Partito democratico e le presunte primarie truccate: fuga di notizie sospetta

di Redazione Blitz
Pubblicato il 10 novembre 2014 14:03 | Ultimo aggiornamento: 10 novembre 2014 14:03
Partito democratico e le primarie truccate: fuga di notizie sospetta

Partito democratico e le primarie truccate: fuga di notizie sospetta

ROMA – “L’inchiesta sulle presunte primarie truccate del Partito democratico – scrive Giacomo Amadori di Libero – rischia di essere già bruciata. L’altro ieri quando alla Guardia di finanza hanno letto le anticipazioni del Messaggero i militari (non hanno trattenuto il disappunto. Infatti le intercettazioni riguardanti il deputato del Pd (tra i protagonisti del’ultima Leopolda renziana) ed ex assessore della regione Lazio Marco Di Stefano per gli investigatori non dovevano uscire”.

L’articolo completo:

Una fuga di notizie? No, sono state depositate davanti al gip dai pm Corrado Fasanelli e Maria Cristina Palaia in un procedimento per corruzione e abuso d’ufficio che coinvolge l’Agenzia del demanio del Lazio. Ma per i finanzieri quelle carte non avevano alcun collegamento con l’inchiesta. La vicenda è intricata. Il fascicolo principale è quello sull’Enpam, la cassa previdenziale dei medici, e risale al 2011. A due dirigenti dell’ente viene contestato l’acquisto per centinaia di milioni di euro di derivati tossici e di tre costosissimi immobili. Intercettando gli indagati, i finanzieri avviano diversi filoni, tutti delicatissimi, che spalancano scenari sorprendenti. A novembre del 2013 per esempio i pm chiedono l’arresto di nove persone per corruzione relativamente a un parcheggio e a un parco demaniali ceduti a due imprenditori, Antonio e Daniele Pulcini. Dopo quasi un anno il gip ordina i domiciliari per gli indagati e i pm depositano in vista del Riesame circa 6 mila pagine di documenti da far consultare alle difese. Ma, secondo le fonti di Libero, dentro a quelle carte sono finiti inopinatamente non solo gli atti relativi alle misure cautelari, ma «molte altre cose», comprese le chiamate di Di Stefano. Tutto materiale che non avrebbe dovuto essere reso pubblico per non rovinare le indagini. «Per ora quelle intercettate sono solo chiacchiere tutte da dimostrare» commenta stizzito un investigatore. «Non è stato fatto correttamente lo stralcio. Dovevano essere depositate solo le carte relative alla vicenda del Demanio e invece…». Pure Riccardo Olivo, avvocato del direttore del Demanio del Lazio, l’ingegner Renzo Pini, non nasconde lo stupore: «Anche io quando ho visto le carte su Di Stefano non ho capito che cosa c’entrassero. E non ho ancora esaminato tutto il corposo fascicolo».

A questo punto la domanda sorge spontanea: la fuga di notizie è voluta o si deve alla negligenza di qualcuno? E se è voluta a chi giova? Punta a far compiere un qualche passo falso agli indagati, dopo averli informati delle investigazioni sul loro conto, o cos’altro? Ieri abbiamo provato a domandarlo a uno dei magistrati, senza fortuna. La sola cosa certa è che Di Stefano e il Pd ora sanno delle intercettazioni in cui il parlamentare se la prende col partito, colpevole di non puntare abbastanza su di lui: «Ora inizia la guerra nucleare, a comincià dalla Regione, tiro tutti dentro (…) Sono dei maiali (…) Ho fatto le primarie con gli imbrogli, no? Non è che so’ imbrogli finti (…) Casco io, ma cascano pure loro». In quelle telefonate emergono le sue presunte relazioni pericolose dei tempi in cui era l’assessore regionale a Risorse umane, demanio e patrimonio nella giunta di Piero Marrazzo. Per gli investigatori chi lo contatta nel 2012, quando non è più assessore, ma un semplice consigliere, è alla ricerca di un nuovo aggancio con la maggioranza di centro-destra.

Per rinverdire vecchi affari. Tra il 2008 e il 2009 i Pulcini acquistano due edifici a Roma per 60 milioni e dopo pochi mesi li rivendono all’Enpam per 118 milioni, realizzando una plusvalenza di quasi il 100% e nei pochi mesi che passano dall’acquisto alla vendita trovano come affittuario la Lazio service, la società regionale che faceva riferimento all’assessorato di Di Stefano. Una pigione a sei zeri per la quale Di Stefano avrebbe intascato una tangente da 1,8 milioni e un suo stretto collaboratore 300 mila euro. Ma è qui che l’affare si complica e a quella politico-giudiziaria si affianca la cronaca nera. Infatti il braccio destro di Di Stefano si chiama Alfredo Guagnelli, classe 1972, ed è sparito misteriosamente l’8 ottobre del 2009. La puntata di “Chi l’ha visto” del novembre 2011 ci informa che prima di far perdere le tracce Guagnelli aveva detto all’autista e alla fidanzata che sarebbe andato a Firenze in treno. In realtà i suoi programmi erano diversi e non c’entravano con la Toscana. Prima incontrò sotto la Regione Lazio proprio Di Stefano e per quella sera fissò un appuntamento col figlio dell’allora assessore. Una cena a base di carne a casa di Guagnelli. A “Chi l’ha visto” Di Stefano ha ammesso di averlo incrociato insieme ad altri amici solo per una quindicina di minuti: «L’ho visto tranquillissimo, lo stesso Alfredo che ho conosciuto sempre». Sergio Guagnelli, padre dell’imprenditore scomparso e fondatore di un’azienda di costruzioni monumentali cimiteriali, commenta: «Sono contento che il nome di Alfredo sia uscito di nuovo, così forse qualcuno si occuperà della sua scomparsa». A causa dell’attività di famiglia e all’insaputa dei genitori, Alfredo si mise nei guai: nel 2007 venne arrestato per una brutta storia di compravendita di tombe al cimitero del Verano insieme con un dipendente comunale. Nel 2008 iniziò il processo. È il periodo della collaborazione con Di Stefano e delle presunte tangenti al centro delle odierne indagini. Dopo la sua scomparsa viene aperto un altro fascicolo, questa volta per sequestro di persona ed omicidio, attualmente in mano al pm Tiziana Cugini. «Da mesi purtroppo non ci sono novità, anche se già nel 2010 un ispettore di polizia mi aveva annunciato un’indagine delicata su Di Stefano» continua Guagnelli senior. L’uomo non esclude che il politico sappia qualcosa sulla scomparsa del figlio: «Ma non ho le prove. So solo che erano sempre insieme e che Di Stefano trascorreva molti week end nella villa del mio ragazzo a Sarteano (Siena ndr). In quella casa che Alfredo mi aveva detto di possedere, ma che in realtà affittava, facevano la bella vita con amici e amiche». In effetti il giovane Guagnelli era un bon vivant con la passione per le Ferrari. «Ne ha avuta una nera e una color carta zucchero. Mi disse che le aveva acquistate grazie agli affari con la sua immobiliare (la A.f.g. ndr). Ma non so chi ci fosse dietro. Non sapevo neanche che avesse due soci». L’indagine ha dimostrato che Alfredo aveva accumulato diversi debiti. La sera in cui si allontana senza lasciar tracce utilizza un auto a noleggio: guida nonostante gli abbiano ritirato la patente (per questo aveva un autista) e indossi un tutore per una clavicola fuori posto. Pochi giorni dopo la sua sparizione al fratello Bruno giunge un misterioso sms, da un numero sconosciuto: «Sono Alfredo, sto facendo un’operazione, non ti preoccupare, tra qualche giorno mi fai venire a prendere». Ma nessuno lo risente più. L’auto viene ritrovata a Roma quattro mesi dopo con il suo cellulare a bordo e un giornale dell’8 ottobre. Bruno a casa del fratello trova un computer portatile, ma lo lascia al suo posto. Dopo pochi giorni svanisce anche il pc. Tutti enigmi che ora si intrecciano con l’indagine in cui è coinvolto Di Stefano.