o un operaio che sia uno entrasse nel tunnel. Claudio Burlando, da luglio Commissario di governo per i lavori sul Bisagno, dice «Sì, bisognava partire prima. Ma sa di chi è la colpa? Della lentezza della giustizia amministrativa. Quando di mezzo ci sono lavori che possono salvare la vita delle persone, bisognerebbe poter scegliere se tutelare prima i diritti delle imprese oppure la gente. Io non ho dubbi, sceglierei le persone». E allora perché non si è fatto nulla? «Perché se assegni l’intervento e poi il ricorrente vince in un grado di giustizia superiore devi pagare i danni». Insomma, è il classico cane che si morde la coda. Questa è davvero una storia paradigmatica, come insiste Burlando, della lentezza di questa giustizia: trenta mesi per risolvere una diatriba tra imprese.

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